"Ecco un’altra domanda del ca**o". Allora ci deve dire qual’era quel vino buonissimo di cui ha parlato ai pm. “Aaaaahhh, era un Sassicaia d'ottima annata. Renzi è un personaggio incredibile da questo punto di vista, non avete idea. È nato tutto dal fatto che io gli scrissi ‘voi toscani avete tutti quei buoni vini, il Chianti, eccetera, e non mi inviti mai’. Vediamoci da Pinchiorri allora, mi dice lui. Certo, offri tu però”. Scherza con i giornalisti il Dottor Gianfranco Micciché, finalmente libero dalle domande dei pm Leopoldo De Gregorio e Luca Gestri. Colpa di una telefonata con Marcello dell’Utri risalente all’ottobre del 2021, periodo in cui l’ex braccio destro di Silvio Berlusconi era ancora agli arresti domiciliari. L’intercettazione gli è valsa la convocazione a Firenze come testimone per il processo per calunnia a carico di Salvatore Baiardo. Però gli è andata bene, a Micciché, dato che è stato sentito come testimone per primo fra tutti gli altri, e poteva andargli pure peggio, come a Urbano Cairo, che ha dovuto attendere dalle 9 e mezza del mattino – chissà con quale sveglia, arrivando da Milano – fino alle 2 del pomeriggio per essere sentito. Il processo è finito verso le 17, fate voi. Ma ecco, cosa c’entra un Sassicaia d’ottima annata con 300 video postati su TikTok da quel personaggio al di là del tempo e dello spazio che è l’ex gelataio di Omegna, Salvatore Baiardo?
“La sua immagine è mossa”, commenta Anna Favi, presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Firenze. Il volto di Salvatore Baiardo ondeggia tra le interferenze grige che offuscano il suo volto in diretta da Trabia sui televisori dell’aula. “Non è un grosso problema per noi, la sentiamo”. Baiardo non risponde. I suoi avvocati, che sono toscani, Corrado Bellezza e Roberto Ventrella, sono presenti in aula e hanno lo sguardo riposato. Ventrella si volta verso i banchi alle sue spalle e accenna un sorriso goliardico tipico degli azzeccagarbugli. Intanto prende posto sulla sinistra del giudice il dottor Micciché. Appena sulla poltrona dà una boccata di inalatore per l’asma e si appoggia coi gomiti sulla cattedra, vicino al microfono. I magistrati vogliono sapere da lui dell’incontro avuto con Matteo Renzi all’enoteca Pinchiorri, a Firenze. Più che altro appaiono incuriositi. D’altronde i magistrati sono dei giornalisti all’ennesima potenza e quel che racconta Micciché contiene meraviglie. Erano i tempi dell’ultimo grande romanzo Quirinale. “Io ero uno dei pochi che credeva nella rielezione di Mattarella. Sono palermitano come lui, ma ecco, era solo una mia impressione”. Ma con Renzi non si sarebbe incontrato per discutere di questo, argomento fisiologicamente collaterale. Sullo sfondo, naturalmente, accordi e disaccordi sotto i banchi delle due camere parlamentari in un periodo in cui Silvio Berlusconi si spese molto per portare in Quirinale, racconta Micciché, un uomo favorevole alla Grazia – eh sì, sempre La Grazia – per l’amico Marcello Dell’Utri, allora ai domiciliari per la condanna di concorso esterno per associazione mafiosa. Circostanza per cui il Cav si sarebbe sentito parecchio in colpa. In quella conversazione con Dell’Utri c’era una frase… accennano i pm. “In quella conversazione c’era un vino strepitoso”. Altra risata generale. Ad ogni modo in quella conversazione si faceva riferimento all’accordo politico raggiunto ai tempi da Renzi con Massimo D’Alema per far saltare la candidatura di Giuliano Amato al Quirinale. E poi, delle origini di Forza Italia in Sicilia. Su impulso di Dell’Utri, il quale, secondo Micciché, non avrebbe più messo mano in quest’opera una volta dato il via libera al suo conterraneo. Tutto era nelle sue mani, quando venne soprannominato il Viceré. E per questo non poteva fallire. “Andavamo verso i quaranta e dopo quell’età, lì a Publitalia, potevi considerarti fuori, come nelle aziende americane. Sapevamo che ci avrebbero licenziato”. Dice di averlo già scritto in un libro, lui e i suoi collaboratori, per dimostrare che Forza Italia in Sicilia stava andando alla grande si prepararono 400 identità farlocche (nomi, cognomi, professioni e foto completamente false) per convincere Silvio a non abbandonare l’idea di una Forza Italia siciliana. E così è che il partito del Cav nacque in Sicilia. Passerà forse questa storia alla leggenda, eppure è agli atti di un tribunale. Ma quindi hai fondato un partito per non farti licenziare? – domanda una giornalista conclusa l’audizione – “Ahh, ma hai visto che cosa è venuto dopo?” ride Micciché con la sua grassa ed inconfondibile voce. “Abbiamo riunito delle persone fantastiche. I Cinquestelle hanno tirato dentro un ex dj, quello che vendeva le bibite allo stadio. Noi abbiamo portato Tremonti, ma di che stiamo parlando… la distruzione del partito è iniziata nel 2001 quando siamo andati al governo e siamo diventati potenti. Essere potenti in Italia non è consentito”. Il Viceré ti chiamavano: “quello che è, me ne fotto. Quando finì il potere, ce la fecero pagare”. Chiosa il Viceré, che a questo punto saluta i giornalisti ed esce di scena come una rockstar.
