Berlusconi non è il mandante delle stragi di mafia che hanno insanguinato l'Italia all'inizio degli anni 90. Lo ha ripetuto di nuovo la Procura di Firenze con l'ennesima, la sesta, archiviazione. Quasi a volerlo a imperitura memoria ricordare ogni volta a distanza di qualche anno. Sei archiviazioni per lo stesso fascicolo. Un accanimento giudiziario che è di per sé un'anomalia giuridica. Le indagini preliminari infatti hanno una durata ben precisa, che con le proroghe e le aggravanti per i reati più gravi non può comunque superare i 2 anni. L'idea è quella di evitare che l'indagato rimanga a vita in un limbo giudiziario in cui non sa se verrà rinviato a giudizio. Una norma che nella pratica però viene spesso elusa, come in questo caso, lo ha spiegato proprio il ministro ed ex pm Nordio in un'intervista al Foglio: "Funziona in questo modo. Tu hai in mano un'inchiesta. A un certo punto non hai cavato un ragno dal buco e chiedi l'archiviazione. Lo fai ma ti tieni un pezzo, il modello 45, e lo mantieni in cassetto. Su quello costruisci una seconda indagine. Poi alla fine il modello 45 si trasforma in un modello 21, e sostieni di aver trovato un indagato, vero o falso che sia. A quel punto chiedi al gip l'archiviazione ma ti tieni un pezzetto del nuovo fascicolo. Si chiama clonazione non a caso. E lo abbiamo fatto tutti. Chi lo fa in modo sistematico lo fa perché non ha in mente un reato o un fatto. Lo fa perché ha in mente una persona che vuole colpire. Questo è inammissibile". Una pratica chiamata "clonazione del fascicolo", che nel caso dell'indagine a Berlusconi e Dell'Utri da parte della Procura di Firenze va avanti dal 1996. "Gli esiti investigativi prospettano che vi siano soggetti in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi, mai veicolate alla magistratura" riporta il decreto di archiviazione, che promette una futura riapertura. Insomma, una storia che va avanti da trent'anni, che non si arresta neanche con la morte del Cavaliere e che fino ad ora ha prodotto ben pochi risultati, anzi ha sviato l'attenzione dai veri elementi meritevoli d'attenzione. Con buona pace di quelli che Leonardo Sciascia chiamava "i professionisti dell'antimafia", che con questa storia hanno continuato e continuano a fatturare con libri, programmi e spettacoli teatrali. Ma quali sono le vere accuse contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri? E cosa ha stabilito davvero la giustizia?
Le stragi e Fininvest
La tesi centrale, quella che ha alimentato trent'anni di indagini da parte della Procura di Firenze: le bombe di Via dei Georgofili a Firenze, di Via Palestro a Milano, di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Dieci morti, 95 feriti, un Paese sotto choc. Secondo questa ricostruzione, la campagna stragista di Cosa Nostra non sarebbe stata solo una risposta allo Stato che aveva arrestato Riina e approvato il 41-bis, ma avrebbe avuto anche un secondo fine: favorire la discesa in campo di Berlusconi e la nascita di Forza Italia. Inizialmente Berlusconi e Dell'Utri vengono chiamati "Autore 1", "Autore 2", e vengono indicati come i possibili mandanti occulti delle stragi. La prima inchiesta si basa sulle dichiarazioni dei pentiti Cancemi e Brusca. Il primo racconta al PM Ilda Boccassini dei pagamenti di Berlusconi a Riina tramite Dell'Utri, aggiungendo qualcosa di più del semplice pizzo: "Non credo che il pagamento di quella somma annuale costituisse una specie di pizzo affinché l'imprenditore Berlusconi potesse lavorare tranquillamente a Palermo, ma c'era qualcosa di più, lo avevo intuito perfettamente". Poi Brusca, l'esecutore materiale della strage di Capaci, conferma. Nel 2008 parla anche Gaspare Spatuzza, killer di Brancaccio e collaboratore chiave che ha smontato la verità processuale su Via D'Amelio, e racconta delle confidenze ricevute direttamente da Graviano: "Mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di Canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c'era anche il nostro compaesano Dell'Utri e che grazie a loro ci eravamo messi il Paese nelle mani". Infine, proprio Graviano nel 2017 parla dal carcere attraverso una microspia nella sua cella. "Berlusca… lui voleva scendere… però in quel periodo c'erano i vecchi… lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa…." dice il boss di Brancaccio, e sono quelle registrazioni a motivare la terza riapertura dell'inchiesta fiorentina. Peccato che Graviano sapesse di essere intercettato, anzi aveva messo in guardia il suo stesso compagno sulla presenza delle microspie, il che trasforma quelle conversazioni in qualcosa di profondamente ambiguo. Per quanto riguarda gli altri collaboratori, il problema è che le loro testimonianze arrivano "de relato", per sentito dire insomma.
L'altra accusa, quella di Berlusconi come parte della Trattativa Stato-Mafia, si è smontata fino alla Cassazione arrivando all'assoluzione di tutti gli imputati (tra cui Berlusconi non era nemmeno imputato), "per non aver commesso il fatto". Infine c'è la terza accusa, quella che vedrebbe Fininvest come nata con i capitali di Cosa Nostra. Anche questa tesi è stata esaminata in sede giudiziaria. E anche questa è stata smentita. Nell'ottobre 2025 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura Generale di Palermo, che chiedeva misure di prevenzione nei confronti di Dell'Utri. Le motivazioni della sentenza sono esplicite: "Non è risultata, ad oggi, mai processualmente provata l'attività di riciclaggio di Cosa Nostra nelle imprese berlusconiane, né nella fase iniziale di fondazione del gruppo né nei decenni successivi." La Corte certifica che per tutte le 18 operazioni realizzate tra le 22 società del gruppo Holding Italiana tra il 1978 e il 1985 — per un ammontare complessivo di 93,9 miliardi di lire — è stato possibile identificare l'origine lecita della provvista. Anche la leggenda dell'origine mafiosa di Fininvest muore in sede di Cassazione.
Cosa è vero?
Le sentenze hanno però accertato una cosa: "grazie all'opera di intermediazione svolta da Dell'Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione accordata da Cosa Nostra palermitana". Per questo motivo Marcello Dell'Utri è stato condannato in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Insomma, Berlusconi pagò per anni denaro a Cosa Nostra attraverso Dell'Utri, come forma di protezione estorsiva. A confermare questa lettura vengono, paradossalmente, le stesse intercettazioni di Riina in carcere, sotto il regime del 41-bis. Il capo dei capi odiava profondamente Berlusconi, lo disprezzava per aver reso stabile il carcere duro, e nelle registrazioni lo definisce "un uomo senza dignità che meriterebbe la fucilazione", aggiungendo che piuttosto che aiutarlo "andrebbe gettato in fondo al mare." Racconta anche di come avesse preso di mira le televisioni di Berlusconi con attentati alle antenne per estorcergli denaro. Non esattamente il ritratto di un alleato. Marina Berlusconi dopo l'ultima archiviazione ha parlato del padre come un paladino della lotta alla mafia: "Mio padre è stato uno dei principali protagonisti della lotta alla criminalità organizzata in Italia". La realtà processuale è più complicata: le sentenze definitive accertano un rapporto ventennale con Cosa Nostra, mediato da Dell'Utri e finanziato da Berlusconi. Pagare la mafia non fa onore, tanto più per un uomo che sarebbe diventato per tre volte presidente del Consiglio. Ma tra questo e ordinare mattanze in giro per l'Italia ce ne passa eccome.