Partiamo, come sempre deve essere, dalla cronaca. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha azzerato la sua segreteria revocando il mandato a Emanuele Merlino ed Elena Proietti. Le cause sembrano banali, Merlino è stato allontanato per non aver vigilato sulla mancata concessione dei finanziamenti a “Tutto il male del mondo”, documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni. Più prosaica la defenestrazione della donna (ex assessora di FdI in Umbria e figura ascendente nel partito), cioè un mancato viaggio di lavoro a New York ma l’interessata dice che era malata.
Messa così sembra normale routine, cose che possono accadere in ogni ministero per bene. Ma non lo è per due motivi: il primo è che Emanuele Merlino è il figlio di Mario, famoso militante di Avanguardia Nazionale e fondatore del Circolo anarchico XXII marzo. Il secondo è che Emanuele Merlino è un uomo del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, il consigliere politico di Giorgia Meloni. Quindi siamo ai vertici dell’attuale governo. Inoltre, non è sfuggita una recente -era con Mattarella parlando di Regeni- ed evidente sintonia del ministro Giuli con il Colle. Qualcuno pensa che il Presidente Mattarella potrebbe essere il suo “paracadute” per gli ultimi avvenimenti.
Riprenderemo la vicenda alla fine dell’articolo per soffermarci ora sulla sua figura. Alessandro Giuli è un ministro particolare: quando si presentò in Parlamento fece un discorso incredibile, pieno di iperboli, enfasi e termini desueti ed arcaici ma affascinanti. I colleghi giornalisti lo accolsero con il sorriso che accompagna in genere le persone eccentriche ma di fatto capirono subito che era nato un personaggio. Giuli andava a sostituire un altro ministro -e cioè Gennaro Sangiuliano- che aveva fatto bene fino ad allora ma era incappato nella nota vicenda di Maria Rosaria Boccia. La Meloni teneva (e tiene) a raggiungere l’ambito traguardo di governo più lungo della Repubblica (per ora è al secondo posto) e quindi ci fu un semplice rimpasto, senza voto di fiducia.
Ma chi è Alessandro Giuli? Intanto cominciamo subito col dire che è un giornalista professionista. Nato a Roma nel 1975 consegue la maturità classica e compie studi di Filosofia. Ma a Giuli interessa il giornalismo e così inizia la gavetta nelle testate locali per approdare finalmente a Il Foglio, diretto da Giuliano Ferrara. Lì diventa giornalista professionista. Lo troviamo nel 2008 già vicedirettore e nel 2017 addirittura condirettore.
Giuli è anche uno scrittore ed è l’autore di diversi libri tra cui l’interessante “Il passo delle oche. L’identità irrisolta dei postfascisti” (Einaudi, 2007). Altro libro particolare è stato “Venne la Magna Madre: i riti, il culto e l’azione di Cibele Romana” (2012) che affronta tematiche neopagane nell’ottica rautiana ed evoliana. “Gramsci è vivo. Sillabario per un'egemonia contemporanea” (2024), è invece un libro politico che strizza l’occhio alla sinistra.
Tuttavia l’impegno di scrittore non lo ferma dal collaborare con giornali locali come “Il Corriere dell’Umbria”, “Il Tempo” e “Libero”, tutti schierati nel perimetro politico del centro -destra. Nel 2018 -l’anno della vittoria populista dei giallo – verdi, scrive “Sovranismo per esordienti. Individui e potere tra identità e integrazione”. Nel 2019 è opinionista a “Povera Patria” (2019) condotto da Annalisa Bruchi su Rai 2. Nel 2020, l’anno del Covid, è sempre a Rai 2 con Francesca Parisella a “Seconda Linea”. Nel 2021 è a “Otto e Mezzo” condotto da Lilli Gruber e poi anche a “DiMartedì” con Giovanni Flores, il tutto sulla “sinistra” La7 e forse non è un caso. Nel 2022 c’è la travolgente vittoria del centro – destra ed in ispecie di Fratelli d’Italia, partito guidato da Giorgia Meloni e Dagospia suggerisce che Giuli sarebbe potuto divenire portavoce del premier mentre la sorella Antonella è da sempre addetta stampa del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato del Primo Ministro. Nella formazione del governo il suo nome gira ma al suo posto sarà scelto Gennaro Sangiuliano alla Cultura. Sempre lo stesso anno viene eletto Presidente della Fondazione MAXXI, succedendo a Giovanna Melandri. Il 6 settembre del 2024 viene proclamato Ministro della Cultura al posto di Sangiuliano.