Baiardo nel frattempo si è alzato in piedi e con espressione di dolore in volto si trattiene il basso ventre con la mano destra. Tutto bene Signor Baiardo? domanda la giudice Favi. “Sta notte sono stato in pronto soccorso e ho passato la notte in bianco. Direi di no”. Se vuole facciamo una pausa. “Meglio andare avanti”. Bene, si può convocare il nuovo teste: Emanuela Imparato, la capo autore di Massimo Giletti che venne licenziata in tronco da Urbano Cairo quando da un giorno all’altro, nell’aprile 2023, Non è l’Arena, venne cancellato “per ragioni economiche”. Emanuela Imparato, la giornalista che il giorno precedente la chiusura del programma, né mai più dopo, venne contattata dal direttore di rete Andrea Salerno. A queste dichiarazioni gli avvocati di Baiardo, Ventrella e Bellezza si guardano tra loro e annuiscono come a conferma di una qualche loro ipotesi a proposito. Un mese prima Massimo Giletti era entrato in redazione con l’aria stanca e profondamente turbata spiegando alla giornalista che Cairo gli avrebbe chiesto di incontrare Berlusconi, spiega Imparato. A gennaio 2020 si ricorda dell’intervista a Deaglio in presenza? Domanda la giudice Favi, riferendosi a Enrico Deaglio, autore di numerosi libri sulle vicende di Cosa nostra e sui fratelli Graviano. Il giornalista fu ospite della puntata del 22 gennaio 2023 insieme con Baiardo. “Feci notare a Massimo di non averlo salutato (Deaglio ndr) dopo la puntata, ma durante la diretta è sempre molto di fretta”, continua Imparato. Il giornalista, all'epoca, per le sue dichiarazioni in trasmissione, pochi giorni dopo venne cercato da Cairo: “Voleva parlarmi. Di queste storie. Sono andato a Milano. Era spaventato”. Raccontò lo stesso Deaglio in un’intervista rilasciata in seguito al quotidiano La Stampa. Ma Cairo prontamente smentì. Punto su cui i Pm nel pomeriggio di ieri sono tornati con grande insistenza, ma una cosa alla volta.
Congedata la giornalista, in aula fa il suo ingresso il Pm antimafia Nino Di Matteo a cui tutto il pubblico, i giornalisti, i pm, gli avvocati e i giudici si prostrano come al passaggio di un sovrano assoluto in giacca e cravatta. Il passo sicuro, la sua serietà è come se moltiplicassero la forza di gravità che trattiene ancorate con i piedi per terra tutte le persone che lo circondano e in un solo momento l’atmosfera si fa particolarmente grave. Una signora sulla cinquantina dai capelli neri e un po’ spettinati, indossa un vestitino bianco ed è incredula, seduta accanto ai giornalisti, di avere a pochi metri da sé uno dei suoi idoli. Non sapeva che avrebbe preso parte anche lui all’udienza. E dopo la sua presentazione all’aula, i Pm vanno dritti al punto. Nel 2022 si incontrò con Giletti. Perché e quando?
“Dall’ottobre 2019 al 23 gennaio 2023 ero collocato fuori ruolo in quanto membro eletto del Csm e non esercitavo funzioni giudiziarie. Giletti mi contattò sul cellulare perché voleva incontrarmi e riferirmi qualcosa di importante e delicato. Gli dissi però che ero fuori servizio e che non ricoprivo funzioni giudiziarie”.
