Ah, sono dieci anni, oggi, che manca Pannella. Che fu celebrato, osannato e insopportato in vita, nel senso che, spesso, quello che faceva veniva vissuto come troppo: troppi scioperi della fame, monologhi troppo lunghi, troppe battaglie. Ma Pannella ha sempre avuto ragione. Sempre.
E ora manca perché manca la sua irruenza, la sua fervente e depressa capacità di lottare (e di non stancarsi mai di farlo) per la libertà, ovunque essa sia da conquistare, ovunque essa manchi, a costo di essere troppo, appunto, a costo di essere incompreso, a costo di essere eccessivo, a costo di essere provocatorio. Ma la libertà è tutto questo: incompresa, eccessiva, provocatoria. La libertà è come l'orizzonte, quando ci arrivi ne vedi un altro. E infatti, che ve lo dico a fare, Saramago c'ha scritto un libro che si chiama Cecità. Lì stiamo andando: ci riempiono di immagini e non vediamo più niente.
Vedete, la grandezza di Marco Pannella è che ha sparso semi ovunque, che il vento ha portato in giro e la terra ha raccolto. Restano tracce di Pannella nei Radicali di oggi, che fanno battaglie più per Instagram che per altro, lo so, ma intanto le fanno: sulla cannabis, per esempio. Restano in Più Europa, con la Bonino e Riccardo Magi, nella loro visione di un sano europeismo e in alcune battaglie di Marco (una su tutte, quelle sulle carceri), anche se a loro manca la potenza e l'intransigenza di Pannella, ché se ci fosse stato lui, oggi, probabilmente vivrebbe incatenato davanti al Parlamento europeo per protestare contro Trump, contro Putin, contro tutti. Io sono contro, diceva Marco. E chi dice che non bisogna essere contro ma per qualcosa non sa (e non lo sa perché chi lo dice, di base, non è mai stato contro a niente) che essere contro significa aprirsi alle possibilità.
Restano tracce pure nel Pd che, senza riconoscerglielo, gli ha copiato molto se non tutto, in particolare un riformismo radicale che da anni è più di vetrina che di sostanza.
Restano delle tracce in Sicilia, con Ismaele La Vardera, che nei suoi atteggiamenti e nel modo in cui si espone nelle battaglie è molto pannelliano. Restano delle tracce in Alessandro Di Battista (ma contro il finanziamento pubblico ai giornali la faccia ce la devi mettere sempre tu, caro Ale, e non solo da Floris e nelle tue comfort zone, se no di che cazzo parliamo?). Restano tracce nelle posizioni fogliettanti, libertarie sì ma minime, da intellighenzia, quando Pannella invece era esplosivo, verace. Ne restano anche in qualche comunistone alla Lorenzo Pacini, che va bene essere libertari ma se non c'è giustizia sociale la libertà è solo teoria.
E restano tracce pure a destra. Sono stato al Salone del libro di Torino in questi giorni, e ho presentato due libri di e su due radicali dentro. Ma di destra, appunto. Che forse sono quelli che più mi ricordano il modo pannelliano di confrontarsi con la libertà e la non appartenenza: Giuseppe Cruciani e Luca Beatrice.
Cruciani, che fuma il sigaro perché gliel'ha fatto apprezzare proprio Pannella, ha ricordato anche quando una notte dormirono insieme, e lui a un certo punto gli strinse la mano: un gesto che non ha niente di erotico ma solo di paura, insicurezza, conforto. Cruciani parla di sesso e di politica alla stessa maniera e se ne fotte, e riesce andare sempre oltre (prima le onlyfanser, poi i rutti, poi la depilazione anale, poi poi poi). La libertà non va concessa, bisogna prendersela. E Luca Beatrice, dicevo, un altro fautore dell'andare dall'altra parte rispetto a dove vanno tutti. Ché la protesta e la disobbedienza ti rendono più vivo, infastidiscono e non annoiano.
Infine ne resta traccia anche su MOW. MOW e il nostro modo di ragionare sono figli di Marco Pannella. Noi siamo il giornale più radicale che ci sia in Italia oggi, lo dico non per presunzione né per vanteria, ma perché i nostri articoli, ogni giorno, sono un esercizio di radicalità. Ecco, senza Pannella (e senza Montanelli e pochi altri) un giornalismo davvero indipendente, non appartenente, un giornalismo CONTRO, un giornalismo con una linea editoriale inafferrabile, ma pro libertà, libertà di pensiero, di movimento e pure di drogarsi e di prostituirsi, un giornalismo che cerca di spazzare via le erbacce (to MOW significa falciare l'erba), non sarebbe stato possibile. Di questa mentalità si è quasi persa traccia, per come tutti stanno attenti al loro orticello, per come tutti cercano di difendere e non perdere nemmeno un poco del poco che hanno. Noi no. Noi siamo per quelli che si giocano sempre tutto, che attaccano tutti e poi fanno pace, perché dire le cose come stanno è un regalo che si fa agli amici e pure ai nemici. Viva viva sempre viva Marco Pannella, un vero disobbediente, ci fosse oggi sarebbe contro il lavoro diventato schiavitù e per la liberalizzazione delle immigrazioni e forse pure per una legalizzazione definitiva della criminalità, che se in Italia e praticamente ovunque la corruzione per lucro, amichettismo, tornaconto oramai è un sistema a cui tutti partecipano, sovrano e inscalfibile, allora tanto vale depenalizzare tutto; che Marco lo era, tutto: ora invece chi è radicale lo è in parte e chi è libero lo è a seconda delle convenienze. Marco no. Marco era tutto radicale. E tutto libero. E se sei radicale, e sei libero, lo devi essere sempre. E tutto. Invece oggi dobbiamo accontentarci delle piccole tracce e sperare che qualche pianta fiorisca meglio delle altre e meglio delle altre resista ai venti che ci vogliono tutti più manipolabili e standardizzati. Meno umani. Meno liberi.