Questa volta scrivo in prima persona. Non si fa, non è professionale, però ogni tanto è necessario. Che è successo? In verità niente di nuovo, ma intorno a Garlasco cominciamo a fare schifo tutti veramente. Su tutto e persino nelle contraddizioni. Ecco perché ci si ritrova a professare la religione de “gli yuotuber sono feccia” e, poi, puntualmente, a copiarne il lavoro. Come se, insomma, quando c’è di mezzo il delitto di Garlasco possa valere veramente tutto. Attenzione, non significa stare con Bugalalla, con Tosatto, con questo o con quell’altro, ma riconoscere che è da lì, dagli youtuber, che si va a pescare. Magari non sempre, ma spesso. Solo che c’è chi lo dice e chi, invece, fa finta di niente.
Per una vita ho bazzicato le redazioni di provincia. Lì ogni collega può raccontare quel senso di frustrazione misto a rabbia e contestualmente a esaltazione e consapevolezza di un riconoscimento che si prova ogni volta che qualche testata nazionale riprende una notizia. “Riprendere”, però, col tempo è diventato sempre più sinonimo di “copiare sfacciatamente”. Nelle piccole realtà funziona così: ce lo sai che nessuno ti cita, ce lo sai che il lavoro che hai fatto tu diventa blasone per qualcun altro che ha una visibilità differente e a volte va a finire pure che, se provi a dire qualcosa, ti senti rispondere “devi essere contento che abbiamo scritto le stesse cose che hai già scritto tu”. Come se la qualità dipendesse dalla geografia delle redazioni. Adesso, però, questo meccanismo s’è traslato addirittura su terreni ben diversi da quello del giornali piccoli e giornali grandi. Ora c’è internet, ci sono i social. Sì, si fa in qualche modo informazione pure lì. Ce li raccontano come il male e qualche volta lo sono pure. Ma bisogna riconoscere che, soprattutto per quanto riguarda la cronaca nera, certi canali o certi influencer riescono a fare un lavoro più certosino. In particolare quando ci sono montagne di carte da scandagliare.
A volte esagerano? Sì (non ho problemi a ammettere, ad esempio, che su Marco Poggi si è andati oltre secondo me). Ma esagerano non di più e non di meno di quanto non possa capitare a chi è iscritto a un albo professionale. Di sicuro hanno altri linguaggi, altre regole, altre dinamiche. E di sicuro sono qualcosa di così nuovo che ancora non c’è stato il tempo di strutturare una regolamentazione adeguata. Ma non sono il male, appunto, e quando gli si prende il lavoro andrebbe detto. Ultimamente, ad esempio, diverse trasmissioni TV hanno “pescato” dal lavoro di Bugalalla relativamente alle indagini su Garlasco e alle ore e ore di intercettazioni mai finite sui brogliacci dei carabinieri, ma comunque disponibili agli atti. Parlare di alcune di quelle intercettazioni in TV o sui giornali senza riconoscere che il lavoro a monte l’ha fatto qualcun altro è triste. Anche se quel qualcun altro porta avanti altri linguaggi, altre convinzioni, altri modi. Dire, oggi, ad esempio, “parliamo del gatto che forse Andrea Sempio ha investito” ammettendo che quella curiosità lì l’ha scovata Bugalalla non significa sposare in toto le convinzioni o le ipotesi di Bugalla, ma riconoscere un operato. Un lavoro a monte. Al di là di tutto il resto. E’ una questione di credibilità che, solo per convenienza o strane gelosie, rischia di diventare una guerra tra poveri.
Una guerra tra poveri che, tra l’altro, manca di rispetto a chi si appassiona alle vicende, sia se li chiamiamo lettori, sia se li chiamiamo telespettatori o follower. Ecco, loro – i follower, i lettori, i telespettatori – un’idea sanno farsela e sanno anche intercambiarsi in quelle definizioni, riuscendo a discernere i “che cosa” e i “da dove arrivano”. Rendersi credibili è essere più trasparenti possibile, soprattutto quando si vuole raccontare qualcosa che già altri hanno raccontato. A prescindere dal dove l’hanno raccontato e dal chi l’ha raccontato. Costerebbe niente, ma varrebbe tanto. Una volta può essere casuale, la seconda può capitare. Ma già a tre comincia a vedersi l’ombra di un sistema che va a pescare nel mare in cui riversa liquami. Nessuno pretende che non si peschi. Nessuno pretende che non si versino liquami. Ma dire da dove arriva cosa, proprio per questa stessa libertà di non pretese, dovrebbe essere doveroso. Almeno quando si può e non ci sono fonti da proteggere.