Nino Di Matteo parla dell’incontro con Giletti del 13 ottobre 2022 a Roma, nei pressi del Csm. In quell'occasione il giornalista gli raccontò di frequentare da tempo Salvatore Baiardo, il quale gli aveva mostrato una fotografia raffigurante, a suo dire, Silvio Berlusconi, Giuseppe Graviano e il generale Delfino. Giletti spiegò di essere interessato a ottenere e pubblicare l'immagine, ma Baiardo gli aveva fatto sapere che non sarebbe stata consegnata prima dell'8 novembre 2022, data dell'udienza della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo. La circostanza colpì particolarmente Di Matteo, che disse di aver maturato il sospetto che potesse essere in corso una forma di pressione o di ricatto. Il riferimento gli apparve ancora più significativo alla luce delle intercettazioni che aveva seguito da magistrato a Palermo nel 2016, in cui il boss diceva “ma come, ci siamo seduti, abbiamo mangiato insieme e poi tu te ne vai sull'Etna e dici che eri contento del 41bis?”.
La Dia di Palermo verificò a seguito di queste registrazioni che tra 2001 e 2002, Berlusconi si era effettivamente recato nei territori dell’Etna nei giorni in cui si discuteva della normativa sul 41bis.
“Per quanto riguarda l'ergastolo, Graviano disse invece che nel 1994 Berlusconi avrebbe voluto abolirlo, ma che Casini e Fini si erano opposti. Dalla sentenza di primo grado del processo sulla trattativa Stato-mafia emerge effettivamente che nel 1994 vi fu una proposta, formale o comunque riconducibile all'onorevole Maiolo, di revisione della disciplina dell'ergastolo. Tutto ciò maturò in un contesto particolare. Notificammo a Graviano l’invito a comparire e, nel periodo che intercorse tra la notifica e l'interrogatorio, vi furono conversazioni con Adinolfi. Quest'ultimo gli diceva: ‘Parla con i magistrati, digli tutto’. Graviano rispondeva: ‘Non è ancora il momento’. In un'altra intercettazione aggiungeva: ‘Vediamo cosa viene dall'Europa’. In quel periodo la Corte europea dei diritti dell'uomo si era pronunciata sulla materia”.
Nel frattempo il volto di Baiardo rimane impassibile. Sono ore che è immobile. Viene il timore che sia morto. È vivo, però, si alza di nuovo in piedi e si rimette nella posizione descritta in precedenza. Espressione di dolore in viso e mano destra a sorreggere il basso ventre. Sembra un personaggio partorito dalla mente di David Lynch. I tempi prolungati ci sono tutti. Di Matteo intanto si è congedato e mentre s’incammina verso l’uscita circondato dalla scorta viene raggiunto dalla sua estimatrice che candidamente gli domanda candidamente “posso salutarla?”. Con un sorriso incontenibile gli stringe la mano. Di Matteo sorride. Poi torna serio, e con la schiena dritta se ne va da dove è arrivato.
Effettivamente sembra tutto, da questo momento in poi, un film di David Lych. Prima che venga convocato il teste della Dia addetto alle intercettazioni ambientali il serissimo collaboratore di Urbano Cairo si avvicina alla cattedra e interpella la giudice per chiedere che il presidente di Rcs venga sentito il prima possibile. D’altronde è lì che aspetta dalla mattina presto. La Favi però deve sentire ancora un teste prima di lui. In tutto questo interviene Baiardo, che spiega di voler rendere delle dichiarazioni spontanee a fronte di quanto ascoltato fin’ora. Pare abbastanza arrabbiato. Intanto il tenente colonnello Michele Morelli prende posto. È abbastanza abbronzato, tiene gli occhiali da vista sulla fronte, come gli uomini abituati ai lavori manuali. Sembra una di quelle persone abituate a parlare poco e agire senza troppi fronzoli. Risponde quasi a monosillabi alle domande dei Pm ai quali riferisce lo stretto necessario, dovendo spiegare anche dei soprannomi dei personaggi da lui intercettati, inclusa la moglie di Baiardo, detta “Viviana”. È lui ad essersi occupato dei pedinamenti e delle intercettazioni del gelataio di Omegna a Palermo. Qui è stato visto entrare nella tabaccheria riconducibile ai fratelli Graviano, lasciando fuori sua moglie. Audizione, questa, particolarmente breve. Si può finalmente andare in pausa pranzo. Per raggiungere la mensa occorre districarsi in un labirinto di scale e passaggi transennati per lavori o pericolo di caduta oggetti dal soffitto. Il tetto di cristallo è incrinato e c’è il rischio che una cella precipiti in mille pezzi da un momento all’altro. “Sgarbi aveva ragione a dire di odiare il palazzo di giustizia di Firenze”, commenta Marco Lillo del Fatto Quotidiano. A pranzo si discute perlopiù del misterioso secondo verbale che avrebbe depositato la difesa di Urbano Cairo, che verrà sentito a breve e di cui la difesa di Baiardo chiede conto alla giudice Favi, così da poterlo visionare e porgergli sulla base di questo, alcune domande. Esiste, oppure no? Bella domanda. Poi si parla delle date. Della finestra temporale offerta da Nino Di Matteo per quanto riguarda il suo secondo incontro con Giletti e che ora, finita la pausa pranzo, alle 14, dovrà essere confermata, oppure no dalla versione di Urbano Cairo. Per Giletti, Cairo, gli chiese di incontrarsi a Roma nel marzo del 2023. Richiesta molto particolare, quella di incontrarsi senza cellulare. Qui gli avrebbe domandato di fare un salto ad Arcore, per vedersi con Silvio. Per il giornalista l’incontro non può che essere avvenuto dopo il 17 marzo. Poco tempo dopo che Cairo ricevette il messaggio di Paolo Berlusconi: “Vergognati”, a febbraio. Si riferiva chiaramente alla puntata di Non è L’Arena in cui Baiardo riferiva di aver incontrato Paolo Berlusconi nel 2011. A suo dire, per chiedergli un posto di lavoro.
