Si può guardare Sanremo e, di colpo, ritrovarsi con l’angoscia di essere anime spezzate che hanno trasmesso fratture. E poi con quell’angoscia lì andarci pure a letto violentandola e violentandosi pensando – quasi con l’intento vigliacco di controbilanciare – a tutte le volte che hai ammesso a te stesso di aver voluto scrivere una cosa sola tra tutte quelle che hanno scritto gli altri: Culodritto, di Francesco Guccini. La verità? Quella roba lì non si può scrivere più. Sicuramente perché di Guccini ce ne è uno solo, ma pure perché 40 anni sono una eternità e anche Guccini, scrivendo non troppi anni fa “E un giorno”, ha certificato che non ci sono più i padri di una volta. Non perché non vogliono, ma perché non possono. Sono quelle robe che sai. Che te le porti dentro ignorandole. Ma fino a che, appunto, la testa non ti porta a cercare un collegamento mentre le orecchie ascoltano una canzone: “Male necessario”, di Masini e Fedez. Sì, qui due, in qualche modo, hanno riscritto “Culodritto”. Solo che hanno dovuto farlo da distesi. Spezzati. E richiedenti perdono. Masini i figli non li ha nemmeno, Fedez sì, ma c’entrano niente le persone e meno che mai i due artisti. Qua, signori, la faccenda è più grande: c’è stato un tempo in cui un padre poteva permettersi di essere verticale. Imperfetto. Colpevole. Ma verticale: radicato nella terra e teso verso il cielo, come una vite antica che conosce il “sapore dell’uva e la fatica del filare in cui andare a rubarla”. In “Culodritto” di Francesco Guccini, la paternità è ancora un ponte romano: regge il peso della storia e consente il passaggio verso il futuro. Quarant’anni dopo, nella stanza d’albergo di “Male Necessario” cantata da Marco Masini e Fedez, il padre non è più un ponte. Ma un uomo seduto sul letto disfatto, che guarda il soffitto e chiede scusa. Non perché abbia tradito, ma perché è umano. E l’umanità, oggi, è qualcosa per cui bisogna scusarsi.
Guccini guarda la figlia e vorrebbe rubarle lo sguardo: “Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti”. È un desiderio che c’entra niente con l’invidia e che forse ha a che fare con la nostalgia di chi sa che la freschezza percettiva è il primo e ultimo miracolo. Il padre di ieri conosce la fatica — “costa sempre fatica” — ma la iscrive in una storia antica, in una continuità che salva. E’ una speranza disincantata, mai ingenua: ha avuto le sue “risse terrose”, ha assaggiato “il sapore dell'uva rubato a un filare”. E proprio per questo può permettersi di dire “Vola, vola tu, dov'io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare”. Qui si compie la dolcissima divisione dei ruoli: il padre abdica senza crollare, si fa pretesto — “Dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto” — e nel gesto apparentemente umile custodisce un’autorità invisibile. Garantisce senza la necessità di imporsi. Offre fiducia. Niente legge severa, ma orizzonte e identità genealogica persino mitica: “cromosomi corsari di longobardi, di celti e romani”. La fatica non è colpa, è condizione. E la speranza è il vero busto della schiena dritta.
Erano gli Anni ‘’80, forse pure prima. Poi la storia ha cambiato pavimento e il pavimento è diventato linoleum. In “Male Necessario, quindi oggi, il padre non contempla l’infanzia come promessa, ma come tribunale. “Ti ho deluso ma dimmi qualcosa che non so” è la faciloneria tipica del “cambiamo discorso per non fare un discorso serio”. Non c’è più la sicurezza di essere anello di una catena millenaria; c’è, appunto, l’angoscia di aver trasmesso fratture. “I miei problemi ormai saranno la parte di te più vulnerabile e spietata”. L’eredità del sangue epico è diventata cicatrice che un po’ sanguinerà per sempre. Se Guccini temeva che la figlia non conoscesse il sapore dell’uva rubata, Masini e Fedez temono che il figlio conosca troppo bene il sapore dell’assenza. O dell’inadeguatezza che finisce percepita come assenza. E quel verso ferocissimo sbrana da dentro: “Ogni padre inizia come fosse un Dio, ma poi finisce che diventa un alibi”. Qui l’archetipo crolla. Non c’è più il padre-ponte, ma il padre-imputato e reoconfesso. Chiediamo l’assoluzione ai nosti figli: “Un giorno poi comprenderò cos’è l’amore, ma nel frattempo giuro mi puoi odiare”. È il capovolgimento radicale della verticalità: non più "vola tu", ma "perdonami tu". Non più la mano tesa come fondamento, ma come richiesta di soccorso da una generazione di sconfitti a una generazione che la partita la deve ancora cominciare per davvero.
