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7 aprile 2026

Serena Brancale, Levante e Delia giocano in casa e scelgono di raccontare una parte della storia. L’allegria zittisce la nostalgia: “Al mio paese” è pop che più pop non si può

  • di Marika Costarelli

7 aprile 2026

Tonalità morbide e calde quelle presenti nel videoclip. Piedi scalzi, luminarie e feste sparse per “il paese”. Brancale, Levante e Delia è un trio straordinario a cui si perdona tutto. In “Al mio paese” manca la poesia, lo struggimento e l’impatto con la realtà. È un brano che funziona e si lascia ballare. Essere artisti significa anche scegliere di narrare una storia da un determinato punto di vista. È primavera e non c’è tempo per le lacrime

foto di Ansa

Serena Brancale, Levante e Delia giocano in casa e scelgono di raccontare una parte della storia. L’allegria zittisce la nostalgia: “Al mio paese” è pop che più pop non si può

Chi scrive questo articolo è una siciliana “emigrata” da poco al Nord, pertanto questo brano è recensito con la carne, a chilometro zero. E anche per questo la recensione non pretende di essere oggettiva, tutt’altro.
Al mio paese è la canzone di un trio che non ti aspetti. Quello composto da Serena Brancale, Levante e Delia. I primi due nomi sono due garanzie della musica italiana, nonché due bandiere del mondo musicale del Mezzogiorno. Delia, invece, è appena reduce da una fortunata edizione di X Factor che l’ha vista brillare, non come una stella nascente, ma come una vera e propria professionista che aveva solo bisogno di essere scovata e a cui non era necessario neanche vincere. Un feat così fortunato e arrivato in così breve tempo, è la conferma definitiva che Delia è molto più di un’ex concorrente di un talent.
Le tre voci femminili del Sud Italia si uniscono in una stretta di mano tra Puglia e Sicilia e danno vita a un brano che mescola passionalità e qualche cliché. Una nostalgia particolare, che si percepisce appena nel brano. Ritorna, in punta di piedi e avvolge i cuori di chi vive altrove, ovviamente per ragioni lavorative. Non staremo qui ad analizzare il divario economico tra Nord e Sud di cui tutti siamo coscienti.
Lenzuola stese sui balconi e signore anziane che scandiscono la “vita lenta”. La canzone evoca queste immagini, che non a caso sono presenti nel videoclip e restituiscono un quadro di totale coerenza con la musica. Tonalità calde e neutrali che suggeriscono il calore e l’accoglienza, tratti tipici del Sud, che attende e riaccoglie i suoi “figliol prodigi”.
Sole, passione, allegria. È tutto bellissimo, ma un meridionale che vive al Nord si ritrova ad ascoltare questa canzone con una punta di amarezza, che evidentemente sceglie di non essere assolutamente contemplata nel progetto. È chiaro che le tre artiste abbiano voluto focalizzarsi solo su un lato della narrazione: il ritorno gioioso nella propria terra, le processioni religiose, le continue feste. Peccato che il prezzo da pagare per questa “spensieratezza” sia la lontananza e il distacco dalle proprie origini, un addio che rivive ogni volta che si “torna su”.
In Al mio paese manca l’impatto con la realtà. Perché tolte le feste e le sante che sfilano, ciò che rimane è “l’ultimo abbraccio” di una madre, di un amico rimasto giù, di un parente caro. Un abbraccio che non smette mai di essere l’ultimo, ad ogni ripartenza. Mancano le lacrime trattenute durante gli “ultimi saluti”, le stesse che si continuano a trattenere quando si torna alla realtà di tutti i giorni, dove “produrre” è ciò che conta di più e non si ha più tempo per stare lì a crogiolarsi. Quei colori caldi sembrano così lontani, già quando si sale sull’aereo di ritorno. E l’amarezza più profonda è proprio la consapevolezza di non voler più tornare tra quelle feste e quelle sante, perché ciò che continuano a conservare è solo un’astratta nostalgia che si scontra con chi siamo diventati altrove.

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In Al mio paese c’è la fede vissuta come tradizione. C’è un tempo che si assapora dolcemente, senza la frenesia degli impegni quotidiani perché lì “ricominciano le ferie”. E chi ha origini del Sud ma vive al Nord, questa sensazione la conosce bene. La dualità tra la “vita di giù” e la “vita di su”. Quell’impressione di avere due vite parallele.
Questo brano gioca in casa e vince facile. È un brano allegro e spensierato e le tre cantanti non hanno alcuna intenzione di farsi portavoci di una nostalgia struggente, questo va riconosciuto e va bene così. Anzi, la nostalgia diviene un ballo spensierato “tra le piazze sempre piene”. Delia con le sue vibes gitane tra le luminarie, Levante adornata come una santa, Serena Brancale che danza con “le signore sulle sedie”.
La scenografia è perfetta, la canzone è una bella canzone e i presupposti per ballare ci sono tutti. La canzone è vera, o meglio, narra una faccia di quella verità, le tre artiste scelgono quel tipo di narrazione. È primavera, non era necessario alcun tipo di languore.
Ma, finita la canzone, i salti e le tarantelle lasciano spazio alla realtà. E quella poesia briosa si trasforma in un sorriso amaro di chi ha dovuto rinunciare a “scendere giù” per le festività perché le compagnie aeree hanno prezzi da capogiro e perché il prezzo da pagare per un’anima del Sud che torna a casa è ancora più alto ogni volta che se ne va e deve ricominciare, ricomponendosi.
Brancale, Levante e Delia non volevano farci la morale, volevano farci trascorrere 3:29 di leggerezza, illuminando il lato più frizzante e allegro del ritorno a casa. Essere artisti presuppone anche scegliere un punto di vista da cui si vuole narrare una storia. E va benissimo così, ma a noi “emigrati al nord” manca un pezzo della storia. Quel pezzo mancante che possiamo andare a riscoprire in Lo stretto necessario di Levante e Carmen Consoli, un brano di qualche anno fa, che concepisce da un punto di vista decisamente diverso l’alternanza tra distacco e ritorno alle proprie origini.
Al mio paese è un pezzo che funziona e a cantarla sono tre talenti straordinari, per questo, anche se manca la poesia, le perdoniamo. Non ci resta che zittire lo struggimento, toglierci le scarpe e metterci ballare.

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