Sotto la Madonnina sta per scoppiare uno scandalo enorme. È una storia pazzesca che si dipana tra il cuore di Brera e la Svizzera. I protagonisti sono legati all’impero della moda di Giorgio Armani e all’immensa eredità dell’ormai defunto industriale ed ex patron del Milan, Felice Riva, vero oggetto della discordia. Tutto ruota attorno a un antico palazzo da 2000 metri quadri immerso nel cuore di Brera, in via Borgonuovo. Un gioiello ereditato nel 2017 dall’ultima moglie di Riva, la bellissima Vigdis Christiansen. Nel 2022 il gruppo Armani, quando Re Giorgio è ancora in vita, acquista il palazzo dalla vedova a un prezzo decisamente stracciato. Appena 75 milioni di euro piuttosto che 200 milioni di valore effettivo. La signora Christiansen, quattro anni dopo l’atto di compravendita e appena due giorni dopo la morte di uno dei soggetti che hanno trattato l’affare, l’avvocato Diego Lissi, storico fiduciario di suo marito, denuncia tutto in procura a Milano. Accusa lui e l’avvocato Michele Clerici, che è amministratore dei suoi beni e contemporaneamente dirigente delle succursali svizzere del gruppo Armani, di averla fregata con una perizia fraudolenta. Certo, se fosse vero, si tratterebbe di un conflitto di interesse grosso come una casa… anzi, come un palazzo. Peccato che questa sia solo una piccola parte della storia (ne scrive il Fatto Quotidiano a luglio scorso). Questa, infatti, è la versione della signora Christiansen, contenuta nella sua denuncia. L’anziana erede, infatti, pare non se ne sia accorto nessuno, è al medesimo tempo indagata in un’altra inchiesta della stessa Procura, curiosamente, insieme agli stessi soggetti da lei denunciati. Le accuse sono gravissime. Truffa aggravata e autoriciclaggio per aver indotto un’altra erede del suo defunto marito a rinunciare all’eredità di quest’ultimo. Come? Secondo l’impostazione della Procura di Milano prospettando falsi debiti del patrimonio ereditario di Felice Riva e convincendo dunque l’ereditiera a firmare un accordo tombale di rinuncia per un danno da circa 10 milioni di euro. Ricchezza utilizzata poi da Christiansen e complici per costituire diverse strutture con sede in Lussemburgo, Svizzera e Monaco per attività finanziarie e speculative. Secondo la Procura di Milano, che ha da poco concluso la missione rogatoria in Svizzera, una faccenda di gran lunga più opaca. Per capirne qualcosa di più, però, dobbiamo fare un tuffo nel passato. Bisogna tornare al 1965, nel pieno del dopoguerra e del boom economico, quando Felicino Riva, ha appena ereditato da suo padre un impero.
Chi era Felice Riva
Parliamo dell’industria tessile Valle Susa che, però, nel giro di poco – un po’ alla Leonardo Maria Del Vecchio – il giovane erede riduce fin di vita. La sentenza è quella della bancarotta fraudolenta per un crac da 45 miliardi di lire. Felice ha solo trent’anni e finisce ai ceppi. I giornali lo ritraggono come un martire dalla barba incolta, un uomo finito. Dopo appena venti giorni di carcere, però, esce di galera. E come esce se ne fugge in Francia, poi in Grecia e infine in Libano. Un esilio dorato che lo tiene lontano dalle carceri e dalle sue responsabilità di industriale che ha lasciato senza stipendio quasi ottomila famiglie. E mentre in Italia Rino Gaetano canta “Ma il cielo è sempre più blu” (chi gioca d’azzardo, chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo) proprio lì, nella Montecarlo d’Oriente, Felice conosce una donna bellissima di cui s’innamora. L’hostess norvegese della Pan Am, Vigdis Christiansen, sua seconda moglie e futura vedova, nonché erede. Quando torna in Italia, Riva, in un modo o nell’altro (non stiamo qui a spiegare, andate a leggervi la sua storia pazzesca) risolve i suoi problemi con la giustizia ed estingue i suoi debiti. Fa da spola tra Lugano e Saint-Moritz, per poi stabilirsi definitivamente a Forte dei Marmi dove muore nel 2017 all’età di 82 anni. Fino ad allora il suo palazzo di via Borgonovo 21, due chilometri quadrati di superfici nobili immerse nel cuore di Brera, a due passi da palazzo Orsini, sede legale di Armani, è il desiderio di Re Giorgio. Lo vuole a tutti i costi, pare, ma Riva non è disposto a venderglielo. Armani però è disposto a pagargli 3 milioni di euro all’anno di affitto. Follie tra ricchi, certo. La sua collezione primavera estate 2026 sfila proprio in questo meraviglioso gioiello dell'architettura secentesca. Quando Riva muore, però, cambiano le carte in tavola e nel giro di cinque anni va in scena il primo vero atto di questa tragedia ereditaria.
