Marco Accetti è uno che parla tanto. Lo fa dal 2013, quando si autodenunciò come uno dei rapitori di Emanuela Orlandi. Questa volta ha parlato per quattro ore, poi una breve pausa e altre tre senza fermarsi mai: l'audizione più lunga delle ottanta finora registrate dalla commissione parlamentare. Un'audizione fiume, direbbero quellibravi. Ma resta da capire se l'acqua di quel fiume sia avvelenata o meno, diaciamo invece noi, che bravi non siamo, ma maliziosi sì e pure tanto. Più che Accetti sotto torchio, la fatica l'hanno fatta i 40 tra deputati e senatori della commissione parlamentare sul caso di Emanuela Orlandi che per sette ore hanno dovuto seguire il filo di una storia durata oltre quarant'anni, e soprattutto per hanno ovuto districarsi fra le presunte verità di uno dei personaggi più ambigui apparsi sulla scena. Fotografo e regista dalla dubbia moralità, Marco Fassoni Accetti ha fatto la sua comparsa per la prima volta trent'anni dopo la scomparsa della cittadina vaticana. Dal nulla, zero prove e un'autoaccusa.
Per Pietro Orlandi, che con Accetti è stato protagonista di una famosa sceneggiata televisiva, sarebbe “solo un mitomane”. Secondo il giornalista Pino Nicotri avrebbe una “probabilità tra il 5 e il 10% di essere responsabile di quella scomparsa”. Intanto da più di dieci anni Accetti continua ad entrare e uscire dal dibattito ciclicamente, in un eterno ritorno dell'uguale. Al magistrato Giancarlo Capaldo, titolare della precedente inchiesta, ha raccontato di tutto, facendogli nei fatti perdere una montagna di tempo.
Notizie seguite da smentite. Prima il presunto flauto di Emanuela: ritrovato, dice lui. Ma è un modello qualsiasi, acquistabile su eBay. Poi dice di essere l'Americano, il depistatore che per sedici volte telefona fra il luglio e il dicembre del 1983. Ma un'analisi fonometrica lo smentisce. Oggi Accetti parla proprio per uscire da quel clichè. “Non vuole passare per mitomane” ha detto il suo avvocato fuori da Palazzo San Macuto. “Ha detto delle cose riscontrate e riscontrabili, ma poi è la magistratura che deve indagare“. Una testimonianza “di basso profilo” questa volta per un personaggio tutt'altro che discreto. Accetti avrebbe esplicitamente richiesto di tenere segreti i contenuti dell'interrogatorio. Secondo le indiscrezioni sarebbero stati vagliati depistaggi, bugie e possibili complici, di sesso femminile, nella “gestione mediatica” del rapimento, comunicati e telefonate. Accetti poi si sarebbe presentato alla commissione con sotto braccio un suo secondo memoriale: “Memoria a fini di giustizia”, 15 pagine, che avrebbe integrato “con aggiornamenti”.
Cupole all'ombra del cupolone, fra altari e peccati capitali. È questo il contesto in cui, secondo Accetti, si sarebbe consumato il sequestro Orlandi. Lui? Sarebbe stato il braccio “armato”, la manovalanza di un gruppo di potere interno al Vaticano, mai ben definito, che avrebbe usato Emanuela come pedina per condizionare le gerarchie ecclesiastiche. La procura di Roma non lo ritiene attendibile. Solo un mitomane in cerca di attenzioni, un fotografo dalla fervida immaginazione. Anche nella bicamerale qualcuno non era d'accordo con l'ascoltarlo: Maurizio Gasparri, o Gian Paolo Pellizaro, che ha depositato delle relazioni per invitare alla cautela durante l’audizione. Accetti è stato ascoltato in presenza del suo avvocato perché “presso il casellario giudiziario di Roma è risultata in essere pendente una indagine che lo riguarda per fatti collegati in senso lato ai lavori della Commissione”. Quale? Per ora vige il segreto istruttorio, ma qualcuno parla del furto della bara di Katty Skerl, che secondo Accetti fu fatto per eliminare una prova del collegamento tra il delitto Skerl e il sequestro Orlandi. E così, dopo sette ore, resta la stessa domanda con cui era iniziata l’audizione. Se il fiume di parole di Accetti contenga davvero frammenti di verità o soltanto altra acqua torbida.