C’è un concetto che ha fatto più rumore di tutto il Concertone del Primo Maggio: “essere umano”. È successo quando la cantautrice Delia prende Bella ciao e toglie “partigiano”. Apriti cielo, in particolare sui social. Ma la domanda non è “si può fare?”. La domanda è: “Quante volte è già stato fatto e perché?”. Bella ciao è stata cambiata mille volte. Versioni internazionali dove “partigiano” si è trasformato in “guerrillero”, “resistente”, oppure è sparito del tutto. Non per provocazione, ma per necessità: ogni epoca e latitudine si sono prese quella melodia e l’hanno riempita di altri significati. È accaduto con le versioni femministe dei cortei di Non una di meno, dove il soggetto diventa la donna con le sue rivendicazioni. Nello stesso modo con gli ambientalisti di Sing for the Climate, dove la “guerra” era sul clima e il “nemico” l’inquinamento. E negli anni in ogni parte del mondo. Solo qualche esempio: in India Bella ciao diventa Wapas Jao, slogan contro il governo e il contestato Citizenship Amendment Act, in Colombia con Duque chao, satira politica contro l’allora presidente Iván Duque. Casi simili sono avvenuti anche in Malesia, mentre più in generale nei cortei in Francia, Turchia e Kurdistan, dove la melodia è stata riusata e adattata ai contesti locali.
Chi si scandalizza per “essere umano” di Delia dimentica che le canzoni politiche non sono dei fossili (la stessa Bella ciao “divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent'anni dopo la fine della guerra”, scrive l’Anpi sul proprio sito ufficiale). E che “partigiano” oggi non è una parola da libri di scuola: è diventata una parola politicamente connotata, percepita purtroppo come di parte (la sinistra, che ha coltivato più di altri la memoria della Resistenza). È per questo motivo che cambiarla produce reazioni così forti. Ma altre canzoni politiche non sono immobili. We Shall Overcome cambia testo da decenni nei cortei, si adatta, attualizza la protesta: è una canzone “aperta”. The Internationale esiste in decine di versioni, e ogni traduzione sposta il baricentro tra operai, popolo e oppressi. Nkosi Sikelel’ iAfrika nasce invece come canto religioso e diventa manifesto anti-apartheid, infine inno nazionale: una trasformazione continua. E Bob Dylan, che queste canzoni le ha scritte, le cambia dal vivo - dai testi agli arrangiamenti -, come a dire che il contesto, mutando, lo spinge a rileggerle.
Infatti il punto non è se si può cambiare il testo, ma “cosa succede quando lo fai?”. “Cuore del partigiano” è una formula sedimentata che contiene storia, scelta, conflitto e memoria. “Cuore dell’essere umano” sposta tutto su un piano diverso: più largo, più inclusivo, più contemporaneo. Si perde una parte di radicamento storico, ma si guadagna una possibilità di identificazione universale. Non è una cancellazione, è una trasformazione (il resto del testo era rimasto invariato, compreso “e ho trovato l'invasor”). Ma da racconto di una lotta specifica è diventata una dichiarazione generale sul valore della libertà. Ed è proprio questo slittamento che accende la discussione. La questione, però, non è difendere o attaccare Delia, è capire cosa succede quando una canzone è per sua natura “open source”. Vuol dire che può essere cambiata e risultare costantemente scomoda e sempre “imperfetta”.
Un aiuto per stemperare i toni arriva forse da un’eco nella memoria dell’attivismo: “Restiamo umani”, ripeteva spesso Vittorio Arrigoni (chi non conosce la sua biografia si informi). Dentro quel concetto resta l’idea di “resistenza”, che non cancella il passato ma lo rende condivisibile anche a palestinesi, ucraini, iraniani, curdi, sahrawi, tibetani, afghani, sudanesi, birmani, a tutti i popoli che oggi vivono condizioni di oppressione. Le canzoni politiche sono così: o restano vive, o diventano monumenti. E i monumenti, si sa, non “cantano” più.