Sul tovagliolo in stoffa bianca son rimaste impresse le sue labbra. Pare quasi una sindone moderna, pagana, volgarissima e piena di voluttà, quel tovagliolo. Non di Gesù Cristo, intriso il suo sangue divino, ma di qualche Maria Maddalena che macchia di rossetto, consumata da una passione inconsumata, dai compromessi, dalle soddisfazioni di una vita tranquilla. Un sabato mattina attovagliata da Tommasi, a Milano, guarda il telefono la signorina mentre il cameriere imbraccia il taccuino come se fosse l’artiglieria, pronto a sparare sul portafoglio del suo anonimo accompagnatore, l’inchiostro dell’ordine. Il cameriere ha i lineamenti di un soldato sul fronte, la mascella granitica, gli occhi cattivi e i capelli rasati, proprio come quelli di un militare. Si muove rapido tra i tavoli, prende le comande con civiltà, non necessariamente con gentilezza. È quella la sua linea del fronte, combatte la sua guerra per la libertà con il lavoro. Esposto ai capricci di quell’alta società fatta di famiglie disastrate, smontate e poi ricomposte come strani pezzi di un puzzle andato in frantumi, tra amministratori delegati, amanti, ex mogli e figlie bionde nel fiore dei loro anni, incapaci di parcheggiare propriamente la loro Smart: l’alta borghesia milanese che abita nei paraggi, si riunisce come ogni sabato a pranzo, da Tommasi. Ma non è un sabato qualunque, è il 25 aprile. Bisogna festeggiare la libertà. Ma è forse questa, la libertà? Domanda a sé stessa e con discrezione la signorina da dietro i suoi occhiali da sole a goccia, senza badare ai capelli bianchi del suo uomo e a quei vent’anni in più che porta così male, soprattutto a letto.
Non basta la sua camicia in lino bianca intrecciata con motivi di tessuto alla Matisse, periodo maturo. Non basta la brillantina, il suo sorriso smagliante, i suoi occhi azzurri, l’eau de parfume Cartier e il fascino dell’imprenditore di successo per rimediare alla sua impotenza, alla sua stanchezza, a tutta la sua guittezza e a quei suoi mocassini scamosciati senza lacci, portati senza calzini. Lei, con quel suo vestitino in lino blu, i sandali da odalisca, ha lo sguardo triste. I suoi trent’anni sono stati scolpiti da Dio nel mandolino del suo basso ventre, in quello spacco aperto sulla pelle perfetta della sua schiena abbronzata su cui si adagiano le sue due trecce more da bambina cattiva e le labbra che, anche sul cristallo del calice continuano a lasciare tracce di rossetto. È il 25 aprile, la festa della liberazione e l’infelice signorina col brillante all’anulare lascia tracce di rossetto rosso su tutto ciò che sfiora. Pare quasi un’emorragia, la sua. Come quella di un soldato ferito a morte che perde sangue ovunque. Ma lei non trema come quel mercenario cinese che a poco più di un migliaio di chilometri, tra le fangose trincee del Donbass è in preda a una crisi, un attacco di panico, sommerso dai cadaveri dei suoi amici russi, sopraffatto da quel terrore che negli incubi ti spezza la voce in gola.
Lei non trema, le sue dita sono sottili e affusolate come quelle di una pianista e si muovono rapide e chirurgiche sullo schermo del suo Iphone 16 rosa. Ha unghie rosse, come il suo rossetto, limate e affilate con cura. Delle vere e proprie armi bianche, ottime per ferire sotto le lenzuola il culo flaccido del suo ennesimo padrone durante l’ennesimo orgasmo simulato. Anche questa è resistenza, ed è fondamentale per preservare la sua libertà. Ma se ne fosse cosciente, lei, si avvelenerebbe come Madame Bovary. Domanda a sé stessa se la sicurezza che gli dà il suo uomo sia davvero la libertà, ma è un pensiero che dura poco, svanisce subito. Che sciocchezze. Si limita a fargli le corna, all’amministratore delegato. D’altronde non è certo colpa sua se il suo compagno è un cornuto. È proprio vero.
La libertà costa caro. Molto più caro della schiavitù. E non si paga né con l’oro, né col sangue, né con i piu’ nobili sacrifici: ma con la vigliaccheria, la prostituzione, il tradimento, con tutto il marciume dell’animo umano.