Il Palazzo di via Borgonovo e la presunta truffa
Il gruppo Armani, come scrive il Fatto, tramite la sua Immobiliare Srl acquista Palazzo Borgonuovo da Altiqa, la fiduciaria che gestisce il patrimonio della signora Christiansen. Dell’operazione se ne occupa il suo Cfo, l’avvocato Michele Clerici, esperto di diritto fiscale, partner e direttore del gruppo dal lontano 1993. Al medesimo tempo, Clerici è il responsabile della Giorgio Armani Retail Srl e dirigente della succursale svizzera Giorgio Armani Spa. Questo almeno fino al 22 giugno del 2022, quando si dimette dall’incarico nella spa sette giorni d’anticipo rispetto all’atto di vendita di Palazzo Borgonovo per 73 milioni di euro più due milioni di azioni non distribuite di Altiqa. Clerici, però, in questa operazione non è da solo. Assieme a lui ci sono altri signori. C’è l’avvocato Francesco Cangiano, storico collaboratore di Felice Riva, originario di Benevento, esperto di diritto societario e commerciale specializzato in passaggi generazionali di rilevanti patrimoni aziendali e personali. E poi, c’è il personaggio chiave di questa vicenda. Il notissimo avvocato d’affari di Lugano: Diego Giuseppe Leone Lissi. Sotto la sua egida nella lontana estate del 1993 inizia la sua carriera proprio Michele Clerici, quando Altiqa ancora si chiama Guardian Sa e di cui Lissi è direttore e fondatore, oltre ad essere il fiduciario storico di Felice Riva. Sono proprio loro tre ad occuparsi della compravendita dell’immobile di via Borgonuovo (chi più chi meno).
Sarebbe stato infatti l’avvocato Cangiano – secondo la ricostruzione contenuta nella denuncia depositata dalla vedova Christiansen il 12 novembre 2025 – a dare mandato al noto ingegner Camillo Corona di stimare al ribasso il valore dell’immobile di lusso in Brera. Un calcolo, spiega il Fatto Quotidiano, che era già stato effettuato nel 2016, poco prima della morte del patron Riva, declassando i 2 chilometri quadrati di superfici nobili dell’immobili in luridi scantinati. Un danno da 130 milioni, stimano nell’agosto 2025 i periti del Politecnico di Milano incaricati dalla difesa di Christiansen. Non più 75, ma ben 203 milioni di euro. Questo accade due mesi prima che alla presidenza della Ligustrum Holding Sa divenga presidente, al posto dell’ormai anziano Lissi, proprio Michele Clerici. Appena un mese dopo questo passaggio di testimone, il 9 novembre, Lissi muore. Tre giorni dopo la vedova Christiansen deposita la sua denuncia in procura a Milano contro Clerici e Lissi. Ci domandiamo, ingenuamente, come mai la signora Christiansen abbia impiegato ben 4 anni a smascherare il presunto diabolico piano di Lissi, passato a miglior vita, Clerici e Cangiano. Ad ogni modo, due settimane dopo il deposito della denuncia – racconta la testata svizzera Gotham City – la procura di Milano trasmette una rogatoria alla Confederazione Svizzera. Il punto è che qui gli investigatori sostengono una tesi ben diversa da quella raccontata dal Fatto Quotidiano che, attenzione, non è errata, ma riguarda un’altra inchiesta. Separata, sì, ma che coinvolge esattamente gli stessi soggetti. Gli inquirenti, infatti, sostengono che la signora Christiansen, d’accordo con Clerici, abbia fornito ad un’altra erede di Riva una rappresentazione falsata del patrimonio ereditario inducendola con l’inganno a rinunciarvi firmando un accordo tombale.