Cairo nonostante le ben 7 ore di attesa, quando i giornalisti gli passano davanti poco fuori dall’aula è seduto su una seggiola e saluta cordialmente. La sua espressione in volto è di gentile rassegnazione, educata. Limpido in volto, come quei ragazzi ben educati dalla fedina penale immacolata. Non c'è ombra, solo un grande disagio che il cupo tribunale incute. Finalmente è arrivato il suo momento, sono le 14. Ha inizio la parte finale del suo calvario, quella peggiore.
“Quando entra Giletti a La7?” Inizia subito il Pm Luca Gestri.
“Ci conosciamo da lungo tempo, entrò con un contratto biennale...”. Risponde Cairo, che però finisce precipitosamente per evadere dai confini della domanda e si sposta sul perché, durante gli ultimi anni a La7, lo share di Non è l’Arena fosse così oscillante e il trend negativo. Prima il 4,9%, poi il 5,1%, poi però con le puntate sui Graviano, Baiardo e Matteo Messina Denaro, profezia dell’ex gelataio di Omegna inclusa, il balzo al 6,6%, ma poi una nuova discesa al 5,1%. “Poi le chiederemo di questo”. Incalza Cairo il pm Luca Gestri che su questi punti sarà parecchio incisivo con le sue domande. Tanto da non lasciare più fiato a Cairo, sfiancato, che effettivamente si incarta più volte. Viene messo parecchio sotto pressione.
“Ricorda se Giletti e Mazzi dissero qualcosa a proposito della chiusura del programma?”
Con Ghigliani, Cairo avrebbe parlato di una riduzione dei costi. Non è l’Arena, d’altronde era il programma più costoso della rete. 140mila euro a puntata. “È una scelta di risparmio”. È così che, quando Cairo acquisì RcS, salvò centinaia di posti di lavoro, racconta. “Si lavora anche sulle piccole cifre, sui mille euro, che sommati l’uno all’altro formano i milioni”.
Il pm Gestri domanda, però, repentino, del messaggio scritto a Ghiglilani sulla conferma del contratto biennale a Giletti. Cairo cerca di spiegare che il contenuto del messaggio successivo, risalente al 3 giugno 2022 conferisca un significato differente alla conversazione. Tira fuori il telefonino e nel frattempo scoppia una baruffa tra lui, il Pm e l’avvocato Ventrella. Le voci si sovrappongono, i discorsi s'interrompono l'un l'altro. La presidente Favi deve richiamare all'ordine. L'avvocato Ventrella fa richiesta di inserire la chat tra gli elementi probatori. Il pm si oppone. Vi sono delle procedure che vanno rispetttate e torna a insistere con Cairo sul fatto che i dati dello share raccolti da Auditel e da lui esibiti come prova che spieghi la chiusura di Non è L'Arena, siano fluttuanti e non provino nulla. Poi ecco una rapida serie di domande affilate.
“Quando incontrò Mazzi cosa vi diceste? Si ricorda la reazione?”
“Era sorpreso” risponde un po’ imbarazzato Cairo.
“Ma sorpreso in positivo o in negativo?”
“Be’ non credo in positivo. Però, insomma non mi ha tirato due schiaffi”.
“Mazzi quindi non si aspettava questa cosa”. Continua il pm.
“No”.
Il giorno dopo la puntata con Baiardo e il racconto su Forza Italia il direttore di rete Andrea Salerno chiamò Giletti per dirgli di non invitare più l’ex gelataio di Omegna proprio per le sue parole rese a proposito di Paolo Berlusconi. “Salerno ha una grande autonomia…” risponde l’editore.
