La cultura è una palude, anzi una laguna, ma si sta rapidamente trasformando in una trincea, perché pare difficile da bonificare. Come sapete il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha licenziato tutto il suo staff. Dopo le scintille alla Biennale con il presidente Pietrangelo Buttafuoco e l’acceso scambio a distanza con Matteo Salvini, ora la frattura è tutta interna a Fratelli d’Italia. La causa? Formalmente i mancati fondi al documentario su Giulio Regeni e la mancata partecipazione di Elena Proietti alla missione del ministro a New York. La ferita è più profonda di quanto non appaia in superficie e Gianluigi Paragone dalle colonne della Verità vi affonda la penna. Lo strappo vero è con Giovanbattista Fazzolari, non esattamente l’ultima ruota del carro, anzi. Stiamo parlando del sottosegretario “al cuore” della Presidenza del Consiglio. “Alla testa, o della ragione, è Alfredo Mantovano”, spiega Francesco Damato da Startmag, che tra l’altro si domanda come mai in principio, quando il dicastero venne fondato tramite decreto legge da Aldo Moro, venne intitolato ai “beni culturali”, piuttosto che alla “Cultura”.
Una C forzatamente maiuscola che nasconde un’ossessione, forse una malattia. Quella per l’egemonia culturale, obiettivo strategico che per quanto ci si sforzi si fa fatica a raggiungere, dato che il ministero della Cultura si sta rivelando, da Sangiuliano in poi, un vero e proprio labirinto in cui i ministri che vi si susseguono rimangono intrappolati, subendo la maledizione del Minotauro. Licenziare Elena Proietti, ex assessora di Fratelli d’Italia assenteista nel volo oltreoceano di Giuli, significa silurare un’esponente di spicco dei meloniani in Umbria. Emanuele Merlino, poi, è uno degli uomini più fidati di Giovanbattista Fazzolari, inserito al MiC di Gennaro Sangiuliano in qualità di “sensore”. Il senso militare del termine impiegato da Paragone nella sua analisi indica una funzione precisa: quella di riportare informazioni. Ora Giuli ha alzato la voce. E con Buttafuoco e con Salvini, di cui in tempi non sospetti - ovvero appena dopo l’adesione al comitato per il sì alla riforma di Matteo Renzi da parte del leader leghista - fu consigliere per le politiche culturali. Cosa ribolle nel sottosuolo di Fratelli d'Italia, dunque? Le motivazioni ufficiali le abbiamo già enunciate, come ha fatto anche il Corriere della Sera, ma un reset così importante all’interno della squadra di partito porta a sospettare dell’altro. Va bene le elezioni per il nuovo sindaco di Venezia, ma il punto forse è davvero un altro, decisamente più strategico.
È interessante notare, più che altro, il luogo e l’ambiente di queste situazioni. In primis la questione di Giulio Regeni è un affare di Stato e Giuli proprio in Quirinale ne ha difeso il pregio, addossando al ministero tutta la responsabilità per il mancato finanziamento. Proprio al Quirinale, poi, Giuli ha intentato una politica “di mano tesa” - per una riforma di settore - nei confronti dell’unica chiesa capace di turbare il sonno al governo: la sinistra targata Pd, quella torre d’avorio dell’intelligenzia che Fratelli d’Italia per più di dieci anni ha logorato dai banchi dell’opposizione. Ma ora che hanno abbattuto le mura di quella Costantinopoli, si sono perduti in un labirinto incomprensibile. Sabbie mobili impraticabili e pericolose, ma forse passaggio obbligato per una metamorfosi che sempre di più pare condurre verso quel “pratone dei nuovi diritti civili” (che qui su MOW in tempi non sospetti avevamo definito "campo minato", poi ripreso altrove) che sembra delinearsi tra le profondità ancora da dispiegare della maggioranza di governo. Una palude, forse, impossibile da bonificare.