Marco Fassoni Accetti è un enigma. A 43 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, il suo nome torna a riempire le pagine di cronaca. Lo fa periodicamente, con accuse a sé stesso, agli altri, perizie, “rivelazioni” inedite e memoriali. In questi giorni il fotografo è di nuovo al centro dell'attenzione, questa volta in una veste nuova: non più come presunto esecutore di un complotto vaticano, ma come possibile elemento di una rete legata all'adescamento di minori. Una svolta che riapre interrogativi mai del tutto chiariti, a partire dal suo coinvolgimento nella morte di José Garramon, il tredicenne investito e ucciso dal suo furgone nel dicembre 1983.
Per decifrare davvero Marco Fassoni Accetti, per districarci fra le sue presunte o mezze verità, e per ricostruire chi sia davvero abbiamo intervistato Pino Nicotri, giornalista e scrittore fra i massimi cultori del caso. Un ritratto lucido, e spesso impietoso, di un uomo che si è guadagnato fama e attenzione raccontando, raccontando e raccontando…
Innanzitutto, chi è Marco Fassoni Accetti e come entra in questa storia?
Lui inizialmente si autoaccusa di aver avuto parte nel cosiddetto rapimento di Emanuela Orlandi, e come prova esibisce e porta al magistrato Capaldo un flauto traverso che, secondo lui, era di Emanuela Orlandi. La cosa strana è che questo flauto, anziché essere sequestrato dal magistrato, viene portato allegramente in trionfo dal giornalista Fiore De Rienzo di “Chi l'ha visto?” con al seguito di Pietro Orlandi sorridente. Viene portato in trionfo anche a Natalina Orlandi per chiederle se secondo lei il flauto potesse essere quello di Emanuela. Natalina risponde in romanesco: “Po esse, po esse”, che sta per “può essere, può essere”.
Questo inizio è abbastanza strano, per non dire allucinante, perché quel flauto sarebbe dovuto essere sequestrato immediatamente e non esibito come un trofeo a “Chi l'ha visto?” e a seguire.
Punto secondo: non è mai esistita nessuna prova che il flauto fosse di Emanuela, perché non c'erano tracce di DNA. Non c'erano tracce di saliva evaporata sul bocchino. Evidentemente il flauto era stato accuratamente ripulito, onde evitare che si potesse risalire al DNA. Tra l'altro, mi hanno spiegato che il flauto traverso, per essere pulito, ha un apposito attrezzo che si infila dentro per asciugarlo dalla saliva eccetera. Questo attrezzo ha una parte per assorbire e pulire l'interno della canna del flauto, ed evidentemente questo attrezzo, nella parte che pulisce, accumula avanzi di saliva e quindi tracce di DNA. Prudentemente è stato fatto trovare solo il flauto, ma nient'altro.
L'altra cosa strana è che Marco Fassoni Accetti diceva di agire per conto di una fazione vaticana, in lotta contro un'altra fazione vaticana. Ma è rivelatrice il fatto che lui non fa neanche un nome di questi presunti membri di questa presunta fazione vaticana. Forse li ha fatti in tempi recenti perché, ormai essendo morti molti di questi signori, li può nominare senza paura di essere smentito a dovere. Lui ha insistito molto, però non è stato rinviato a processo per quello, è stato rinviato a processo per autocalunnia, e poi una perizia ordinata dalla magistratura lascia intendere che lui, se non è mitomane, poco ci manca.
Poi dice anche che le foto della scena del prelevamento di Emanuela Orlandi sono state date a Enrico De Pedis, che ovviamente, essendo come il prezzemolo buono in ogni minestra, viene sempre nominato a sproposito. Questa è la credibilità di Marco Fassoni Accetti.
Io, a suo tempo, ho scoperto che lui ha frequentato per vari mesi, prima di presentarsi al magistrato, la biblioteca di Villa Leopardi a Roma. Frequentava la biblioteca perché usava uno dei computer a disposizione del pubblico. Come mai per mesi usava quel computer, anziché quello di casa sua, che è molto più comodo? Evidentemente perché ha fatto una marea di ricerche sul caso Orlandi per preparare la sua versione in maniera da renderla smentibile il meno possibile, e servendosi di un computer pubblico rendeva molto difficili, se non impossibili, le eventuali indagini della polizia. Mentre invece, se avesse usato il computer di casa sua, una perizia sul computer avrebbe appurato subito che lui, per mesi, si è informato sul caso Orlandi in maniera da poter recitare la sua parte.
Probabilmente lui è l'autore di alcune delle telefonate del cosiddetto "Americano" e cose di questo genere, perché, essendo un appassionato dei misteri vaticani — soprattutto dell'epoca rinascimentale — non gli pareva vero di potersi intrufolare in una storia come questa, in maniera da sentirsi importante.
