Il primo nemico di Giacomo Maiolini è il tempo, ma anche la sua grande ispirazione. Quarant’anni fa nasceva la Time Records, una piccola etichetta discografica bresciana indipendente, destinata a diventare la più importante in Italia per vendite nel mondo. Nonostante il cuore di Giacomo segua un battito tutto suo è lui, però, a dettare il ritmo per miliardi di persone. 5 Grammy Awards, 2 Mtv, 292 dischi di platino, 93 ori e tanti altri premi che, se stiamo qui a citare, facciamo notte. Il Presidente Mattarella, per altro, l’anno scorso ha ricevuto Maiolini in Quirinale per conferirgli l’alta onorificenza di Cavaliere della Repubblica: e per la sua attività imprenditoriale e per quella filantropica per i bambini cardiopatici a San Donato e le donne incinta in Indonesia. Con la sua musica Giacomo ha salvato molte vite, ma è certo che la musica abbia salvato la sua, di vita. Una mattina la sveglia non suona e lui perde il posto di lavoro in banca. E’ andata bene così, però, perché Giacomo, quando ha rischiato tutto e si è buttato nel mondo della discografia, non sapeva che avrebbe dato vita a fenomeni culturali nell’ambito musicale come l’Eurobeat in Giappone, né tanto meno che dalla piccola Brescia sarebbe arrivato a vendere centinaia di milioni di dischi, producendo da Bob Sinclair a Gigi Dag insieme a tanti altri, sfornando vere e proprie hit mondiali, come ad esempio “Nevermind” di Dennis Lloyd, che da un piccolo kibbutz vicino a Tel Aviv è riuscito a superare il miliardo di streams su Spotify. Alla presentazione del suo libro presso la Feltrinelli di Piazza Piemonte c’erano un po’ tutti i suoi amici di Radio Deejay. Da Linus ad Albertino, Rudy Zerbi, ma pure Saturno e il grande Mario Lavezzi seduto in prima fila. Tutti ad ascoltare il racconto di quella vita così satura di lavoro, ossessione maniacale per la musica e tanti colpi di scena. Alla festa in Terrazza Duomo per l’occasione c’erano poi tanti altri personaggi, tra cui anche la mitica Iva Zanicchi, che con Time Records ha prodotto “Dolce far niente”.
Abbiamo fatto allora due chiacchiere, poco prima del suo dj set, proprio con Giacomo a proposito del suo ultimo libro che, edito da Sem Feltrinelli, s’intitola Mai avuto tempo. Iniziamo con questa domanda. Giacomo, non hai mai avuto tempo per che cosa?
Da sempre con il tempo ho avuto un rapporto un po’ particolare. Dalla mattina in cui non ho sentito la sveglia e dovevo andare a fare un colloquio in banca e non ci sono andato, fortunatamente per me, fino ad un pomeriggio in cui capii che volevo fare dischi che uscissero con un mio marchio ed essendoci un orologio lì vicino scelsi di chiamare la mia label Time Records. È sempre stato un rapporto di concorrenza con il tempo, ho sempre cercato di arrivare prima di lui. Magari mi mettevo in testa di raggiungere una determinata cosa, non l’avevo ancora raggiunta che già pensavo a un’altra. Sempre così. Chiaramente questa cosa, da un punto di vista lavorativo, ha il suo perché, però da un punto di vista personale, quando poi non trovi la prossima situazione, diventa un casino, perché non hai più un punto d’appoggio e quindi cadi. Lì sta nella forza di rialzarsi, ricominciare e andare avanti di nuovo.
Come mai pubblichi questo libro proprio adesso? È una scelta ritmica anche questa?
È una scelta piena di ritmo, certo. La gente mi ha sempre detto “ tu dovresti scrivere un libro”, ma la cosa non ha mai interessato più di tanto. Poi l’anno scorso, quando abbiamo fatto i 40 anni di Time Records, alle quattro di mattina un mio amico mi ha convinto e siamo arrivati qui.
L’anno scorso sei stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica proprio da Mattarella. E qualcosa mi fa venire un po’ in mente l’ultimo film di Sorrentino, La Grazia, in cui Servillo interpreta il capo dello Stato che ascolta Guè. A suo modo Mattarella potrebbe essere un fan di Gigi Dag?
Chi può dirlo, sicuramente in quel momento ha contato certo la mia attività professionale, ma anche quella filantropica. Io vado sempre a Bali, da sempre, e lì mi ero imbattuto in una situazione drammatica: c’era questa clinica in una capanna e questa immagine mi ha molto colpito. Ho pensato, “devo fare qualcosa per questa situazione”, così ho coinvolto tutti i miei amici della musica. Abbiamo fatto 3.20, abbiamo realizzato Time To Love e abbiamo costruito questa clinica che si occupa gratuitamente di aiutare donne incinte. Poi abbiamo sostenuto altre onlus, tra cui anche bambini cardiopatici a San Donato, a Milano, perché sono cardiopatico da tanti anni, e altre onlus qui di Brescia.
Con la musica hai contribuito a salvare delle vite, ma si può dire anche che la musica ha salvato la tua di vita?
Io direi che la sveglia ha salvato la mia, perché non sono un tipo da lavoro in banca.
Ne abbiamo le prove. 5 Grammy Awards, 2 premi Mtv, 292 dischi di platino, 93 ori e tanti altri che, se stiamo qui a citare, facciamo notte. Lo hai sempre voluto?
