Marco Fassoni Accetti? Magari sarà un mitomane, un depistatore, un rapitore, un telefonista, un carceriere, ma di sicuro non è un pedofilo. O almeno così dice. È praticamente l'unica cosa da cui non si autoaccusa, ma anzi, si difende. Il fotografo romano è tornato al centro della scena del caso Orlandi. Prima con l'interrogatorio fiume di sette ore di fronte alla Commissione Parlamentare, poi con la notizia, diramata da Repubblica ma firmata Procura di Roma, della sua iscrizione al registro degli indagati per la scomparsa della cittadina vaticana. Ora, dopo la notizia dell'indagine, i suoi avvocati hanno dichiarato di aver sporto una querela per diffamazione e calunnia nei confronti di Pietro Orlandi. La denuncia è stata depositata ben prima dell'annuncio dell'indagine a carico di Accetti, nel dicembre del 2025, e il casus belli è da rilevare in alcune dichiarazioni rilasciate dal fratello di Emanuela davanti alla Commissione Interparlamentare di Inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Pietro Orlandi aveva sparato a zero sulle testimonianze di Accetti: “Considero Accetti un mitomane, per tutte le cose che ha fatto, anche in precedenza. Sappiamo che conoscenze avesse; non lo dico io ma Calipari, che all'epoca indagava su Accetti. Lui stava nel giro della pedopornografia, adescava ragazzini”. Calipari, un nome che è diventato noto alla cronaca per vicende diverse, ucciso da eroe in Iraq mentre portava in salvo la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. Ma prima di essere uno 007, agente del Sismi, Calipari è stato un alto funzionario della Polizia di Stato, dirigente al servizio prima della Questura di Cosenza e poi di quella di Roma. È lì che si imbatte in Marco Fassoni Accetti in tempi non sospetti.
La vicenda sembra uscita dalla Roma pasoliniana. Bruno Romano ha dodici anni quando scompare dal campo del quartiere Africano dove viveva in una roulotte con otto fratelli, è il 1995. Dalle indagini si scopre che il piccolo Bruno frequentava gli ambienti della prostituzione omosessuale della stazione Termini, dove uomini di qualunque età o condizione sociale vanno alla ricerca di baby-prostituti, ragazzini spesso in condizioni di indigenza e difficoltà che offrono prestazioni sessuali in cambio di denaro. Qualcuno potrebbe averlo adescato, si parla di un fotografo di mezza età che i fratelli di Bruno avrebbero visto aggirarsi nel campo per scattare foto della vita quotidiana di quella Roma “sporca e cattiva”. L'uomo inizialmente non viene identificato, poi, nel 1997, un'informativa controfirmata da Nicola Calipari poi diffusa dal programma ‘Chi l'ha visto?', parla di un “Soggetto economicamente benestante con ufficio-studio nel quartiere Africano della Capitale”. Un fotografo “dedito a pratiche sessuali pedofile unitamente alla sua convivente” e abituato a riprendere “con la propria telecamera i suoi rapporti perversi con i bambini”. Quell'uomo sarebbe Marco Fassoni Accetti, già noto alle autorità, si legge nell’informativa, per “estorsione, sequestro di persona e omicidio”. Dalla perquisizione in casa del fotografo emerge soltanto una foto, ritrae una bambina con indosso un paio di mutandine. Lui si giustifica dicendo che è stata scattata alla presenza dei genitori e faceva parte del materiale da mandare all’Agenzia Ofelia, che seleziona bambini che lavorano nel mondo dello spettacolo, circostanza smentita dall'agenzia. Ma l'informativa su Accetti non avrà seguito processuale.
Ma non solo, il documento parla anche del caso che ha portato all'unica condanna di Accetti, la morte di José Garramon: 13 anni, figlio di un diplomatico uruguaiano, travolto dal Ford Transit di Accetti a 20 km di distanza da casa sua. L'informativa dice: “In passato Accetti avrebbe simulato con un incidente stradale, la morte di un bambino straniero avvenuta nei pressi di Castel Fusano. In realtà il bambino era deceduto precedentemente, verosimilmente, a causa della sua perversione”. Anche questa parte non ebbe risalto nelle aule, Accetti era già stato condannato per omicidio colposo e omissione di soccorso, ma ora quelle parole risuonano nella mente dei magistrati romani. E se ci fosse un filo rosso tra la morte di Garramon e la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori? Stesse modalità, stessi obiettivi, stessi (ipotetici) tragici esiti. Soprattutto stessa mano e stessi segreti.
Tutto questo avvenne prima, molto prima che nel 2013 Accetti si autoaccusasse di essere il rapitore della cittadina vaticana, per poi essere bollato come mitomane. Oggi i suoi legali rigettano l'informativa: “non ha avuto alcun seguito di alcun tipo, non avendo prodotto neanche una minima inchiesta di rilevanza penale”, e le dichiarazioni di Pietro Orlandi in commissione avrebbero leso la reputazione del fotografo ormai settantenne.
A chiudere il cerchio, ci pensò Accetti stesso. Nel luglio 2013, sul suo blog, scrisse, parlando delle scene di alcune sue opere mandate in onda sulla Rai come “momenti di pedofilia”: “Per le mie opere mi sono comunque, sia pur in minima parte, ispirato alle tracce di pedofilia riscontrabili nei vari segmenti del mio passato, come in quello di chiunque, condannandola estensivamente anche nell'uso capitalistico che rende ogni minore merce”.
Un uomo che nega tutto, ma ammette qualcosa. Che accusa chi indaga, ma si autoaccusa di rapimento. Che condanna la pedofilia, ma ne rivendica le “tracce” nel proprio passato, come se fosse una cosa normale, comune a chiunque. E ora si apre un altro, ennesimo, capitolo.