“Come mai di spalle? Non ho niente da nascondere”, domanda Salvatore Baiardo attraverso lo schermo e la telecamera che lo riprende di schiena, da dietro i suoi capelli lunghi e grigi. È già inverno nell’aula 28 del tribunale di Firenze, dove, a dir la verità, il tempo pare non esistere. “È la procedura di sicurezza per i collaboratori di giustizia”, spiega la presidente del collegio giudicante, Anna Favi, all’ex gelataio di Omegna. Si è vestito elegante per l’occasione. Il grande giorno tanto atteso è arrivato. Il boss Giuseppe Graviano, che durante la latitanza fu ospite proprio a casa di Salvatore Baiardo, verrà finalmente audito dai pm fiorentini al lavoro sulla presunta calunnia, sul presunto ricatto o sulla presunta menzogna relativa alla presunta foto mostrata a Giletti, ritraente, qualora esistesse davvero, un presunto giovane Silvio Berlusconi con il presunto generale dei Carabinieri Delfino e il presunto boss Giuseppe Graviano, che ormai da settimane chiede di essere ascoltato dalla giustizia italiana per rendere nuove dichiarazioni proprio sul Cavaliere e Marcello Dell’Utri. A Caltanissetta il gip Santi Bologna si è riservato sulla decisione di ascoltare o meno il boss di Cosa Nostra del mandamento di Brancaccio nella tanto attesa udienza del 14 settembre. Il tutto è slittato al 21, ieri, ma a Firenze. Tutta suspense. Tutta attesa di qualcosa che non arriva mai. La presunta verità di un teste ritenuto più volte non attendibile. Non fosse che, tra le pieghe delle sue menzogne, Graviano abilmente nasconde piccoli squarci di verità che i pm, come sentinelle di una fortezza che affaccia sul Deserto dei Tartari, sono tenuti a decodificare e purificare dalla menzogna. Attenti, vigili, nell’attesa della grande rivelazione, del grosso errore destinato a fare la storia.
Piccole gocce di verità che sgorgano da un orizzonte al quale i Tartari non si affacciano, ma si sospetta se ne stiano nascosti dietro lo spigolo della vita. Contengono in loro, nella loro grande assenza, la grande offensiva. Accanto all’ex gelataio di Omegna, in un altro riquadro del video-collegamento, se ne sta seduto, sempre di spalle, un uomo in abito grigio, un po’ sovrappeso. Si trova in una località sconosciuta e porta un cappuccio nero a punta sulla testa che ricorda quello di un massone. “Preferisco di viso, non ho nulla da nascondere”, comunica Baiardo, comprendendo di essere stato trattato come un collaboratore di giustizia, quale lui, ci tiene a precisare, non è. Lui è un innocente. Dunque si alza in piedi e con sé solleva pure la sedia. Anzi, verrebbe da dire che è metà uomo e metà sedia. Poi rimane immobile in attesa di istruzioni, due gambe a terra e sei all’aria; poi, a piccoli passi laterali, si muove verso destra, circumnaviga il piccolo banco attorno al quale è seduto e si rimette a sedere. Indossa un abito grigio fumo, una camicia bianca e una cravatta rossa. Sembra appena uscito dalla Loggia Nera di Twin Peaks. C’è un grande silenzio nell’aula 28 del tribunale di Firenze. Tutto si muove al rallentatore, come in un incubo dove le cose non accadono mai. “Mi scusi, sono l’avvocato di Tullio Cannella. Il mio assistito domanda che la sua voce non venga registrata, perché teme che possa essere riconosciuta e poi manipolata”. Parla una piccola signora in abito blu elettrico. Ha gli occhi neri piccoli e buoni, pieni di premura. I capelli tinti e castani sono crespi e raccolti in una piccola coda. La giudice Anna Favi si consulta con il collegio e conclude che la riconoscibilissima voce enfisematica del collaboratore di giustizia va alterata in registrazione. Cannella, Graviano, nella precedente udienza pure Brusca e Antonino Giuffrè. Un tuffo nel passato, un'esposizione pubblica degli scheletri nell'armadio dello stato profondo. Dopo tredici anni torniamo ad ascoltare la voce