Ho fatto una presentazione professionale del Giuli giornalista un po’ lunga, che però mi è sembrata inevitabile per descrivere un personaggio certamente particolare, uno che l’occhio di bue dei riflettori lo cattura al lazzo. Ed ora occupiamoci del Giuli politico. È stato iscritto al “Fronte della Gioventù”, che era l’organizzazione giovanile del MSI. Successivamente milita in “Meridiano Zero”, un movimento di estrema destra sciolto nel 1993. Emerge, nel contempo, come apprezzato intellettuale in una destra che di intellettuali ne ha pochi.
Ma veniamo al suo libro più discusso, “Il passo delle oche” che ha un notevole valore -per così dire- “didattico” raccontando il passaggio dal “fascismo” all’MSI e ad Alleanza Nazionale. Lo fa con un tono ironico che è comunque critico su una intera area non solo politica ma anche culturale e -attenzione- estremamente identitaria. Il libro di Giuli è particolarmente aspro su AN e su Gianfranco Fini di cui critica la mancanza appunto di identità, il tatticismo esasperato e una “antropologia missina” descritta sostanzialmente come “paranoica”, esemplificata nella “sindrome dell’assedio” tipica del mondo da cui proviene Giorgia Meloni (secondo l’autore). Sebbene il libro sia concentrato su Fini, la Meloni emerge come parte di quella “nuova guardia” che cercava di essere “appetitosa con l’elettorato” (sempre secondo l’autore).
Un passaggio (tratto dal capitolo “Le donne di Fini”) di come Giuli vedesse Giorgia Meloni è particolarmente significativo:
“A uno sguardo sommario, Giorgia Meloni alla vicepresidenza della Camera appare come una bambina di cinque anni costretta a giocare con uno jo - jo di bronzo alto quanto lei. Come minimo c'è il rischio di farselo cadere addosso”. Sembra che questo portò ad un confronto molto acceso tra i due ma poi fecero pace. L’ironia del destino lo vede ora essere un suo ministro. Evidentemente ne aveva sottovalutato il potenziale politico.
Ed ora torniamo -come promesso- all’attualità e cioè alla cacciata del Capo Segreteria Tecnica del Mic, Emanuele Merlino. Alla luce di quanto riportato sembra proprio che il ministro Giuli abbia voluto attaccare direttamente Fazzolari, mandando via un suo uomo e quindi si riapre l’analisi del rapporto tra il ministro e la premier alla luce di quello strano libro che abbiamo visto e cioè “Il passo delle oche”. Libro, ricordiamolo, particolarmente critico con le allora donne di AN la cui “andatura” era messa sarcasticamente in discussione scivolando dal ben noto passo militare a quello del più modesto uccello. Il rapporto tra Giuli e Meloni è complesso e certamente il libro suddetto non deve aver fatto piacere alla premier come la stessa Meloni e lo stesso Fazzolari devono aver storto un po’ il naso a libri -sempre di Giuli- in cui si esalta la metodologia gramsciana di sinistra. Giuli disse di essere divenuto amico della Meloni dopo un litigio televisivo ma poi il rapporto deve essere cresciuto e maturato se Giuli è diventato ministro. Ma c’è un “ma”: una cosa è la storia ufficiale ed un’altra è l’inconscio, peggio ancora se non personale ma collettivo perché politico. Infatti quel titolo di libro così birichino deve avere una origine in una sorta di fastidio per una rivoluzione, quella del passaggio dal fascismo, all’MSI ad AN sostanzialmente irrisolta, come dice il sottotitolo. E forse è questa la chiave di lettura utile per capire quello che è successo. Quindi l’attacco indiretto a Fazzolari e quindi alla Meloni non è solo conscio ma è stato tratto numinosamente, per usare un linguaggio caro a Giuli, dall’inconscio politico della destra. Si tratta di una ipotesi, di una suggestione, niente di più, ma che potrebbe essere indicativa di un fastidio ancestrale -ben descritto nel libro- e di una delusione maturata negli anni da un intellettuale passato dal combattimento militante di Colle Oppio alla maestosa complessità della gestione del Potere.
Naturalmente tutto ammantato nella tranquillizzante capsula della quotidianità. Forse questo spiega anche gli screzi recenti con il ministro delle Infrastrutture e vicepremier Matteo Salvini. Bersaglio grosso che giustamente non la deve aver presa bene. Molti nemici molto onore? Ma anche molti nemici molto pericolo e non basta qualche sintonia con il Colle. “Ma davvero lo ha fatto? Si vuole far cacciare? Ormai ha troppi nemici”, questo girava in una chat del partito.
Si tratta, a ben vedere, di confronti tra visioni assai diverse della destra che però ci indicano una chiave di lettura sull’evoluzione storica della forza che sta attualmente governando il Paese.