È bastata una piccola nave da crociera, teatro perfetto per un focolaio, per seminare il panico generale. Improvvisamente i virus sono tornati al centro del dibattito pubblico. L'Hantavirus, ora anche l'Ebola, e lo spettro di quella pandemia che ha cambiato per sempre le nostre vite. Ma cosa sono? Dobbiamo davvero preoccuparci? Per capirlo abbiamo intervistato il professor Matteo Bassetti.
Partiamo dall'Hantavirus, facciamo un po' di chiarezza, innanzitutto cos'è?
Allora, intanto dobbiamo dire che l'Hantavirus che noi conosciamo, quello che colpisce tutto il mondo, non c'entra nulla con questa epidemia della nave, che riguarda l'Hantavirus Andes, cioè la variante andina, che è un virus simile a quello dell'Hantavirus già conosciuto, ma profondamente diverso sia per quanto riguarda le modalità di trasmissione che per quanto riguarda il quadro clinico. Perché mentre la variante Hantavirus tradizionale dà una sindrome tipicamente a carico dei reni, molto simile a quello che avviene con la leptospirosi, quindi un attacco a carico dei reni, questa è una malattia prioritariamente respiratoria e dà un quadro tipicamente di una polmonite, che può essere anche grave.
Le modalità di trasmissione sono profondamente diverse tra la variante andina e l'Hantavirus tradizionale, perché l'Hantavirus tradizionale è trasmesso unicamente dai topi agli esseri umani, quindi fondamentalmente attraverso le feci, attraverso l'urina, attraverso la saliva; l'essere umano si contagia, quindi può contagiarsi per inalazione di questi escrementi, attraverso il cibo contaminato. Mentre la variante andina può essere trasmessa dal topo ma può essere anche trasmessa da uomo a uomo, e questa è la prima grande differenza.
Dopodiché occorre stabilire qual è il grado di trasmissibilità di questo virus. Il grado di trasmissibilità, stando agli studi pubblicati — fondamentalmente facciamo riferimento allo studio del 2020 pubblicato su New England Journal of Medicine — si parla di una capacità di trasmissione che ha un indice di replicazione, il cosiddetto R con zero, RT diciamo, pari a 2, intorno a 2, che è molto simile a quello dell'influenza, precisamente inferiore a quello che noi abbiamo con il Covid, che è arrivato ad essere 6 o 7. Cosa vuol dire l'indice di replicazione? Che per ogni persona che si contagia ne può contagiare altre due nel caso dell'Hantavirus, altre 6 o 7 nel caso del Covid, quindi ha una contagiosità ridotta di circa un terzo.
Dove siamo a questo punto? Ci sono 10 casi, 11 con quello del Canada che è stato descritto ieri sera. Fondamentalmente tutte le persone che hanno avuto la possibilità di contrarre il virus sono legate alla nave, quindi sono per il momento tutti passeggeri della nave che però sono stati seguiti in 6 paesi diversi, perché praticamente abbiamo il Sudafrica dove è morto un paziente — quindi un paese —, la Svizzera dove c'è un paziente ricoverato a Zurigo, abbiamo la Francia dove c'è una paziente ricoverata a Parigi, abbiamo adesso il Canada dove c'è un paziente, abbiamo la Spagna dove c'è un altro paziente e abbiamo gli Stati Uniti dove c'è questo medico che è subentrato a gestire la situazione sanitaria dopo che si è ammalato il medico di bordo, che negli Stati Uniti ha avuto un primo test positivo, adesso diventato negativo.
Quindi in qualche modo al momento possiamo dire che l'epidemia sembra contenuta unicamente ai passeggeri di quella nave. Dopodiché la caratteristica che ha questo virus è di avere un tempo di incubazione molto lungo: fondamentalmente i passeggeri che erano su quella nave, che sono scesi il 24 aprile e sono una trentina, potrebbero potenzialmente sviluppare dei sintomi della malattia fino alla fine del mese di maggio. Quindi per poter tirare un definitivo sospiro di sollievo riguardo al fatto che l'epidemia della nave è contenuta dalle misure di quarantena, dovremo aspettare almeno ancora una quindicina di giorni. Questo è quello che possiamo dire ad oggi.
