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27 luglio 2026

“Avevo un senso di giustizia superiore, non un'ossessione”: Francesco Dolci da Gianca Net per bruciare il cliché del colpevole perfetto

  • di Michele Larosa Michele Larosa

27 luglio 2026

In un'intervista a Gianca Net, l'ex fidanzato di Pamela Genini indagato per vilipendio di cadavere racconta la sua verità: dal coltello Kukri alle minacce ricevute, fino al presunto giro di soldi dietro la morte della 29enne, per uscire dall'immagine che lo ha avvolto in questi mesi

Foto di: Ansa e AI

“Avevo un senso di giustizia superiore, non un'ossessione”: Francesco Dolci da Gianca Net per bruciare il cliché del colpevole perfetto

“Avrei dovuto affrontare Soncin, non avrei dovuto affrontare Pamela. Se fossi morto io, non sarebbe successo, e lei sarebbe ancora viva”. È il punto d'arrivo di un'ora di racconto in cui Francesco Dolci, l'uomo del caso Genini, della testa, delle tv e delle interviste, ha provato a ribaltare l'immagine che si è costruita — e in parte si è costruito — attorno a lui da quando, dopo l'omicidio della 29enne per mano del compagno Gianluca Soncin, il suo corpo è stato profanato e la testa fatta sparire dalla tomba. L'ex fidanzato di Pamela ha parlato a cuore aperto ai microfoni dello youtuber Gianca Net insieme alla giornalista Florinda Ambrogio. “Il colpevole perfetto” di questa storia, così è chiamato Dolci, forse troppo perfetto secondo Ambrogio: “Più leggo e più vedo le interviste che vengono fatte un po' da tutti quelli che vengono coinvolti in questa storia, più penso che Francesco Dolci potrebbe essere il colpevole perfetto, la strada più semplice”. Molte piste, sostiene, non sono state battute a sufficienza, e teme che il caso finisca tra quelli destinati a restare irrisolti, proprio perché certe direzioni “aprono troppi vasi di Pandora”.

Pamela Genini
Pamela Genini Ansa

Da qui parte una ricostruzione che tocca prima di tutto l'elemento più macabro della vicenda, l'asportazione della testa dalla tomba. Il gesto, secondo la giornalista, più che il frutto di un raptus, porterebbe i segni di una certa organizzazione, dal taglio preciso della lamiera della bara alla rimozione accurata anche della parte del collo. “Il gesto è chiaramente molto spietato — osserva — ma forse non fa notizia il fatto che potrebbe essere stato programmato”. Lo colloca in una finestra precisa, tra il 27 ottobre e il 2 novembre, pochi giorni dopo la sepoltura del 24 ottobre, e ricorda che a distanza di mesi mancano ancora i risultati dell'autopsia, affidata ad aprile e mai consegnata nei tempi previsti, così come l'esito degli esami sul coltello Kukri sequestrato dagli inquirenti. Su quest'arma, sostiene, non risulterebbero a oggi tracce biologiche né impronte riconducibili a Dolci: “Ad oggi non c'è materiale biologico né suo né di Pamela Genini, non ci sono impronte digitali di Francesco Dolci”. Lui aggiunge di essere “ben contento” che quel coltello sia stato sequestrato, perché ha sempre sostenuto che non fosse suo.

Il cuore dell'intervista, però, è il tentativo di raccontare che tipo di legame ci fosse davvero tra Dolci e Pamela, e qui Ambrogio non gli risparmia una lettura piuttosto cruda: “Francesco pensava di essere ricambiato da Pamela, ma penso che davvero non si sia reso conto che fondamentalmente Pamela non corrispondeva a lui allo stesso modo. Pamela fingeva un affetto”. Allo stesso tempo traccia un confine netto tra questo attaccamento e quello, molto più pericoloso a suo giudizio, di Soncin: “La vera persona ossessionata, se la allontani, ti uccide. Quella persona era Soncin, l'unica che è riuscita ad allontanarla dai suoi affetti”.
Dolci respinge con fermezza l'etichetta di stalker: “Assolutamente no, io non ho mai avuto un'ossessione per Pamela, magari avrò avuto un senso di giustizia superiore”, e si descrive piuttosto come il punto fermo a cui lei tornava nei momenti difficili: “Quando Pamela aveva bisogno chiamava me. Ogni volta che finiva nei guai chiamava me, anche per aiutarla con i soldi”. Sul piano giudiziario è altrettanto diretto: “Per quanto riguarda quello di cui vengo accusato, non c'entro niente e sono innocente. E questo è chiaro a tutti, a tutti i miei parenti”. Ammette però: “Fondamentalmente, per cercare di difendere l'immagine di Pamela, ho detto troppo poco”.

Dolci parla dello stigma che si porta addosso da mesi, riassunto in un soprannome — Sandokan, il tagliatore di teste — e racconta di ricevere minacce quotidiane, comprese lettere anonime recapitate ai familiari: “Quella persona che mi definisce 'signorino'... minacce di morte”. Elencando i messaggi che riceve sui social aggiunge: “Mi tagliano la testa, me la prendono in casa, la prendono in piazza, con i miei denti ci fanno una collana, mi sezionano — prima mi stuprano e poi mi sezionano, cose così”. Rilegge così anche l'episodio che più di tutti lo ha reso sospetto agli occhi dell'opinione pubblica, la sua presenza notturna nei pressi del cimitero: era fuori dal cancello, non dentro, sostiene, e c'erano testimoni; il motivo, spiega, era semplicemente il dolore per una perdita che sente ancora di famiglia. Poi Dolci allude, come già fatto in passato, a un giro più ampio di persone, società e conti correnti legati alla vita di Pamela, arrivando a parlare di ragazze “regalate” e di una vera e propria tratta di persone. “La Gintoneria a confronto è il bar della parrocchia di questi anni” dice. Infine il suo racconto si chiude con la macabra ricostruzione della notte dell'omicidio: le telefonate ripetute alla centrale operativa della polizia mentre, a sua insaputa, Pamela veniva uccisa; l'arrivo sotto casa di lei senza sapere ancora cosa fosse successo — “vedevo tutte le facce delle persone, vedevo ambulanze, poliziotti, con i lampeggianti già spenti” — e un dettaglio quasi surreale, quello di essersi offerto per una seduta di ipnosi regressiva, mai effettuata, per provare a ricordare il codice del telefono di Pamela, che sostiene fosse stato fatto cancellare da Soncin proprio quella notte insieme a foto e altro materiale. Racconta anche di aver avvertito la polizia che l'uomo poteva essere armato, spingendo gli agenti a sfondare la porta senza attendere: “I poliziotti, sprezzanti del pericolo pur di salvare Pamela, hanno buttato giù una porta a calci”. 

Un'intervista, una chiacchierata, che ha il merito di spostare il focus, di togliere di dosso a Francesco Dolci il riflettore e adagiargli sopra una luca più tenue, per fare chiarezza sul suo rapporto con Pamela e il suo possibile coinvolgimento. Non più solo il colpevole perfetto, ma un uomo che rivendica per sé un ruolo scomodo, quello di ultimo custode della verità su Pamela.

https://www.youtube.com/watch?v=_Iq-3VyRFzM

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Foto di:

Ansa e AI

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