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La “nullità relativa” salva il cardinal Becciu e ci ricorda che l’unico condannato in certi ambienti resterà sempre e solo Gesù Cristo

Emanuele Pieroni

18 marzo 2026

La Corte d’Appello vaticana ha dichiarato la nullità relativa del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, annullando la condanna a carico del cardinale Angelo Becciu. La decisione riapre uno dei casi più discussi degli ultimi anni nel Vaticano, alimentando dubbi su trasparenza, diritto alla difesa e gestione interna della giustizia ecclesiastica e certezze su "così è perché così è sempre stato"

Foto di: ANSA

La costante del tempo degli uomini è la morte, quella del tempo della Chiesa è l’eternità. È una di quelle frasi che senti una volta – magari mentre sei un giovane cronista velatamente minacciato da un prete - e non te la scordi più. Perché puntualmente torna in testa, ogni volta che ci si trova a accorgersi che l’unico condannato vero, in certi ambienti, resterà sempre e solo Gesù Cristo. E pure senza meritarselo. Insomma, un precedente solo in circa 2000 anni e, per di più, ingiusto. Non erano, evidentemente, i tempi della “nullità relativa”, concetto generato non dalla stessa sostanza del Padre, ma dalla mente di uomini. Di Chiesa, sia inteso, ma uomini. Così, se Tiziano Ferro cantava “rosso relativo”, la canzone del giorno potrebbe essere “porpora relativa”, con parole e musica a cura del cardinal Becciu. Per ora la sua condanna è stata annullata e adesso la costante del tempo tornerà a essere l’eternità se andiamo a fare i conti – sia perdonato il cinismo – con quella che invece è la costante degli uomini. Tutto da rifare, in estrema sintesi, anche se è impossibile pensare che potrà esserci davvero il tempo per arrivare da qualche parte.

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Il cardinale Angelo Becciu

Ma andiamo per ordine. Cosa è successo? Semplicemente la teocrazia è inciampata (o ha finto di inciampare) sulla sua stessa (paradossale) pretesa di modernità. La notizia che la Corte d’Appello vaticana abbia decretato la "nullità relativa" per il processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, quello che il volgo definisce il "processo del secolo", è l’ennesimo capitolo di una messinscena millenaria dove il sipario non cala mai. Sua Eminenza il cardinale Angelo Becciu, l’uomo che si muoveva tra i segreti del Palazzo e che si è ritrovato a masticare la polvere di una condanna a cinque anni e sei mesi per un peculato senza arricchimento — ossimoro giuridico degno della miglior casistica gesuitica — oggi respira. Respira l’aria viziata di una libertà vigilata dal diritto canonico e civile, grazie a un’ordinanza di sedici pagine firmata da monsignor Arellano Cedillo e soci che, con un colpo di spugna intinta nel curaro, ammette ciò che – bisogna dirlo - era evidente a chiunque non fosse accecato dal sacro furore inquisitorio: il diritto di difesa è stato calpestato, gli atti sono stati occultati dietro omissis da agenzia d'intelligence di serie B e il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, ha giocato a nascondino con le carte dell'istruttoria.
Gli avvocati Viglione e Marzo, ieri, hanno cantato vittoria, spiegando di aver finalmente visto riconosciuta l’illegittimità di quei Rescripta papali — atti legislativi segreti, feticci di un assolutismo che mal si concilia con le pretese di "giusto processo" — che avevano trasformato l'aula in un tribunale d'eccezione. La verità, per chi ha il cinismo necessario a decriptare i silenzi d’Oltretevere, è che questa "nullità relativa" è la perfetta exit strategy per un sistema che ha osato troppo e ora deve rientrare nei ranghi senza perdere la faccia. In psicologia questa dinamica la chiamano "dissociazione strutturale": la Chiesa condanna per purificare l'immagine pubblica, ma poi annulla per preservare la propria architettura. Si ordina la rinnovazione del dibattimento, si impone il deposito integrale degli atti entro il 30 aprile 2026, si fissa una comparizione per il 22 giugno 2026. Date lontane. Siderali. Bibliche. È la vittoria del Tempo della Chiesa sul tempo degli uomini, che deve fare i conti con una memoria collettiva labile quanto l'incenso in certe domeniche a Messa, che ti si infila nel naso in maniera quasi fastidiosa ma poi svanisce quasi subito e te ne scordi.

Becciu è "salvo", dunque? Formalmente sì. Ma nella realtà psicologica di un ambiente che non dimentica e non perdona, resta un parìa vestito di porpora. La sua rinuncia al Conclave, quell'atto di obbedienza che profuma di “do ut des” più che di sacrificio rituale, è la prova che il potere ecclesiastico non necessita di sentenze definitive per annientare l'individuo. Basta il sospetto, la gogna, il "non detto", ma solo finchè si tratta di parti del gregge più che di pastori verso i quali,in fondo, un modo si troverà sempre per finire in pareggio. E poco importa se le chat della Chaouqui e della Ciferri rivelano macchinazioni da capire fino in fondo. Tanto sarà pure vero che la forma è sostanza, ma l’importante è che la sostanza resti sempre l’ipocrisia. In fondo l'unico condannato vero, l'unico che non ha mai goduto di "nullità relative" o di vizi di forma, resterà sempre e solo Gesù Cristo. La rinnovazione del dibattimento per Becciu, signori, non è la ricerca della verità, ma la gestione di un danno d'immagine. Si riparte quasi da zero, ma con l'ombra di una sentenza che "mantiene i propri effetti”: è la maestria di trasformare il fallimento in rinvio secondo il dogma di non arrivare mai a una conclusione scomoda. Tutto scorre. Tutto si occulta. E, alla fine, tra un omissis e una nullità relativa, nessuno ne parlerà più, badando in ogni caso bene a crocifiggere chiunque tranne i propri peccati.

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