In una puntata della serie della BBC Sherlock, un adattamento moderno delle avventure del detective creato da Arthur Conan Doyle, “mister Holmes” (Benedict Cumberbatch) deve affrontare Charles Augustus Magnussen, il “Napoleone del ricatto”, un “giornalista”, ma sarebbe meglio dire un magnate dell’informazione, l’uomo che ha memorizzato dossier e peccati di qualsiasi potente d’Inghilterra. Verso il finale, Magnussen dice una cosa giustissima: parlando del fratello di Sherlock, Mycroft Holmes (Mark Gatiss), pezzo grosso dell’intelligence britannica e socio del Diogenes Club, sottolinea: “Per chi si occupa di queste cose [ricatti ecc] Mycroft Holmes è l’uomo più potente di questo Paese… Be’, a parte me”.
È un’immagine chiara dei tempi moderni (e si potrebbe, in proposito, scomodare un altro romanzo formidabile, più recente, Il libro dei numeri di Joshua Cohen), in cui l’informazione, malgrado tutto, persino malgrado le bombe (finte o vere che siano), può tutto. Una lezione che in Italia abbiamo appreso decenni fa, con la morte di Mino Pecorelli, che, come lo definisce il figlio, era prima di tutto “un barattatore di notizie”, e cioè un realista, uno che sa come funziona davvero il potere in Italia, quali tasti premere e quali no. Persino il più potente tra gli uomini dell’intelligence non può competere con il più potente dei giornalisti. E questo per un solo motivo: che il giornalista, a differenza dell’agente, può salire su un palco e parlare a volto scoperto.
È in questa luce che mi sembra di poter interpretare le ultime dichiarazioni, presunte e reali, di Sigfrido Ranucci. A partire da quella riportata da Carmelo Caruso sul Foglio, senza grande dovizia di particolari: “Se mi tolgono la conduzione, allora ci divertiamo […] nel mio telefono ho le chat di tutti”. Dichiarazioni che hanno fatto scattare la magistrata dellaCorte d’Appello di Roma Clementina Forleo: “In un Paese normale (attentato falso o vero a parte) Ranucci sarebbe stato già indagato per estorsione e i suoi telefoni sequestrati: solo per tali gravi intimidazioni”. E per finire con quella sul palco a Lavarone (Trentino) per la presentazione del suo libro: “Se il problema sono io e la mia amicizia con Lavitola, allora bisogna andare a vedere tutte le amicizie in Rai. Ci sono amicizie in Rai con Ciavardini, che è uno stragista. […] Allora perché non si chiede l’amicizia di tutti?”
Ferrara firma un editoriale sul Foglio con una biro che invece dell’inchiostro aveva dentro la soda caustica: “Un troglodita che si recensisce da sé e si dà del capolavoro sotto falso nome, che si fa sondare, si crede leader, molla un amico fraterno in carcere a Ferragosto e si tiene stretta la reputazione di vittima del sistema, della censura, quando è un protetto di Telemeloni e dei suoi funzionari, incapaci perfino di mandarlo a quel paese con le sue chat.” Ma perché, a volergli dar ragione, Ranucci è un “protetto” della rete pubblica, al punto che si pensa di sostituirlo alla conduzione di Report senza cacciarlo dalla Rai? Forse perché conosce le regole del gioco e sa giocare benissimo, meglio di tanti altri. Forse proprio come il cattivo di Sherlock Holmes. O come Mino Pecorelli (ma a lui, l’attentato, lo fecero davvero, non per scherzo).