schiacciata dalla paura e grassoccia dell’ex impresario edile palermitano finito nell’orbita dei fratelli Graviano e poi dalle loro minacce stritolato. La sua memoria è un po’ offuscata, ma i pm Gestri e De Gregorio con cautela la puntellano con i numerosi verbali depositati nel processo ’Ndrangheta stragista. E si parla di Sicilia Libera, nata e morta con il 1993, quando Cosa Nostra, a un certo punto, si rende conto che Forza Italia è un progetto molto più fresco e appetibile, oltre che “capace di dare più garanzie”. E i rapporti tra Sicilia Libera e Forza Italia quali erano e da parte di chi? Domandano, a testa bassa sulle carte, i pm. E l’interesse verso questa nuova forza politica coinvolge Graviano? E Silvio Berlusconi? Graviano aveva nominativi da inserire nelle liste? “Certo, questa era una cosa prioritaria che loro facevano. Salvatore Cintola era stato consigliere comunale e non mi ricordo se aveva incarichi alla Regione o se fosse stato eletto all’Ars. Collaborò con noi di Sicilia Libera perché mi dissero essere vicino a Giovanni Brusca”. Contatti tra Bagarella e Berlusconi? “No, non l’ho mai riferito”. Tramite Alania ebbe rapporti con Berlusconi? “Confermo”. Rapporti di che genere? “Non mi ricordo”. Non c’è verso di trovare qualcosa di nuovo. Si possono formulare in tutti i modi possibili, da tutte le angolazioni possibili, le domande dei pm Gestri e De Gregorio, ma per arrivare alla verità manca sempre un pezzo del puzzle che, per quanto Cannella si sforzi di scavare nella memoria, non si riesce proprio a ritrovare. Al termine dell’audizione Gestri domanda di poter ascoltare come persona informata sui fatti il secondo carabiniere della scorta di Massimo Giletti già sentito nell’interesse della ricostruzione degli incontri tra Giletti e Cairo. Esiste già un verbale a proposito e sono state chieste integrazioni alla Dia, inclusi i tabulati telefonici dei contatti tra Cairo e Giletti. Il tutto in due note depositate a verbale.
Ci sono poi le note della Dia di Firenze relative ad accertamenti svolti in precedenza, con atti noti del marzo e del luglio 2004, aventi a oggetto verifiche sulle dichiarazioni fatte a suo tempo da Gaspare Spatuzza. Per l’avvocato di Baiardo, Ventrella, il deposito di questi verbali è tardivo, ma non si oppone all’introduzione della nota con gli accertamenti della Dia su Spatuzza. Salvatore Baiardo, continua Ventrella, non si sottoporrà alle domande successive dei pm e, ai verbali già esistenti su di lui - quelli del febbraio 2021, del settembre 2020 e del novembre 2011 - e l’avvocato richiede di integrare il verbale originario di Baiardo, da cui nasce il processo, con un’intervista di Giuliano Urbani - a cui, nello stesso processo, aveva fatto riferimento, a più riprese, il giornalista d’inchiesta Enrico Deaglio - intitolata “La cena dei segreti”, riguardante la nascita di Forza Italia. Ma perché? Non è chiaro nemmeno questo alla paziente giudice Favi, che, riunitasi in camera di consiglio con il collegio giudicante, dopo una mezz’ora decide di accogliere l’opposizione della difesa di Baiardo sui depositi richiesti dai pm, fatta salva la nota integrativa della Dia di Firenze, e di rigettare la richiesta di integrazione del verbale di Baiardo con l’intervista a Urbani. A questo punto è il momento dell’audizione dei consulenti commercialisti Giovanni Mottura e Igor Catania. Sui finanziamenti di Fininvest non si capisce bene che cosa abbiano trovato di nuovo rispetto all’ormai noto alle cronache aumento di capitale da 13 miliardi di lire - probabilmente siamo noi duri di comprendonio - in contanti, avvenuto tra il 1978 e il 1984 via conto cassa e poi smistato a sua volta in 19 holding e rimessi in circolo della rete societaria con il metodo della plusvalenza. Parliamo della famosa lista Del Santo, già esaminata dal pm Giuffrida in un