Fa male, ma c’è un cinismo dolcissimo di questa confessione. C’è una verità che non può essere liquidata come semplice sconfitta generazionale: il padre, o comunque il genitore, contemporaneo non mente più su se stesso. Non si rifugia nella maschera della forza perché sa che non sarebbe credibile nemmeno agli occhi dei suoi figli. Ammette di aver “toccato il fondo in una stanza di un hotel”, riconosce che “i mostri non stanno soltanto sotto al letto”. È una paternità disillusa come lo era quella di Guccini in “Culodritto”, sì, ma radicalmente onesta. Sfacciatamente onesta.La speranza epica di Guccini ha fatto spazio alla speranza clinica di Masini e Fedez: il dovere degli occhi “spalancati sul mondo come carta assorbente” è un insegnamento differente:“anche nel buio si impara a vedere”. Se il padre di ieri poteva ancora distinguere tra il proprio compito e quello del figlio; il padre di oggi vive in una simbiosi emotiva che lo espone. Lo smaschera. Lo rende vulnerabile fino all’imbarazzo e fino, quasi, a implorare il figlio di fargli un po’ da genitore o, comunque, di ricordargli ogni giorno di esserlo. Là c’era una fiducia totale che “nessuno ha mai chiesto”, qui c’è addirittura una richiesta di odio come forma di legame. Là il mondo era “ancora tutto da fare”, qui il tempo stringe — “so che in fondo non c’è tempo” — e l’urgenza, forse solo di un abbraccio che oggi serve dannatamente di più di quanto non servisse allora, sostituisce la promessa. E i ruoli.
Eppure, sotto le macerie e sotto le vigne, la domanda che si faceva Guccini e che sembrano farsi oggi Masini e Fedez è la stessa di sempre: come si consegna il mondo a chi viene dopo? Guccini risponde con l’aristocrazia della rinuncia: io resto, tu vai. Masini e Fedez rispondono con l’umiltà della confessione: io cado, tu guarda e impara anche dalla mia caduta. Due modalità diverse di amore, entrambe tragiche. Entrambe luminose. La prima ancora nutrita dalla fede che la storia abbia un senso; la seconda costretta a trovare senso nell’attraversamento del “male necessario”. Forse non è vero che i padri di oggi siano più deboli. Siamo solo più nudi. Il padre di “Culodritto” poteva ancora parlare di speranza nonostante la disillusione perché la disillusione non aveva divorato l’idea stessa di futuro. Il padre di “Male Necessario” deve chiedere scusa per l’umana debolezza perché il futuro non è più un campo da arare, ma una stanza d’hotel da cui uscire vivi. E tuttavia, in entrambi, c’è un gesto identico: la mano. In uno è pretesto per sentire fiducia; nell’altro è tremore che chiede perdono. Ma sempre mano è. Forse la paternità, ieri come oggi, non è altro che questo: restare abbastanza umani da lasciare andare, o abbastanza sinceri da confessare di non sapere come si fa. Tra l’uva rubata e il minibar di un hotel, tra la pianura dei longobardi e il corridoio insonne di una generazione sconfitta, a sopravvivere è sempre l’amore. Un amore che cambia alfabeto e linguaggio, ma non cambia mai l’intenzione. Un amore che prima diceva "vola" e oggi implora "resisti". Un amore che, nonostante tutto, continua ostinatamente a generare. E a provare a fare del proprio meglio.