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16 giugno 2026

Venti coltellate e nessuna voglia di aspettare: la fretta del nipote killer di Chiara Guerra è oltre la cronaca

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

16 giugno 2026

Il corpo della professoressa ritrovato nel Lemene dopo cinque giorni. Il nipote diciassettenne crolla in tre minuti di interrogatorio e confessa l’omicidio nato per l’eredità. Cronaca di un massacro consumato nella legnaia di San Stino e di una simulazione fallita? Sì, ma anche il ritratto spietato di una generazione che non sa aspettare neppure il tempo di una bugia (o di un reel un po’ più lungo)

Foto di: Ansa

Venti coltellate e nessuna voglia di aspettare: la fretta del nipote killer di Chiara Guerra è oltre la cronaca

Il nipote diciassettenne ha confessato e, poche ore fa, il corpo della zia uccisa con venti coltellate è stato ritrovato. A raccontarlo viene facile, come se ormai la ferocia, se è geometrica e silenziosa, non facesse più effetto. Neanche nel cuore di una provincia come quella veneziana, dove tutto scorre un po’ piatto quasi seguendo l’andamento del paesaggio stesso. A San Stino di Livenza, la salma, che galleggiava parzialmente nascosta in un sacco nelle acque del fiume Lemene, è stata trascinata per circa dieci chilometri oltre il canale Malgher, il punto in cui il nipote diciassettenne, ora in stato di fermo e reo confesso, si era disfatto del corpo dopo il delitto.

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Chiara Guerra Ansa

L'ispezione cadaverica, affidata al medico legale Antonello Cirnelli e condotta con il personale specializzato dei carabinieri, ha rivelato la brutalità dell'aggressione. Chiara Guerra è stata colpita con oltre venti coltellate, che hanno raggiunto organi vitali al collo e al torace. Il corpo è apparso fortemente alterato sia dalla permanenza in acqua per circa cinque giorni, sia dal tentativo del minore di appiccare il fuoco alla salma per distruggere le prove. L'omicidio risale a giovedì scorso, consumatosi all'interno della legnaia di famiglia, un locale poi sequestrato dal magistrato Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone. Nonostante il ragazzo avesse tentato di lavare la struttura, i rilievi scientifici hanno evidenziato chiare tracce ematiche.

La ricostruzione della dinamica mette in luce la fredda determinazione del giovane: dopo il massacro nella legnaia, nonostante avesse una mano fasciata da un tutore per la frattura di un mignolo, ha trasportato il cadavere per quasi un chilometro utilizzando una carriola, fino a gettarlo nel canale Malgher. Il diciassettenne ha poi confessato di aver buttato nello stesso corso d'acqua sia l'arma del delitto, un coltello non ancora recuperato, sia il telefono cellulare della vittima.

 

Tutto sarebbe nato da una violenta lite familiare legata alla gestione del patrimonio e dell'eredità. Vittima e carnefice vivevano in una grande palazzina bifamiliare che permetteva alla professoressa, che non aveva legami sentimentali né figli, e al fratello – padre dell'omicida – di abitare in modo indipendente. È qui che è maturato il risentimento del diciassettenne, unito a una bramosia economica che non ha saputo attendere i tempi naturali della successione.

Fin qui la cronaca. Ma una considerazione c’è da farla, anche se fa male: siamo di fronte a una generazione che ha azzerato il valore del tempo e dell’attesa e pure la vita si può cancellare con la stessa facilità con cui si cancella un dato da uno schermo. La simulazione del ragazzo, che subito dopo l'omicidio ha finto davanti ai testimoni uno stato di shock lungo la provinciale, è crollata in pochi minuti di interrogatorio. Anche quello è un non saper aspettare. Un non riuscire a impegnarsi neanche nel provare a tenere il punto. Dopo tre minuti di interrogatorio davanti al magistrato Carmelo Barbaro, il ragazzo ha raccontato tutto. Come se desse noia andare oltre il tempo di un reel.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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