Raffaella Fanelli non è una che parla a caso. Nell'intervista pubblicata ieri su queste pagine abbiamo commentato il parterre di ospiti del "Festival del giornalismo e del libro d'inchiesta" di Sorrento. Un festival che del giornalismo e del libro d'inchiesta lo è solo del nome, e del pluralismo non lo è proprio per niente. Una lista di ospiti allineati, tutti uomini, ben pochi giornalisti, ancora meno d'inchiesta. L'assenza di donne ha fatto rumore, per tamponare gli organizzatori hanno annunciato la presenza di Francesca Albanese, che comunque non è una giornalista e non fa inchiesta, e in un lungo post hanno rivendicato un programma che negli anni ha sempre avuto voci femminili. Nell'intervista con Raffaella Fanelli poi è emerso un dettaglio, la giornalista ha detto che tra i nove ospiti del Festival di Sorrento "c'è qualcuno che non sempre ha rispettato le donne...". Una frase all'apparenza buttata lì, in realtà un invito a guardare più da vicino. Noi lo abbiamo fatto.
Il risultato riguarda due nomi in particolare: Sigfrido Ranucci, conduttore di Report su Rai3, e Nello Trocchia, giornalista di Domani. Entrambi ospiti del festival. Entrambi al centro, in momenti diversi, di vicende giudiziarie legate ad accuse di natura sessuale. Entrambi, va detto subito e con chiarezza, scagionati: nel caso di Ranucci dall'audit interno della Rai, nel caso di Trocchia dalla magistratura ordinaria. I fatti, però, esistono. E, in questo contesto, meritano di essere raccontati.
Sigfrido Ranucci e il dossier della discordia
Era il novembre 2021 quando il senatore di Italia Viva Davide Faraone portò in Commissione di Vigilanza Rai un dossier anonimo dal contenuto pesantissimo. Secondo quel documento, Sigfrido Ranucci avrebbe creato all'interno della redazione di Report quello che le cronache giornalistiche del tempo definivano "un harem terrorizzato": ricatti sessuali, mobbing, avance non richieste nei confronti di alcune colleghe. Il documento descriveva anche favori impropri richiesti a donne della redazione in cambio di assunzioni o opportunità di carriera.
Un dossier in realtà risalente al 2017, che per quattro anni aveva circolato in Rai senza che nessuno aprisse un'indagine. Forse perché ritenuto fuffa. Nel luglio 2021 l'allora direttore di Rai3 Franco Di Mare aveva consegnato a Ranucci la lettera anonima convocandolo per un chiarimento, ma la questione fu silenziata e non arrivò mai al nuovo AD Carlo Fuortes, il quale, quando Faraone sollevò il caso in Commissione, dichiarò di non saperne nulla.
Ranucci reagì definendo le accuse "fango" e attribuendole a un attacco politico strumentale per affossare Report dopo inchieste scomode. La sua tesi difensiva era chiara: lui stesso aveva presentato denuncia in Procura già il 5 agosto precedente, mesi prima che il caso diventasse pubblico. Su Facebook scrisse di voler rispondere alle "ispiratrici del dossier", Il Giornale fece notare il femminile plurale, come se conoscesse l'identità delle persone coinvolte.
La Rai avviò un audit interno, e le colleghe citate nel dossier, sentite nel corso dell'indagine, negarono qualsiasi comportamento scorretto da parte di Ranucci. Nel febbraio 2022 Fuortes dichiarò che le accuse erano "risultate non riscontrate". Caso chiuso, almeno formalmente.
Nello Trocchia e la notte del taxi
Se la storia di Ranucci rimane relegata nell'alveo dei pettegolezzi (anonimi) dei corridoi di Viale Mazzini, la vicenda che coinvolge il giornalista di Domani Nello Trocchia è invece più articolata e documentata. La notte tra il 29 e il 30 gennaio 2023, dopo la festa di compleanno della sua compagna Sara Giudice, Trocchia, Giudice e una collega più giovane condividono un taxi per tornare a casa. Pochi giorni dopo, il 2 febbraio 2023 la collega presenta una denuncia. Sostiene di aver subito atti sessuali non consensuali durante il tragitto, approfittando del fatto che fosse in stato confusionale per l'alcol. Sospetta anche che qualcuno possa aver sciolto qualcosa nei suoi drink. La mattina dopo il compleanno infatti, la denunciante, ancora in stato di torpore secondo il suo racconto, si reca di sua iniziativa in un laboratorio privato e fa analizzare le urine. Il risultato è positivo al GHB, la cosiddetta "droga dello stupro". Quando la notizia si diffonde, la Procura dispone una controanalisi all'Università di Tor Vergata: esito negativo. Gli avvocati della denunciante contestarono le modalità della controanalisi e chiederono un test del capello, che avrebbe potuto rilevare la sostanza in una finestra temporale più ampia rispetto alle urine. La richiesta fu rigettata.
C'è poi un'altra irregolarità procedurale documentata: la pm Barbara Trotta aveva chiesto l'archiviazione del caso senza mai sentire personalmente la denunciante — una violazione del Codice Rosso secondo l'avvocato della ragazza, che lo denunciò subito. Il caso arrivò perfino in Parlamento, dove la senatrice Campione lo citò come esempio di mancata applicazione della legge. Solo nell'udienza di dicembre 2024 davanti al GIP — quasi due anni dopo i fatti — la ragazza poté finalmente raccontare la sua versione.
Agli atti del processo figura anche un video della serata in cui Sara Giudice, seduta di fronte alla ragazza, le dice per due volte "Quanto sei bona" mandandole un bacio. Tre testimoni della difesa avevano dichiarato agli inquirenti di non aver notato "attenzioni particolari" nei confronti della ragazza.
La vicenda si è conclusa nel dicembre 2024 quando il GIP di Roma ha archiviato l'indagine, affermando che quella sera "vi furono atti di natura sessuale", che tutti e tre avevano bevuto ed erano "quantomeno brilli", ma che le effusioni "non furono compiute con violenza fisica o minaccia". Trocchia e Giudice sono stati scagionati.
Ricordare questi casi, compresi i loro esiti, non vuol dire ignorare le indagini e le archiviazioni, ma significa chiedersi legittimamente cosa un Festival comunica quando sceglie i propri ospiti. Tanto più quando alcuni di quegli ospiti, nel loro lavoro quotidiano, non esitano a fare la morale agli altri proprio su questi temi. E allora sarebbe stato bello, insieme a nove uomini, sentire anche la voce di una sola giornalista donna, per dare un segnale e mostrare un volto, quello di un altro giornalismo che esiste e che per ora, quest'anno, è stato ignorato.