precedente processo e ora riletta, a detta dei consulenti, sotto “un’altra chiave di lettura”, che non permette di comprendere da dove arrivino quei soldi contanti. Tanto meno di ricollegarli a una persona fisica. Dopo una buona oretta di numeri e spiegazioni di soldi che girano in circolo, e girano e girano, come pure le farfalle nello stomaco - sono le 14 - l’udienza si interrompe per la pausa pranzo in preludio al grande momento: l’audizione di Giuseppe Graviano, il Tartaro affacciato all’orizzonte. A mensa, la tavolata di giornalisti commissiona alla cameriera di ritardare la consegna dei caffè ai pm, seduti poco più in là. C’è gran bisogno di nutrirsi, ma c’è pericolo di strozzarsi con il risotto al gorgonzola e noci se consumato troppo in fretta. Ad ogni modo, finalmente, tutta questa attesa sembra essere giunta al termine. La fame placata rallenta il tempo, che torna a scorrere viscoso come prima. Varcando la soglia dell’aula 28 si ritorna al clima invernale artificialmente creato dall’aria condizionata sparata dal soffitto. L’avvocato di Graviano ha preso posto dietro a Ventrella e Bellezza. I pm hanno indossato ancora una volta la loro toga. Anna Favi è in posizione. È tutto apparecchiato. Anche Graviano è collegato. Peccato che, quando il pm inizia a parlare dei verbali depositati su Graviano, si lasci scappare la presenza di alcune dichiarazioni già rese dal boss di Brancaccio alla procura di Firenze per il processo ’Ndrangheta stragista.
“La difesa non è in possesso di alcun tipo di verbali di Graviano”, balza in piedi Ventrella, parecchio agitato. “A me risulta che in segreteria i verbali siano stati depositati”, risponde il pm Gestri, cercando di non scomporsi, senza guardare negli occhi il nemico Ventrella. “Ripeto che non c’è alcun tipo di verbali depositato dal pubblico ministero”. “Sì, ma il pubblico ministero sono io. A quale finalità avremmo occultato la presenza di questi verbali?” Ordine, ordine. Occorre fare chiarezza, oltre a un salto in segreteria per comprendere se questi verbali siano stati depositati oppure no dal pm Gestri. Gli avvocati Ventrella e Bellezza sono increduli. Escono fuori nel cavedio del piano meno uno a fumare una sigaretta con i giornalisti. L’avvocato di Graviano se la ride, anche se poi il rinvio dell’udienza del suo assistito al 2 ottobre lo costringerà a recarsi a Firenze la sera prima, dovendosi pagare una stanza d’albergo, essendo che il giorno seguente, al tribunale di Firenze, buona parte del collegio, pare di capire, sarà in ferie e vi sarà dunque una certa carenza di personale in determinate fasce orarie in cui l’udienza non potrà, per forza di cose, svolgersi. “Non è che non so giocare, è che non ho portato il pallone”, commenta qualcuno in aula mentre i pm Gestri e De Gregorio salgono in cancelleria per indagare questa spiacevole mancanza. Al loro ritorno, di fronte alla giudice Favi, sono costretti ad ammettere che i verbali non sono stati inseriti nella lista testi. Gestri cerca però di non perdere totalmente la partita con Ventrella, spiegando al giudice che la difesa, quella settimana, non sarebbe venuta in cancelleria a controllare. Ventrella nega, ma comunque è tutto da rifare. L’udienza salta. La difesa di Baiardo non è d’accordo a sentire Graviano nel perimetro degli unici atti in loro possesso, ovvero i verbali derivanti dal processo ’Ndrangheta stragista di Reggio Calabria, e quindi l’audizione, ancora una volta, non s’ha da fare. Ancora una volta Graviano non è stato sentito. Ancora una volta tutti noi, che abbiamo atteso invano il grande momento della non verità di Giuseppe Graviano, siamo sentinelle che ogni giorno di più invecchiano affacciate alle mura di quella fortezza che dà sul Deserto dei Tartari, aspettando quella Storia che però non arriva mai. Aspettando la Storia, per sentirci vivi.