Oggi è morto Carlo Ginzburg. Aveva 96 anni ed era uno degli storici italiani più importanti del Novecento e uno di quelli che hanno cambiato il modo di fare storia nel mondo. Non è una frase vuota o pomposa, ma un dato di fatto. Detta così, però, sembra una cosa che riguarda professori universitari, dottorandi e convegni. In realtà Ginzburg riguarda anche chi passa le serate ad ascoltare Stefano Nazzi, a guardare documentari true crime o a ossessionarsi per quel dettaglio che agli altri è sfuggito. Già, perché Carlo Ginzburg aveva capito una cosa molto prima di tutti gli altri: gli indizi raccontano storie.
Nel 1976 pubblicò Il formaggio e i vermi, un libro diventato un classico della storiografia contemporanea. Il protagonista non era un re, un generale o un papa, ma un mugnaio friulano del Cinquecento, Domenico Scandella detto Menocchio, processato dall'Inquisizione per le sue idee religiose. Menocchio sosteneva che all'origine del mondo ci fosse stata una massa confusa, come il latte che diventa formaggio, e che da quella materia fossero nati dei vermi. Quei vermi erano gli angeli. Detta oggi sembra la teoria di un utente particolarmente creativo di Reddit. A Ginzburg interessava capire come un uomo nato in un piccolo villaggio del Friuli fosse arrivato a immaginare una cosmologia del genere. Da dove arrivavano quelle idee? Che libri aveva letto? Con chi aveva parlato? Cosa raccontava quel delirio sull'Europa del Cinquecento? La risposta non stava nei grandi eventi ma nelle tracce: una deposizione, una frase detta durante un interrogatorio, un tomo trovato in una casa, una contraddizione. Ginzburg passò la vita a fare questo: seguire tracce, come un investigatore della storia (solo perché “indagatore dell'incubo” era già stato preso!).
Nel 1979 diede un nome a questo metodo in un saggio diventato famosissimo, Spie. Radici di un paradigma indiziario. L'idea era semplice: molte forme di conoscenza funzionano come il lavoro di un cacciatore, di un medico o di un investigatore. Si parte da dettagli minimi e apparentemente insignificanti per ricostruire una realtà più grande. Oggi sembra una cosa normalissima, visto che siamo immersi nell'epoca degli indizi. Podcast, serie tv, documentari, forum online, video di analisi. Tutti cercano il dettaglio nascosto. Tutti vogliono essere quelli che hanno capito qualcosa che gli altri non hanno visto. Garlasco, insomma, non è lontano dal Friuli del ’500. La differenza, però, è che Ginzburg non cercava conferme. Il complottista parte dalla conclusione e poi seleziona gli indizi che la sostengono. Ginzburg faceva il contrario. Partiva da un indizio e accettava il rischio di scoprire che la sua ipotesi era sbagliata. Sembra una differenza minima, ma questo scarto, in realtà, è la differenza tra la ricerca e la paranoia.
Per questo oggi, paradossalmente, Ginzburg è più attuale di molti commentatori contemporanei. In un'epoca in cui chiunque può costruire una teoria partendo da uno screenshot o da un fotogramma, lui continua a ricordarci che il problema non è trovare indizi. Il problema è interpretarli. Se vi piacciono i detective, i cold case, i misteri storici, le storie costruite pezzo dopo pezzo a partire da frammenti quasi invisibili, probabilmente Carlo Ginzburg vi piace già. Semplicemente non lo sapete ancora.
E forse il modo migliore per ricordarlo è proprio questo: come uno che ha insegnato a generazioni di lettori che nelle pieghe più marginali della realtà si nascondono spesso le storie più importanti.