La morte di Beatrice, una bimba di soli due anni, è una storia che lacera profondamente la nostra coscienza e apre una voragine profonda sulla capacità degli adulti di ascoltare davvero i bisogni e le richieste di aiuto dei bambini.
Beatrice viveva a Bordighera con la madre, Emanuela Aiello, e due sorelline di nove e sette anni che spesso erano costrette ad accudirla, a farle da mamma e a svolgere le faccende domestiche perché in quella villetta isolata venivano lasciate sole anche per notti intere quando la Aiello andava a passare la serata a casa del suo compagno, Manuel Iannuzzi, a Perinaldo. Beatrice, come i tutti i bimbi, aveva il diritto di vivere un'infanzia serena amata e coccolata dalle persone che avrebbero dovuto prendersi cura di lei, adulti responsabili e affidabili che invece si sono rivelati i suoi carnefici che spesso la picchiavano, le urlavano contro, la facevano soffrire, ridevano di lei e sono arrivati a causarne la morte come accertato dalla Procura che li ha indagati inizialmente per omicidio preterintenzionale e poi per maltrattamenti aggravati dal decesso della piccola sopraggiunto per un grave trauma cranico causato dalle continue lesioni.
Gli inquirenti si sono trovati a fare i conti con le foto raccapriccianti trovate sul cellulare di Iannuzzi, immagini che ritraevano la piccola coperta di lividi, tumefazioni ed ecchimosi e persino un video in cui lui e la madre la obbligavano a fumare una sigaretta e ridevano divertiti per il suo pianto disperato. Quello che più lascia sgomenti in questa storia così come nella storia della piccola Diana lasciata morire di fame e sete dalla madre Alessia Pifferi, è immaginare quale patimento abbiano sofferto queste creature innocenti non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico, quale paura abbiano dovuto provare pur essendo venute al mondo da poco, quali giornate buie abbiano dovuto trascorrere nella loro brevissima e tormentata vita. Se c'è un delitto più orrendo di altri è proprio quello che si perpetra ai danni dei bambini che non possono difendersi, chiedere aiuto, protestare, fuggire perché si fidano proprio di quegli adulti che dovrebbero proteggerli e invece si trasformano nei loro aguzzini.
Ma il mondo degli adulti che ha permesso che Beatrice morisse in quel modo non è fatto solo dalla madre e dal compagno che ora si trovano in carcere e dovranno affrontare un processo bensì anche da tutti coloro che Beatrice non l'hanno mai voluta davvero vedere e non hanno ascoltato le richieste di aiuto delle due sorelline che ora sono in custodia presso una struttura protetta e vengono definite dagli psicologi due bimbe "adultizzate" per il peso delle responsabilità di cui si sono dovute far carico loro malgrado. Le due bimbe, come sta emergendo dalle indagini, avevano tentato in tutti i modi di salvare la loro sorellina facendo numerosi appelli alla madre anche la sera in cui la piccola era stata picchiata e maltrattata per l'ennesima volta mentre si trovava a casa di Iannuzzi. "Mamma, Beatrice sta tanto male, dobbiamo andare all'ospedale!" le dicevano le sorelline ma la madre ha pensato bene di coprire il compagno e depistare le indagini portando il corpicino della figlioletta che era già deceduta presso la sua abitazione e inventandosi che era caduta dalle scale, versione che i soccorritori hanno subito messo in dubbio per la presenza del rigor mortis e delle macchie ipostatiche che collocavano il decesso parecchie ore prima. Le bimbe, stando ai loro racconti che gli inquirenti ritengono assolutamente credibili, hanno cercato di allertare anche i nonni ma evidentemente nessuno ha creduto che all'interno di quella casa stessero vivendo un vero e proprio inferno. Non se ne sono accorti nemmeno i servizi sociali che pure stavano seguendo questa famiglia dopo che il padre biologico delle bimbe era finito in carcere e questo è un elemento che deve farci riflettere. Come è possibile che a causa di un'intossicazione da funghi tre bimbi siano stati tolti ai loro genitori che pure li amavano e li accudivano in quella che ormai è nota alle cronache come la vicenda della famiglia nel bosco e non siano stati dati in affidamento ad una struttura protetta nel caso di Bordighera? Dobbiamo supporre che lo stile di vita di due genitori che rifuggono la modernità e l'industrializzazione ma non hanno mai torto un capello ai loro bambini dia molto più fastidio di due soggetti che si divertono a seviziare e a infliggere dolore e spavento ad una povera creatura e alle sue sorelline? La domanda può apparire tendenziosa e non intende certo accusare l'intero sistema dei servizi sociali ma è una domanda più che legittima che impone una verifica seria e approfondita del funzionamento di tali servizi nel nostro Paese. Ed è una domanda che in queste ore l'opinione pubblica si sta ponendo di fronte a casi di cronaca che ci restituiscono storie come quella di Beatrice, una piccola vittima innocente in un vasto mondo di adulti responsabili in un modo o nell'altro della sua orribile morte.