L'altra cosa che si può dire è che l'unica misura che abbiamo nei confronti di questo virus è rappresentata dalla quarantena, perché non esistono vaccini — non puoi vaccinare le persone che erano su quella nave perché semplicemente non c'è un vaccino — e soprattutto non esistono farmaci. La cosa positiva di questo virus è che se passa la fase più impegnativa, quella polmonare, e si riesce a garantire un'adeguata rianimazione e un adeguato supporto, poi è una malattia dalla quale ci si riprende e si guarisce. La mortalità è stata probabilmente così alta fino a oggi, sia in Argentina che su quella nave, perché tre persone che hanno avuto questa infezione sono state gestite sulla nave, dove non c'erano gli strumenti per gestire al meglio questa infezione. È evidente che nel momento in cui questa infezione viene gestita in un ambiente adeguato dal punto di vista rianimatorio, come una terapia intensiva, ci dovrebbe essere una mortalità più bassa di quella che abbiamo visto finora, che è intorno al 30-40%, quindi una mortalità molto elevata.
Anche perché questa è una malattia che ha prima una fase prodromica — cioè non ci sono ancora i sintomi —, poi quando arrivano i sintomi, quelli iniziali sono davvero molto aspecifici: malessere generale, febbre, molto simili all'influenza. E poi di colpo si ha una progressione verso una fase polmonare che diventa molto grave e che ha bisogno dell'assistenza adeguata dal punto di vista rianimatorio; ci vuole una macchina cuore-polmone perché si determina uno shock cardiogeno, cioè un quadro davvero molto impegnativo.
Mi viene da chiederle se può manifestarsi anche senza sintomi.
Allora, diciamo che da quello che sappiamo ad oggi potrebbe presentarsi in maniera non proprio completamente asintomatica, ma poco sintomatica sì. Cioè c'è qualcuno in cui la malattia non progredisce verso una forma grave e quindi fa una forma più blanda, esattamente come avveniva con il Covid. E questo dipende naturalmente dalla capacità di difesa da parte di ogni organismo: ognuno ha un proprio sistema immunitario che reagisce in maniera diversa, quindi siamo tutti diversi uno dall'altro. Poi è chiaro che bisognerà studiarlo anche di più. Il Covid lo abbiamo studiato in lungo e in largo e abbiamo capito che c'erano alcuni che andavano molto velocemente verso delle forme impegnative, ed era legato a sistemi immunitari che magari non erano particolarmente efficaci. Questo probabilmente è molto simile.
Lei sui social ha sollevato anche un problema di comunicazione.
Il tema della comunicazione è questo: noi facciamo una comunicazione nel nostro Paese che è veramente molto cervellotica, e devo dire che fa anche un po' l'interesse dei divulgatori, per cui per una settimana non si parla d'altro. La settimana scorsa sembrava che fosse il problema di tutti; c'erano naturalmente quelli che spingevano verso il dire "è un problema" e quelli che dicevano "non è un problema", quindi quelli che minimizzavano e quelli che massimizzavano. Ci vuole una comunicazione più posata, equilibrata. Io vedo quello che fa la BBC, vedo quello che fa la CNN, vedo quello che fa il Guardian — e non stiamo parlando di giornali così. Fanno una comunicazione sempre molto lineare, dove cercano di dare i fatti: cosa sta succedendo, dove è la nave, cosa succede, quali sono i contatti, intervistano persone. Anche sulla comunicazione noi siamo profondamente indietro, e poi non ci si stupisca che la gente nel nostro Paese si abbevera quasi unicamente dai social.
La comunicazione ormai, a parte le persone più anziane, passa quasi tutta dai social. I giovani fino a 40-45 anni i telegiornali non li guardano più, i giornali non li leggono più. Però qualche volta una domanda bisognerebbe anche farsela: perché tutto questo succede? Probabilmente bisognerebbe fare una comunicazione un po' diversa. Se i giornali e le televisioni rincorrono i social saranno sempre perdenti. Dovrebbero avere un approccio diverso, dovrebbero fare servizio pubblico, dovrebbero fare delle cose molto diverse da quelle che vengono fatte.
Lungi da me volermi mettere in contrapposizione: mi pare evidente, dai numeri che io vedo sulla mia pagina, che la gente ha voglia di sapere. Al di là di quattro scemi che scrivono "sei un terrorista", la gente ha voglia di sapere, ha voglia di sapere anche da fonti appropriate, da chi studia l'argomento e cerca di rendere la materia semplice. Questo dovrebbero fare, a mio parere, dei bravi giornalisti, sia della carta stampata che della televisione. In realtà mi sembra che in Italia ci sia una continua rincorsa a fare quello che fanno i social e poi alla fine si finisce per essere perdenti.
Certo che poi è un rischio, perché mentre su un giornale ci dovrebbe essere il filtro di una certa professionalità, sui social chiunque si può improvvisare.