“Ma la sorprende che Salerno sia intervenuto in questo modo?”
“No”.
Paolo Berlusconi, però, scrisse il “vergognati” a Cairo il 7 febbraio. A distanza di poco tempo.
“Io gli risposi non ti permettere. Sono un editore libero e nessuno si deve permettere di dirmi una cosa del genere”. Risponde Cairo, tirando fuori la grinta.
Ed è forse in seguito a questo scambio che Cairo chiese a Giletti di incontrarsi a Roma senza cellulare?
“L'ho visto il 25 gennaio e il 15 febbraio, poi non ho avuto più contatti. Non sono mai più stato a Roma”. Cairo poi giura “nella maniera più assoluta io non l’ho mai più visto”. La Favi interviene, prova a capirne di più, ma Cairo le parla sopra e ci tiene a ripetere più volte che “questa cosa è totalmente falsa” e che Giletti ha detto il falso. Una posizione molto rischiosa da parte di Cairo. Gestri torna all’attacco. Mette davanti all’editore la data del messaggio ricevuto da Giletti il 16 marzo 2023 dalla sua segretaria Erika, che lo aveva cercato per conto dell’editore. A gennaio quale argomento venne affrontato? “Gli chiesi di incontrare Berlusconi, così. Per partecipare alle puntate”. Una questione di audience, spiega. Berlusconi avrebbe potuto far fare grandi numeri alla puntata, dati gli argomenti trattati. La voce di Cairo qui si accartoccia e si assottiglia, la sua gestualità si fa più caotica e nervosa. “Lui mi rispose che ci pensava”. Perché invitare Berlusconi? Qual è il collegamento che lei fa con le puntate? “Non mi ricordo bene il loro contenuto…”. Però lei si ricorda benissimo la data dell’incontro. “Guardi. Io nel 1995 sono stato licenziato da Berlusconi. Ci ho lavorato 14 anni. Poi il nostro rapporto ha recuperato. Però io sono un imprenditore libero”. La mia domanda non sottintendeva questo, ma le ripeto qual è il collegamento che lei ha fatto per convocare Berlusconi? La puntata in cui c’era Baiardo era la stessa alla quale partecipò anche Enrico Deaglio? Ha chiesto di Graviano a Deaglio? “No, non credo”. Ma con Deaglio ha parlato di Dell’Utri? Il pm Gestri non gli dà tregua. Subentra Ventrella che gli domanda quanti programmi abbia chiuso similmente a Non è L’Arena: “Linea Gialla, Bianco e Nero, e altri… mi faccia pensare”. Silenzio. “Per esempio vi fu un programma che facevamo con Floris che non era partito benissimo e a un certo punto lo sopprimemmo. Quando decidi di chiudere lo fai subito”. Ma torniamo a Deaglio… “forse gli ho chiesto cosa fosse successo nella puntata in questione”. Ma perché lo ha voluto incontrare di persona? “Ma perché sono un editore curioso”. Ci aveva già parlato con lui, dice Cairo alla presidente Favi, inoltre condivideva con lui la stessa fede calcistica per il Toro. “Ah, quindi questa è la sua spiegazione…”, commenta Favi. Poi si passa alla questione personale tra Cairo e Giletti. Se erano così amici come dice l’editore, perché non mandargli neanche un messaggino di addio? Sono cose che capitano… Dopodiché, dopo circa due ore e mezza, quasi tre, Cairo, stremato, è finalmente libero di andarsene. Ai giornalisti non proferisce parola: “non voglio niente. Tutto quello che dovevo dire l’ho già detto a loro”. Siamo alle battute finali. È il grande momento di Baiardo che nel frattempo, si è rimesso a sedere di fronte alle telecamere ed è pronto a tirare fuori l’asso nella manica. Vuole depositare, tramite i propri legali 360 dei suoi video postati su TikTok. Lo fa per la sua reputazione, anche di fronte alle proprie figlie, dato che è “stato condannato per mafia nemmeno nel 1995”. Gli avvocati Ventrella e Bellezza annuiscono con la testa. “Va bene Berlusconi e Dell’Utri, ma in tutto questo, Baiardo che cosa c’entra?”. Saranno i TikTok – che pronunciati a quel modo ricordano tanto il “Tic Toc Tac" di Silvio Berlusconi, quando si iscrisse sul social macinando milioni di visualizzazioni - qualora vengano accolti dalla corte, a raccontare chissà quale altra verità in codice e misteriosissima su questa storia che, davvero, è sempre più uno spettacolo.