La Libia sta tornando a essere uno dei terreni decisivi della partita geopolitica nel Mediterraneo e, questa volta, l’Italia rischia seriamente di arrivare in ritardo. Per decenni Roma ha considerato il Paese nordafricano come una propria area di interesse privilegiata, forte della vicinanza geografica, dei legami storici e soprattutto del peso di Eni. Ma oggi il quadro è profondamente cambiato: la capacità italiana di incidere sulle dinamiche politiche e militari libiche non sembra più proporzionata alla sua esposizione economica. A occupare quello spazio sono soprattutto Russia e Turchia, mentre anche la Cina aumenta la propria presenza sul piano strategico e tecnologico. Mosca, in particolare, ha trasformato la Libia in un centro fondamentale della propria proiezione verso il Mediterraneo e il Sahel. Il Cremlino non si limita più a sostenere un singolo attore libico: sta costruendo infrastrutture, consolidando rapporti militari e utilizzando il territorio controllato dalle forze di Khalifa Haftar come piattaforma logistica per le proprie attività africane. Le immagini satellitari analizzate nell’agosto 2026 mostrano inoltre un’intensificazione dell’attività russa in diverse basi aeree libiche.
È il segnale di una strategia che va oltre la guerra civile: per Vladimir Putin, la Libia può diventare una delle principali porte d’accesso russe all’Africa e un punto d’appoggio nel Mediterraneo meridionale. E in questa nuova partita l’Italia, nonostante Eni, rischia di contare molto meno di quanto la sua storia in Libia farebbe pensare. Il segnale più evidente è arrivato lo scorso 19 agosto, quando Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa Haftar e oggi vicecomandante delle forze armate dell’est libico, è stato ricevuto al Cremlino da Putin. Secondo quanto ricostruito da Al-Monitor, l’incontro ha confermato la profondità dei rapporti fra Mosca e il campo orientale della Libia: Haftar ha parlato di legami “profondi” e della volontà di rafforzare la cooperazione con la Russia, mentre Putin ha espresso il proprio sostegno agli sforzi per unificare le istituzioni libiche e preservare l’integrità territoriale del Paese. Mosca ha costruito una relazione particolarmente forte con il campo orientale proprio mentre Washington e Ankara cercano di riunificare le istituzioni politiche e militari libiche. Il giorno precedente Saddam Haftar aveva incontrato anche il ministro della Difesa russo Andrei Belousov per discutere dello sviluppo della cooperazione militare. La presenza russa, inoltre, non è teorica: personale e infrastrutture militari sono presenti in diverse basi controllate dalle forze di Haftar e, dopo il ridimensionamento di Wagner, le attività sono state progressivamente riorganizzate sotto strutture legate direttamente al ministero della Difesa russo e all’Africa Corps.
E qui arriva il paradosso italiano. Roma non è affatto uscita dalla Libia: al contrario, Eni rimane il principale operatore internazionale nel Paese. Ma proprio questo dimostra quanto sia cambiata la natura dell’influenza italiana. Secondo Reuters, nel maggio 2026 Meloni e il premier libico Abdulhamid Dbeibah hanno discusso del rafforzamento della cooperazione energetica, mentre la Libia rappresenta ormai quasi un quinto delle importazioni italiane di greggio. Eni, presente nel Paese dal 1959, nel 2025 ha prodotto circa 162mila barili equivalenti di petrolio al giorno e continua a essere impegnata in tre importanti progetti di sviluppo. Il problema è che una posizione energetica dominante non equivale automaticamente a un’influenza politica dominante. Anzi, la vicenda libica mostra esattamente il contrario. Russia e Turchia hanno costruito il proprio peso attraverso strumenti militari, sicurezza, rapporti con le fazioni locali e capacità di intervenire direttamente sul terreno. La Cina, dal canto suo, può sfruttare la propria forza industriale e tecnologica. L’Italia rischia invece di essere percepita soprattutto come un grande cliente e un importante investitore energetico, non come l’attore capace di determinare gli equilibri del Paese. È un rischio enorme anche per l’Europa. La Libia è infatti contemporaneamente una fonte di energia, una porta d’ingresso verso il Mediterraneo, un nodo delle rotte migratorie e una piattaforma dalla quale Russia e altri attori possono proiettare influenza verso il Sahel e l’Africa. Se Mosca riuscisse a consolidare stabilmente le proprie infrastrutture militari, mentre Ankara mantenesse il proprio ruolo nell’ovest e Pechino ampliasse progressivamente la propria presenza economica e tecnologica, l’Europa potrebbe ritrovarsi con una nuova zona di competizione strategica proprio alle sue porte. Insomma, una Libia sempre più contesa fra Russia, Turchia e Cina c'è sempre meno spazio per le vecchie potenze europee.