Dev’essere così, l’Inferno, almeno quello di Dante. Gli amici come Lavitola (che definisce Ranucci un “fratello”) che ti mettono una bomba per amore sotto casa, le scappatelle di cui ti sei vantato in un libro che diventano un problema di immagine pubblica, le chat e le intercettazioni che hai sempre usato, quando erano degli altri, che ora han tirato fuori su di te, il principe delle inchieste Rai che ora finisce sotto inchiesta giornalistica, e infine pure le ex vittime del metodo Report che ti chiedono in pubblico il conto, come ha fatto il dottor Roberto Rigoli, accusato ai tempi del covid di corruzione, falso ideologico, depistaggio, tutte accuse che il servizio a lui dedicato da Report non avevano certo lenito.
Poi il dottor Rigoli, ai tempi coordinatore per la Regione Veneto per la diagnosi microbiologica e ora direttore della Funzione Territoriale dell’USL dMarca Trevigiana, è stato assolto da tutte le accuse e deve aver aspettato molto, ma soprattuto il momento giusto, per presentarsi tra il pubblico di Ranucci ad Asiago per pretendere le scuse davanti a tutti: “Se lei ammette davanti a tutti l’errore, almeno di quella trasmissione lì, io sono felice. È bene dire che è stato colpito un innocente”. Ranucci: “È stato oggetto di un’inchiesta una persona che era sotto inchiesta giudiziaria. Abbiamo cercato di raccontare la verità”.
E fin qui tutto bene, perché le inchieste dei giornali non sono automaticamente vere, non sono sempre giuste, perché i giornalisti, scavando, posso credere di aver toccato con le unghie il coperchio di una cassa piena di monete d’oro, per poi accorgersi che era solo un vecchio pezzo di corteccia inghiottito dal terreno. Ma è la risposta successiva a inquietare. Rigoli chiede: “Ma la persona è innocente o non è innocente”. E Ranucci d’istinto risponde: “Secondo la magistratura sì”. Secondo lei? “Mah, secondo me è innocente, se lo dice la magistratura”. E lo dice con così poca convinzione che per risalire la china ha dovuto sviare il discorso e tornare su di lui e sulla bomba.
Innocente? Secondo la magistratura. E secondo chi, scusa? Questa risposta dice molto del carattere di Ranucci. Con il Concilio Vaticano I (1870) si sancì il cosiddetto dogma dell’infallibilità papale, interpretato dalla vulgata come la regola che impone di dar retta al pontefice senza se e senza mai. La cosa è più sfumata. L’infallibilità del papa sussiste quando il pontefice conferma un dogma o una verità di fede già presente nella Tradizione o nella Bibbia, e cioè quando ribadisce il modo corrette di interpretare una questione legata alla fede. In un certo senso è quel che fa Papa Sigfrido: la corretta interpretazione degli eventi è quella fornita da Report e Ranucci, e solo da loro. Inferno e prerogative papali, dallo scranno alla caduta.