“Entreremo nella terza Repubblica. Una democrazia attenta ai territori come voleva Umberto Bossi. Entreremo nella terza Repubblica, una scelta di campo come sognava il Presidente Berlusconi. Entreremo nella terza Repubblica con l'Italia apprezzata nel mondo, come finalmente ci sta accompagnando Giorgia Meloni”. A dirlo è Giovanni Donzelli, che non frena l’entusiasmo per la nuova legge elettorale. Il suo è l’impeto di chi crede di guardare al futuro, al progresso, senza accorgersi che di “terza Repubblica” si parla da vent’anni.
Almeno da quel saggio di Mauro Calise, intitolato proprio La Terza Repubblica. Partiti contro presidenti, in cui si discuteva già non solo della fine della Seconda Repubblica e dell’abbaglio del maggioritario puro (che ci portò a confondere il bipolarismo britannico con il nostro bipartitismo), ma del ruolo fondamentale che avrebbe avuto i leader nella nostra epoca, al punto che sarebbero stati i partiti ad avere scontri con i propri “presidenti”. Si pensò anche che il passaggio alla Terza Repubblica arrivasse nel 2011 col governo Monti e la caduta di Berlusconi, il protagonista indiscusso della Seconda Repubblica.
Lo stesso Calise, poi, tornerà a parlare di Terza Repubblica nel 2013 in riferimento all’ascesa del Movimento 5 Stelle, il terzo che si credeva escluso dalla logica del bipartitismo dei primi anni Duemila. E siamo già a tre “terze repubbliche”. C’è poi la Terza Repubblica di Renzi, quella della riforma costituzionale fallita che porterà alla caduta del premier fiorentino nel 2016. Poi una figura che per certi versi, non chiedetemi perché, associo a Donzelli, e cioè Giggino Di Maio, il 5 marzo 2018 per gioire del successo elettorale (ed è dunque, forse, l’essere galvanizzati dalla vittoria che ci porta a dire scemenze) sancisce: “Oggi per noi inizia la Terza Repubblica”, con annessa pernacchia dell’area riformista (che non vince mai, ma almeno studia e sa che di nuove repubbliche si può parlare solo se cambia l’assetto istituzionale).
Con la riforma del premierato si pensava di chiudere finalmente la partita, tanto che fu Giorgia Meloni stessa a parlare così durante la Convention della Dc a Saint-Vincent a ottobre del 2023: ”Abbiamo sulle nostre spalle una responsabilità storica: consolidare la democrazia dell’alternanza e accompagnare finalmente l’Italia, con la riforma costituzionale che questo Governo intende portare avanti, nella Terza Repubblica”. E sarebbe probabilmente stato così, se la riforma non si fosse arenata l’anno successivo. Ora, con questa legge elettorale mezza buona e mezza no, la pretesa di esser passati a una Terza Repubblica è quantomeno esagerata.
A voler fare i conti, dal ’93 a oggi abbiamo cambiato cinque volte legge elettorale, dunque dovremmo essere almeno alla Sesta Repubblica, dopo quella inaugurata nel 1993 con il Mattarellum, quella del Porcellum del 2005, quella dell’Italicum del 2015 e quella del Rosatellum del 2017. Saranno mica troppe? La Costituzione intanto resta lì dov’è, chiunque voglia cambiare le cose pare non voglia cambiare l’unica cosa che andrebbe aggiornata sul serio. Questa legge elettorale non è certo una rivoluzione, non è neanche una disgrazia totale. Ma il buono si perde nell’inutile.
Togliere le quote rosa nelle liste dei collegi e bloccare il candidato premier prima delle elezioni (dimostrando che si va alle elezioni con compattezza) sono aspetti positivi. Ma si continuerà a puntare ancora molto sulle larghe intese, che più saranno larghe più daranno possibilità a chi vince di ottenere il premio di maggioranza (che ora, con il Rosatellum, non c’era). E finché andrà avanti così servirà a poco contare le Repubbliche che passano.