“Meloni governa bene”. Camillo Ruini, il cardinal Camillo Ruini, l’ha detto non troppi mesi fa. Poco prima, insomma, che per Giorgia Meloni cominciassero i guai. Con Ruini ha sempre funzionato così: il giudizio positivo espresso pubblicamente è sempre stato il suo modo di far suonare un qualche allarme nella storia politica, e partitica, di questo Paese. Da ieri, però, a Camillo Ruini abbiamo detto addio. Si è spento a novantacinque anni. E con lui svanisce l’ultimo monumentale esemplare di quella fauna curiale capace di piegare la graniticità della fede alle supreme esigenze della sopravvivenza terrena. L'eminenza grigissima di Sassuolo ha attraversato da protagonista assoluto oltre un ventennio di storia repubblicana, incarnando un dualismo magnifico e terribile: un po’ santo, per quella devozione filiale a Giovanni Paolo II e quel rigore teologico inattaccabile che gli fece persino negare i funerali a Piergiorgio Welby; un po’ diavolaccio, per quell’istinto predatorio tipicamente ecclesiastico che gli permetteva di fiutare il potere prima ancora che questo si palesasse nelle aule parlamentari. In tutti i suoi distorti equilibri.
Il capolavoro assoluto del ruinismo? S’è consumato al tramonto della Prima Repubblica. Negli anni fecondi e torbidi che precedettero il cataclisma di Tangentopoli, mentre la Democrazia Cristiana di Ciriaco De Mita banchettava (ignorante ma non ignara) con il Psi di Bettino Craxi, Ruini ebbe un’illuminazione (o una soffiata?) quasi divina e laddove i leader dello Scudo Crociato vedevano un’eterna egemonia, l’allora Segretario generale della Cei vide il baratro. Capì, prima e con incomparabile lucidità rispetto a tutti quelli di piazza del Gesù che la Balena Bianca non era semplicemente in crisi: era già quasi ammazzata. Condannata dalla storia e dai propri peccati.
Da qui il colpo di genio, di un cinismo politico sublime e in qualche modo pure ispirato al tema della resurrezione: se il corpo della DC doveva perire, il patrimonio genetico dei democristiani andava preservato attraverso una spregiudicata diaspora. Ruini si oppose, addirittura, all’accanimento terapeutico per la DC - scendendo a patti con quella parte di DC che aveva sempre esecrato ma che aveva capito sarebbe stata l’unica “resa salva” grazie alle manifeste collaborazioni segrete – e si improvvisò seminatore. Fecondò il nascente bipolarismo italiano cospargendo democristiani ovunque. Inoculando il virus del moderatismo cattolico in ogni singola fazione in via di assemblaggio. Coccolò Scalfaro e tutta quella frangia di sinistra della democrazia cristiana che era riuscita (proprio come previsto) a salvarsi. Ma contestualmente benedisse la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nascita di Forza Italia (a patto che vi accogliesse quei democristiani che con i democristiani di sinistra non volevano avere più niente a che spartire) e del Ccd (mantenendo vivo anche il richiamo a un simbolo che era stato identitario e che si sarebbe rivelato strategico). Distante dal Vangelo? Un po’ sì, ma, con spirito samaritano, volse anche lo sguardo a sinistra, verso la Margherita e il futuro Pd. Non importava sotto quale bandiera militassero, l’importante era che i democristiani continuassero a esistere. Il dogma ruiniano era d’altronde chiarissimo: essere anche attaccati, ma mai irrilevanti. E, soprattutto, mai realmente fagocitati.
Il primo che dovette capire che quel “mai fagocitati” doveva essere dogma fu Romano Prodi, quando il suo Ulivo divenne un po’ troppo a trazione sinistrorsa. Di Prodi, Ruini aveva persino celebrato le nozze, ma non ebbe problemi a divenirne nemico giurato. E a uno sgambetto rispose con un terremoto: il sabotaggio del disegno di legge Dico sulle unioni civili nel 2007 commentato con raggelante candore: “Ho fatto cadere Prodi! Le unioni civili: questo era il mio campo di battaglia”. Una mossa da stratega vero che fece il paio con quella di due anni prima, con il capolavoro tattico dell'astensionismo cattolico al referendum sulla legge 40. Gli ultimi anni da emerito lo hanno visto assistere al tramonto della sua stessa era; con Papa Francesco alla guida della Chiesa e Matteo Renzi alla guida dell’Italia, Ruini s’era praticamente eclissato. Salvo farsi sentire qualche mese fa per quell’ultimo colpo da santo diavolaccio: “Meloni governa bene”.