Decisamente no. Al giorno d’oggi, i ragazzi della nuova generazione quando iniziano pensano subito a quanto possono guadagnare, quanto tempo occupa loro questo tipo di lavoro. Io non ho mai fatto questo. Ho iniziato, poi c’è stato il successo, ma è stata tutta una conseguenza del mio impegno, della mia ossessione nel lavoro. Poi chiaramente gioca un ruolo importante anche la fortuna, secondo me. Quando ho iniziato, grazie alle mie idee, mi sono trovato nella situazione di creare un filone musicale che in Giappone ha funzionato molto per vent’anni: ho creato l’Eurobeat. Ci sono state anche delle situazioni fortunate, perché la bravura conta, ma è un insieme di tante cose.
Tu sapevi che stavi dando vita all’Eurobeat e sapevi che questa cosa avrebbe fatto scatenare una marea di giapponesi?
No, perché quando ho iniziato seguivo due produttori americani che mi piacevano molto: Patrick Cowley, che era il produttore di Sylvester, e questo italo-canadese, Bobby Orlando. Mi piacevano molto le basi, perché erano un beat veloce. Io ho preso spunto da queste basi mettendoci sopra delle melodie un po’ italianizzate e questa combinazione in Giappone fece impazzire tutti. Tra l’altro non sapevo neanche dove fosse il Giappone, finché un giorno, a fine ’89, si sono presentati da me due giapponesi, un ragazzo della mia età più un signore che voleva lavorare con me. Dissi loro che avevo da fare, dopodiché questi si ripresentarono al Midem, la fiera della musica mondiale. Io prendevo tempo, perché non sapevo bene che fare e non ero così interessato. Questi signori allora sono venuti a Brescia, sono rimasti con me per tre giorni finché, preso dallo sfinimento, ho detto: se volete lavorare con me queste sono le condizioni. Ho sparato una cifra spropositata pensando che sarebbero scappati via. Invece hanno accettato. È stata lì la mia fortuna, perché poi sono diventati la compagnia indipendente più forte a livello mondiale, quotata alla borsa di Tokyo, e quel signore più anziano è stato anche il ministro dell’economia in Giappone, Tom Yoda.
È anche un mondo, quello della discografia, che non è molto conosciuto dall’esterno. La gente ascolta le canzoni ma non conosce bene le dinamiche interne. Tu in questo libro racconti molto anche di questo: è un mondo eccitante ma anche molto competitivo
Certo, non è uno scherzo. Tanta gente non lo sa: pensa che sia tutto un divertimento. È un lavoro come tanti altri, con le sue complicazioni, e ti devi impegnare, anzi più che impegnare se vuoi raggiungere risultati.
Qual è stato il momento più difficile nella tua vita sotto questo aspetto?
I momenti difficili non sono dettati dal campo lavorativo. Le situazioni difficili sono dettate da quel che è dentro di te. Dal momento in cui non sapevo quale dovesse essere il passo successivo, si fermava tutto ed entravo un po’ in crisi, finché non trovavo il bandolo della matassa per poi ripartire.
C’è un esempio particolare?
Faccio un esempio così capisci subito. Ozone: singolo più album numero uno in tutto il mondo tra il 2024 e il 2025. E davanti a me c’era tutto nero, una grande svogliatezza. Non avevo più voglia di sentire la musica, non me ne fregava nulla. Una situazione durata più di un mese. Dentro di me dicevo: no, devo uscire da questa situazione. Alla fine poi ne sono uscito e sono ripartito.
Il mondo della discografia per forza di cosa intercetta le grandi feste, gli eccessi, i vizi. Qual è stata la festa più brutta e la più bella a cui hai partecipato?
Diciamo che partecipo a poche situazioni e lo faccio perché per me è un lavoro. Non lo faccio con lo spirito di andare a divertirmi. Lo faccio perché mi tocca andare. Una cosa vale l’altra, non faccio parte di quel mondo di feste.
Qual è stata la scommessa più rischiosa che hai dovuto affrontare?
Ogni giorno, secondo me, è una scommessa. Firmare un disco lo è. Portare avanti da 42 anni una cosa è una scommessa, anche perché la gente non lo sa: noi non siamo come le multinazionali che hanno i top artisti. Io sono andato avanti 42 anni, a parte alcune eccezioni, con produttori che facevano un disco e tante volte, anche se non gli piaceva, diventava un successo mondiale e poi non era più capace di fare il secondo. Sempre così, sempre alla ricerca del nuovo. Adesso siamo in contatto con tutto il mondo: i produttori ci mandano, e anche i non produttori, perché a noi arrivano 50, 60, 70 demo o dischi al giorno da ascoltare. Con i computer e l’intelligenza artificiale pensano tutti che sia facile. Invece non è così: ci deve essere creatività, non l’automazione. Ad esempio il pezzo “Nevermind” di Dennis Lloyd lo scoprii per caso perché un ragazzo che lavorava da me in ufficio lo stava ascoltando su youtube. Presi un aereo, andai a Tel Aviv e giunsi fino in un kibbutz. Lloyd aveva scartato questo brano, non gli piaceva. Non voleva che io lo producessi e anche i miei colleghi non ci credevano. Alla fine però poi il progetto è andato in porto e il pezzo ha superato un miliardo di stream su Spotify. Lloyd, però, non ha più prodotto nulla dopo.