Due inchieste diverse, stessi nomi
In particolare Christiansen e complici avrebbero fatto valere falsi debiti fiscali collegati al tristemente noto fallimento del gruppo tessile Valle Susa per convincere questa erede a sottoscrivere un accordo definitivo per la rinuncia a qualsiasi contestazione successiva, con un danno ipotizzato ammontante alla bellezza di 10 milioni di euro. Certo, briciole rispetto ai 200 milioni e passa del Palazzo Borgonovo, la cui inchiesta partita dalla querela depositata da Christiansen, è – ripetiamo – separata. Curioso, però, scoprire che i soggetti coinvolti nelle due indagini siano esattamente i medesimi e sempre attorno all’eredità di Felice Riva. Secondo la procura gli indagati per truffa aggravata e autoriciclaggio avrebbero utilizzato il denaro ottenuto dall’accordo tombale con l’erede per costituire diverse strutture con sede in Lussemburgo, Svizzera e Monaco per attività finanziarie e speculative. Per questo il 5 gennaio dal Ministero pubblico ticinese – in assistenza giudiziaria alla Procura di Milano – dispone la perquisizione, per mezzo dell’Ufficio federale di giustizia, della fiduciaria Altiqa amministrata appunto da Clerici. Sempre a gennaio le autorità elvetiche, però, durante la loro attività inquisitoria si accorgono che alcuni dei trust interessati avevano cambiato trustee (ovvero, detto in soldoni, avevano sostituito la persona o la società incaricata di amministrare e gestire i beni custoditi nei trust). La seconda perquisizione, dunque, ordinata repentinamente il 25 febbraio dallo stesso ministero porta al sequestro di svariata documentazione collocata in un’altra fiduciaria svizzera, con sede a Lugano. Parliamo della Arkai Swiss Trustees Sa, i cui faldoni sono confluiti, nonostante i ricorsi del legale Diego Della Casa, in Procura a Milano. Non è servito invocare il segreto professionale dell’avvocato e quello bancario. Il Tribunale Penale Federale ha emesso una sentenza lapidaria l’11 agosto che ha respinto totalmente il ricorso. Il Tribunale Federale una volta ricevuta la pratica da Bellinzona ha emesso a sua volta una sentenza il 2 settembre che dispone la trasmissione di tutta la documentazione raccolta ai colleghi di Milano. Entrambe le sentenze sono state ripubblicate dalla testata svizzera Gotham city. Ora non resta che attendere gli sviluppi clamorosi che seguiranno a breve. Restano solo due domande a cui rispondere. Perché la signora Christiansen ha denunciato Clerici solo dopo la morte di Lissi e ben 4 anni in ritardo rispetto all’atto di compravendita? La procura di Milano proverà a trovare una risposta.
Due inchieste diverse, stessi nomi
In particolare Christiansen e complici avrebbero fatto valere falsi debiti fiscali collegati al tristemente noto fallimento del gruppo tessile Valle Susa per convincere questa erede a sottoscrivere un accordo definitivo per la rinuncia a qualsiasi contestazione successiva, con un danno ipotizzato ammontante alla bellezza di 10 milioni di euro. Certo, briciole rispetto ai 200 milioni e passa del Palazzo Borgonovo, la cui inchiesta partita dalla querela depositata da Christiansen, è – ripetiamo – separata. Curioso, però, scoprire che i soggetti coinvolti nelle due indagini siano esattamente i medesimi e sempre attorno all’eredità di Felice Riva. Secondo la procura gli indagati per truffa aggravata e autoriciclaggio avrebbero utilizzato il denaro ottenuto dall’accordo tombale con l’erede per costituire diverse strutture con sede in Lussemburgo, Svizzera e Monaco per attività finanziarie e speculative. Per questo il 5 gennaio dal Ministero pubblico ticinese – in assistenza giudiziaria alla Procura di Milano – dispone la perquisizione, per mezzo dell’Ufficio federale di giustizia, della fiduciaria Altiqa amministrata appunto da Clerici. Sempre a gennaio le autorità elvetiche, però, durante la loro attività inquisitoria si accorgono che alcuni dei trust interessati avevano cambiato trustee (ovvero, detto in soldoni, avevano sostituito la persona o la società incaricata di amministrare e gestire i beni custoditi nei trust). La seconda perquisizione, dunque, ordinata repentinamente il 25 febbraio dallo stesso ministero porta al sequestro di svariata documentazione collocata in un’altra fiduciaria svizzera, con sede a Lugano. Parliamo della Arkai Swiss Trustees Sa, i cui faldoni sono confluiti, nonostante i ricorsi del legale Diego Della Casa, in Procura a Milano. Non è servito invocare il segreto professionale dell’avvocato e quello bancario. Il Tribunale Penale Federale ha emesso una sentenza lapidaria l’11 agosto che ha respinto totalmente il ricorso. Il Tribunale Federale una volta ricevuta la pratica da Bellinzona ha emesso a sua volta una sentenza il 2 settembre che dispone la trasmissione di tutta la documentazione raccolta ai colleghi di Milano. Entrambe le sentenze sono state ripubblicate dalla testata svizzera Gotham city. Ora non resta che attendere gli sviluppi clamorosi che seguiranno a breve. Restano solo due domande a cui rispondere. Perché la signora Christiansen ha denunciato Clerici solo dopo la morte di Lissi e ben 4 anni in ritardo rispetto all’atto di compravendita? La procura di Milano proverà a trovare una risposta.