A riguardo delle telefonate c'è anche la perizia fonica commissionata nel 2024 dal suo stesso avvocato...
Certo, essendo una perizia fatta di iniziativa propria, e non dalla magistratura, non si può neanche chiamare perizia. La perizia dovrebbe essere ordinata dal tribunale, e fatta da un perito di fiducia del magistrato. Quindi questa storia della perizia si può tranquillamente buttare nella spazzatura, come il flauto, perché non è una perizia. È un tentativo di Marco Accetti di ritornare in pista e di uscire dall'ombra nella quale era finito, man mano che il caso Orlandi ha cominciato a stufare, perché chiaramente si raccontano solo balle.
I supertestimoni, tutti avvalorati con enfasi da Pietro Orlandi, si sono rivelati tutti degli emeriti supercazzola, come nel film “Amici Miei”. Non ce n'è uno che ha detto una cosa vera. Sono tutti esibizionisti che desiderano il loro quarto d'ora di celebrità, ma alla prova dei fatti tutti i vari testimoni e supertestimoni... La cosa curiosa è che, appena qualcuno ha qualcosa da dire sul caso Orlandi, ecco che tutti i giornali, i miei colleghi, parlano di “rivelazioni” — e “rivelazione” si usa per dire che è stata detta una cosa vera. Invece il termine “rivelazione” è un termine abusato, ma i miei colleghi lo usano d'emblée. Quando uno racconta le sue putta**te sul caso Orlandi fa delle “rivelazioni”, e si vede immediatamente definito “supertestimone”.
Questo è l'andazzo con cui si segue quella che è una tragedia — la scomparsa di una ragazza è una tragedia. Questa tragedia è stata fatta diventare uno show a infinite puntate, che attira ovviamente tutti quelli che vogliono esibirsi, compreso Marco Fassoni Accetti.
Lei a suo tempo ha avuto anche uno scontro con Marco Fassoni Accetti a Radio Radicale. Le va di raccontarlo?
Sono stato invitato a Radio Radicale a parlare del caso Orlandi e mi sono trovato lì Marco Fassoni Accetti, il quale non faceva altro che interrompermi in modo provocatorio, in maniera da evitare di rispondere alle domande, evitando di permettermi di continuare in maniera ordinata i discorsi con i quali smontavo le sue affermazioni. Fuori dai microfoni, finita l'intervista, stavamo per venire alle mani, tanto che lui era provocatorio in maniera inammissibile...
Poi l'ho conosciuto meglio. Sono stato anche nel suo ritrovo: ha un bar-balera in un piano interrato. Un locale abbastanza grande, eredità del padre, vicino a Villa Leopardi, al quartiere Africano. Sono stato anche lì, l'ho conosciuto meglio e ho capito il tipo che è. L'ho capito al primo appuntamento... Io sono arrivato puntuale, con qualche minuto di anticipo, e ho aspettato venticinque minuti buoni, per poi vederlo scendere le scale come Wanda Osiris. Poi si è lasciato cadere sulla poltrona come se sulle sue spalle reggesse tutto il peso del mondo. Maglioncino nero a girocollo, stile esistenzialisti parigini. Anche il presentarsi in quel modo — scendere le scale alla Wanda Osiris, lasciarsi cadere in poltrona come se avesse sulle spalle chissà quale peso, l'abbigliamento da intellettuale — evidentemente dipingeva una persona che vuole darsi molta più importanza di quanta in realtà sa di avere.
Ora è tornato in auge con la notizia di questa nuova indagine che lo vede coinvolto in un'altra veste. Non più parte della “fazione vaticana” ma si parla di un giro di pedofilia.
Che lui facesse foto a minorenni... È stato trovato un archivio quando l'hanno perquisito e c'erano tutte le autorizzazioni dei genitori, quantomeno della madre. Accusarlo di pedofilia mi sembra un po' eccessivo. Io ho parlato con alcune sue ex fidanzate: nulla lasciava intuire che potesse essere anche un pedofilo.
È un'accusa alla quale credo molto poco, anche se non è mai stato chiarito il rapporto tra lui e José Garramon, il minorenne che lui ha investito con un furgone Transit, uccidendolo sul colpo. Si trovavano entrambi a Castel Porziano, in un luogo verde dove si davano appuntamento signore e signorini “del mestiere”. Quindi cosa ci facessero lì con un furgone non è mai stato ben chiarito.
Marco Fassoni Accetti sostiene che Garramon non era lì con lui, che l'ha investito casualmente in strada e non perché fosse uscito o scappato dal suo furgone. Questo è quanto lui sostiene, fino a prova contraria. Non ci sono prove decisive che possano far pensare a un caso di pedofilia, anche se non si capisce come José Garramon, dalla sua casa all'Eur, possa essere arrivato fin là da solo, se non portato espressamente da Marco Accetti con il suo furgone.
