Valter Lavitola, a quanto pare, negli ultimi anni si era preso il mal d'Africa. È un'espressione che, nel linguaggio comune, si riferisce a un forte sentimento di nostalgia provato da chi ha visitato il continente africano e avverte il desiderio costante di farne ritorno. Insomma, il sentimento di chi va in Africa e non vede l'ora di tornarci. Ora, non sappiamo se Valterino si fosse innamorato delle bellezze selvagge del continente nero o, piuttosto, se in Africa avesse trovato terreno fertile per i suoi business. Fatto sta che negli ultimi anni a sud aveva eletto uno dei suoi quartieri generali al di là dell'ormai celeberrimo Cefalù. Lì mandava il suo emissario, Gomes Clesio Tavares, lì aveva anche un altro uomo, il suo socio Benjamin Chimutengo. Noi lo abbiamo intervistato, e dalle sue parole è emersa un'altra passione di Valter Lavitola. L'ex direttore de L'Avanti! in Africa non si occupava solo di carbon credit, nelle sue giornate i pensieri non erano occupate solo da politica, notizie e spaghetti alle vongole, ma anche di caccia. E non si accontentava di beccacce o cinghiali, caccia estrema, costosa ed esclusiva: i safari.
Una storia d'altri tempi, Hemingway ci aveva scritto un libro-reportage nel 1935: “Verdi colline d'Africa”. E allora Valterino è un po' l'Hemingway dei giorni nostri, un po' giornalista un po' cacciatore, che lascia la tavola imbandita per lanciarsi nella caccia grossa nel cuore dell'Africa, con la differenza che Valterino le sue avventure africane ci tiene a tenerle ben riservate.
Secondo Chimutengo, Lavitola si sarebbe avvicinato a lui proprio per quel motivo: “Raccontava di voler investire in Zimbabwe, nel settore della caccia, safari e voleva acquistare un terreno agricolo di circa 5.000 acri. (…) In Zimbabwe gestivo, per conto del governo, la concessione di caccia di Victoria Falls. Quando abbiamo iniziato a parlare di caccia, l'interesse era quello”, un interesse poi virato verso il più redditizio carbon credit.
A conferma delle dichiarazioni c'è un documento, su carta intestata della Parks and Wildlife Management Authority dello Zimbabwe. Il permesso speciale numero 803/2025, emesso il 30 ottobre scorso. Nome del cliente: “Lavitola Ivalter”, passaporto italiano, indirizzo a Roma. Operatore incaricato: Elephant Trails Safaris, il cui conto per i pagamenti delle battute risulta intestato a una società di un nobile iberico-americano, Marco López de Carrizosa Finat, un cognome che in Spagna ha fruttato, nei secoli, marchesati e persino un ducato, oggi prestato a un'agenzia di safari con sede fiscale a Miami. Professional hunter assegnato: un certo Sherpard Katsidzira, licenza numero 169. Caccia prevista dall'1 al 20 novembre 2025, animali permessi: un elefante maschio, un leopardo maschio, un leone maschio. Più, a Chibuwe, un elefante bonus. Chissà se, negli ormai famosi viaggi di ritorno in macchina, deve avere raccontato le sue avventure africane anche a Paolo Mieli. E chissà se il maestro si era già distratto.
Certo, bene precisare, in Zimbabwe è tutto perfettamente legale, anzi fortemente regolamentato e in un certo senso “incentivato”. Se in Italia i bianchetti, quei pesciolini presenti sul menù del Cefalù, sono in realtà illegali da pescare, vendere e persino tenere in un frigorifero. In Zimbabwe preferiscono un leone morto per il divertimento di un ricco turista pagante piuttosto che per mano del primo bracconiere che passa. Elefante, leone e leopardo non compaiono nemmeno nella lista degli “specially protected animals” del regolamento SI 71/2020, visto che, in Zimbabwe, ce ne sono in abbondanza (lo Zimbabwe ospita una delle popolazioni di elefanti più ampie al mondo, stimata in oltre 80.000-100.000 esemplari, ben al di sopra della capacità di carico sostenibile di alcune aree). Ed è tutto perfettamente legale anche in virtù della fitta documentazione burocratica, autorizzazioni, permessi, avvertenze.
Poi, dai leoni, è passato al carbon credit, e viceversa, visto che secondo Chimutengo: “Lavitola mi aveva chiesto di pagare, con fondi della società, il proprio safari di caccia personale, circa 9.300 dollari. Gli feci notare che quei fondi erano destinati ai progetti sul carbonio, non a spese personali. Mi rispose che un medico in Italia gli aveva dato pochi mesi di vita e che voleva andare a caccia per “vivere più a lungo”, cosa che mi è parsa poco credibile, trattandosi comunque di un uso improprio di fondi societari”. Insomma, dalle politiche green alle verdi colline dello Zimbabwe, fra antilopi e giaguari, a Valterino l'Africa doveva piacere proprio tanto...