La frase “Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale” di Porco Rosso è diventata talmente iconica da rischiare, un po’ come accade ogni anno con la Festa della Liberazione, di suonare retorica, consumata, quasi svuotata. Eppure quella frase, quel film e anche il 25 aprile hanno ancora oggi un peso enorme, forse ancora più oggi, immersi come siamo in un mondo digitale sconfinato e allo stesso tempo sempre più soli, compressi dentro dinamiche economiche e tecnologiche che decidono per noi più di quanto vorremmo ammettere. Porco Rosso è certamente un film antifascista, e la storia del pilota Marco Pagot lo dimostra in ogni sua scelta. Ma fermarsi qui significa ridurlo. Miyazaki racconta qualcosa di più profondo, qualcosa che ha a che fare con la memoria, con i legami e con quel filo invisibile che tiene insieme ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che continuiamo a portarci dietro. C’è una scena, meno citata ma decisiva, che rende tutto questo chiarissimo. A un certo punto vediamo una distesa infinita di aerei che salgono nel cielo, una sorta di processione silenziosa che attraversa le nuvole. Non è chiaro se sia un sogno, un ricordo o una visione, ma poco importa. Quegli aerei sono i morti, sono i compagni di Marco, i piloti che non sono tornati più. È lì che si capisce che ogni gesto di Porco Rosso è abitato da chi non c’è più. Il suo volo non è mai da solo.
Il volo, in Miyazaki, è il sogno dell’essere umano che si fa realtà, che permette di librarsi in aria, di sfidare i limiti del corpo e della terra. È desiderio, immaginazione, possibilità. Ma è anche il luogo della caduta, della guerra, della distruzione. La stessa tecnica che permette di volare può diventare strumento di dominio, può trasformarsi nella volontà di un potere che impone, controlla, decide dall’alto. Rivedere Porco Rosso oggi al cinema, il 25 aprile, è il sogno dell’essere umano che non vuole essere dimenticato. È un modo per ricordare che la libertà in cui viviamo, per quanto fragile e imperfetta, è il risultato di scelte fatte da persone concrete. Donne e uomini spesso giovanissimi che a un certo punto hanno deciso di opporsi, di dire no, anche quando significava mettere a rischio tutto. Non è retorica, è memoria viva. Eppure questa memoria oggi rischia di essere schiacciata da un altro tipo di potere, meno visibile ma altrettanto pervasivo. Viviamo dentro sistemi che ci trasformano progressivamente in dati, in comportamenti prevedibili, in consumatori sempre più profilati. L’algoritmo diventa una forma di governo silenzioso, una struttura che orienta desideri, scelte e perfino il modo in cui guardiamo il mondo. Il profitto resta il fine ultimo, e tutto il resto si organizza di conseguenza.
È qui che il discorso torna a Porco Rosso. Perché il film non parla solo di opporsi a un regime politico, ma di restare umani dentro qualsiasi sistema che tende a ridurci. Marco Pagot sceglie di vivere ai margini, di non allinearsi, di custodire i suoi legami anche quando tutto intorno spinge verso altro. La sua maledizione, quella di essere un maiale, è anche una forma di resistenza. Allo stesso modo, il 25 aprile non è solo una data. È un promemoria. Ricorda che esiste sempre un momento in cui bisogna prendere posizione, anche quando le forme del potere cambiano e diventano più sfuggenti. Anche quando non hanno più divise e stendardi, ma interfacce e piattaforme. E allora per abbattere questi falsi idoli serve una certa compostezza morale, serve conoscere il cuore delle persone e custodire quei ricordi fatti insieme di dolcezza e malinconia che attraversano Porco Rosso. Il pilota che solca i cieli a bordo del suo aereo scarlatto, e che quando è a terra si rifugia in un porto nascosto a pensare agli amici che ha perduto. Quando li sogna e torna in mezzo a loro, ridiventa umano, perché questo siamo noi: legami, relazioni, sentimenti. Forse non siamo porci, ma di sicuro non siamo fascisti.