Vedremo. Esiste la testimonianza del figlio di un gioielliere della zona di Corso Vittorio Emanuele II, secondo cui il ragazzo era stato fermato da un signore che, secondo lui, era Marco Accetti, in compagnia di una donna, perché gli era stato proposto un provino per entrare nel mondo dei modelli e magari poi nel mondo dello spettacolo. Questo, però, è l'unico caso che si sappia di Accetti che ferma un ragazzino per strada e gli propone di fargli delle foto. Non ne sono saltati fuori altri.
Si parla anche dell'informativa di Calipari sul caso di Bruno Romano, che però non ha avuto alcun seguito processuale.
Sì, certo. Vedremo cosa salta fuori da questa inchiesta. Ci sono degli elementi che fanno pensare a questo suo interesse fotografico per i minorenni, che però a quanto pare era legale e legittimo. Anche se lui faceva le foto per inserirli nel mondo dei modelli — ma non risulta che qualcuno sia stato effettivamente immesso nel mondo dei modelli. Quindi sorge spontanea la domanda: che ci faceva con queste foto, che ci faceva con questi avvicinamenti di minorenni? Quindi anche lì c'è una domanda che non ha ricevuto una risposta adeguata. Vedremo.
Quindi qualcosa su cui indagare comunque c'è.
Sì. Ma avrebbero dovuto indagare a suo tempo, quando è saltato fuori questo registro delle foto. Indagare adesso, sono passati tredici anni... Non mi pare che ci siano denunce di pedofilia da parte di qualche genitore. Riciclare il caso Garramon come un caso di pedofilia dopo tutti questi anni... Vedremo come si mette.
Il problema è che lui, per esempio, alla magistratura ha fatto avere, man mano nel corso degli anni, tre memoriali in cui raccontava la sua verità sul caso Orlandi, citando fatti, nomi eccetera — tutti presi dalle cronache. Nessuno di questi nominati da lui ha mai confermato nulla, anche perché, ripeto, molti ormai non ci sono più. In uno di questi memoriali c'è un passo decisivo che dimostra che lui mente. Se vuole glielo leggo.
Certo.
“Sapemmo che si sospettava il signor De Pedis come mandante dell'omicidio dell'avvocato civilista Pecorelli. Facemmo (la fazione vaticana) credere che il signor De Pedis facesse eseguire questo omicidio, per corrispondere agli interessi di monsigor Marcinkus. In quanto l'avvocato (Pecorelli) in una sua pubblicazione presso la rivista 'Osservatore Politico' aveva inserito il nome del monsignore in una presunta lista di ecclesiastici iscritti alla massoneria”.
Qui casca l'asino, perché “facemmo credere che il signor De Pedis fosse l'esecutore di questo omicidio”. Ormai la magistratura aveva già acquisito le intercettazioni dei dialoghi tra Antonio Mancini, ex della Banda della Magliana condannato per vari omicidi, e la sua donna. In queste intercettazioni fatte in carcere si sente chiaramente che lui implora la sua donna di inventarsi anche lei delle panzane su De Pedis, in maniera da potersi spacciare per pentiti e uscire di galera. Lui dice chiaramente: “Non ce la faccio più a stare in questa me*da di galera, se usciamo come pentiti ci danno uno stipendio e una casa gratis, dove ci pagano pure le bollette del gas e della luce”. Tutto testuale, l'ho pubblicato in vari articoli. La magistratura sapeva già che tirare in ballo De Pedis per l'omicidio Pecorelli era una balla assoluta, e quindi non si può far credere che invece la magistratura ci credesse e agisse di conseguenza.
Perché Antonio Mancini si attacca a De Pedis? Perché l'avvocato di De Pedis era fratello di un senatore, ex magistrato, diventato il braccio destro, il pupillo, di Andreotti a Roma, si chiamavano Vitalone. Mancini pensa di poter dire, e di poter far dire alla sua donna, che Andreotti — siccome Pecorelli insisteva sull'opinione pubblica dicendo che Andreotti aveva ricevuto un sacco di quattrini dall'industria chimica di un grande industriale italiano — avrebbe detto al suo amico senatore, di chiedere tramite il fratello avvocato di De Pedis la cortesia di far accoppare Pecorelli. Questo è l'iter della disgrazia di De Pedis, per cui poi è stato fatto diventare il capo della Banda della Magliana. La sua disgrazia è stata di avere come avvocato il fratello di Vitalone. Questa è la catena di montaggio di tutte le balle raccontate su De Pedis — catena di montaggio che nasce lì, in carcere, e che è documentata da questa intercettazione telefonica che io ho reso ben nota.