Sì, c'è da dire che oggi, assolutamente sì, sui social naturalmente circola tanta spazzatura. Però sa, anche lì ormai la gente ha imparato a conoscere chi c'è sui social: c'è il professionista, c'è il divulgatore scientifico che pesa un po' le parole. Io credo che su un argomento come quello della salute la divulgazione debba appoggiarsi a dei giornalisti professionisti nel campo della salute, cioè dei medici che a un certo punto decidono di fare i giornalisti, oppure ai medici e agli scienziati stessi. Tanto è vero che se guarda le pagine più seguite in questo Paese, quando si parla di queste cose, finiscono per essere le pagine di alcuni professionisti: la pagina del professor Burioni, la pagina del professor Bassetti. La settimana scorsa ho fatto quasi 50 milioni di visualizzazioni, quindi vuol dire che la gente viene sulle pagine fatte bene.
Mentre perché siamo tornati a parlare di Ebola e perché l'OMS ha diramato l'allerta globale?
Intanto perché è cambiato completamente lo scenario rispetto a com'era stato negli ultimi vent'anni. Negli ultimi vent'anni noi avevamo sempre visto delle epidemie di Ebola in Africa che però avevano quasi unicamente riguardato la Repubblica Democratica del Congo, l'ex Zaire. Lì si era quasi sempre localizzata l'epidemia: fondamentalmente riguardava uno stato, riguardava un villaggio,una parte del paese, ed era legata alla variante Ebola-Zaire, abbastanza nota e conosciuta, per la quale non esiste un vaccino.
Questa volta qual è la grande differenza? La prima è che non siamo di fronte alla variante Zaire, ma siamo di fronte alla variante Bundibugyo, che è diversa e anche meno nota. La seconda è che ha valicato alcuni confini importanti: non siamo solo nella Repubblica Democratica del Congo, ma ci sono dei casi anche in Uganda. Siamo usciti da quelle che erano le localizzazioni tipiche dei villaggi, dove era anche più facile limitarlo. Siamo arrivati in un contesto di guerra, in un contesto di incertezza politica. Quindi è chiaro che nel momento in cui un'epidemia si sposta da un posto facilmente controllabile a uno meno controllabile, oltretutto con un ceppo diverso e una mortalità del 50%, fa paura. Anche perché l'Africa è un continente molto grande, per cui se si dovesse espandere l'epidemia ad altri paesi, ad altre situazioni, o arrivare in qualche grande città, diventerebbe davvero difficile contenerla.
Come si sta comportando il governo? Come dovrebbe comportarsi? In generale ci sono dei gap nella sorveglianza epidemiologica nazionale e globale?
Diciamo che per quanto riguarda l'Hantavirus, che è stato il primo banco di prova di questo governo in materia infettiva post-Covid, complessivamente mi pare che il governo si sia mosso bene, nel senso che ha fatto un protocollo, ha definito i casi, ha detto che siamo pronti. C'è da dire però che rimane un fardello importante, che è quello di non aver votato a favore del piano pandemico dell'OMS nel maggio 2025. Quel piano pandemico, pur non essendo stato ancora utilizzato, è comunque uno strumento molto utile per tutte queste situazioni: avere un piano pandemico condiviso a livello internazionale aiuterebbe molto nel momento in cui ci dovesse essere un'emergenza. Il fatto che 124 paesi abbiano votato a favore e l'Italia si sia astenuta — con una posizione un po' pilatesca, né a favore né contro — è una posizione che sinceramente non capisco, se non quella di voler scimmiottare gli americani. Però abbiamo capito che scimmiottare gli americani non aiuta molto, non solo in queste situazioni ma anche in altre in cui l'Italia ha preso le distanze dagli Stati Uniti.
In questo momento gli Stati Uniti non sono più il punto di riferimento scientifico che erano, per alcune posizioni abbastanza criticabili di Robert Kennedy Jr e di alcune decisioni che sono state prese, prima tra tutte quella di uscire definitivamente dall'OMS. Che gli Stati Uniti abbiano scelto di uscire dall'OMS è abbastanza paradossale, voglio dire, visto che l'OMS ha avuto tra i suoi attori principali da sempre proprio gli Stati Uniti. Dispiace che in un momento come questo, dove comunque presto o tardi un nuovo problema infettivo arriverà — che poi sia un problema pandemico o solo epidemico non lo so, ma presto o tardi arriverà — andare disuniti sia sempre un grave errore.