Il complotto mondiale Ranucci se l’è fatto da solo. L’attentato probabilmente no, ma questo sì. In un’intervista di qualche giorno fa rilasciata a Repubblica, il conduttore di Report (alcuni dicono già “ex”) ha dichiarato: “C’è una chiara regia nella manovra della comunicazione successiva alla bomba contro di me: un piano globale, con noti terminal interni nell’informazione controllata dalla destra italiana. L’obiettivo è la delegittimazione della magistratura e del giornalismo indipendenti, per arrivare a una democrazia della sorveglianza fondata sull’allarme sociale: disegno trumpiano, che però guarda caso riprende il piano di Licio Gelli e della P2”.
Puro delirio che crolla di fronte alla più elementare delle analisi logiche. Intanto la bomba, l’attentato, le esclusive e i commenti quotidiani sul caso non scalfiscono neanche superficialmente la teca di vetro all’interno del quale quelli come Ranucci tendono a conservare intatta (e intoccabile) la magistratura. Le intercettazioni, le chat, le dichiarazioni a mezza bocca dei protagonisti coinvolti, le briciole tra una conversazione su Signal e l’altra, poi, sono normale amministrazione in Italia e sono, in alcuni casi, un problema che va avanti da anni, denunciato da svariati giornali garantisti, cioè quelli che Ranucci non legge preferendo Il Fatto&Co. Dunque l’obiettivo della campagna mediatica contro di lui non può riguardare la magistratura e la presunta “democrazia della sorveglianza”.
Riguardo all’allarme sociale, poi, dovrebbe chiedere al suo amico Valter Lavitola, che ci ha fatto credere per mesi che i giornalisti in Italia, nel 2026, si potessero beccare le bombe sotto casa dalla mafia, dai servizi deviati e dagli alieni (tutti fascisti, ovviamente). Potrebbe anche chiederlo a se stesso, dal momento che in privato, al telefono con “Valterino” il 4 luglio, definiva i suoi attentatori degli “scalzacani”, cioè inettipezzentiincapaci, mentre in pubblico si diceva inquietato dallo “spessore criminale della banda” che, parola sue, “voleva fare la storia”, dunque contribuendo ad allarmare colleghi e pubblico.
Non torna neanche l’idea del piano globale. Perché Trump, Israele, il fantasma di Licio Gelli e della P2 dovrebbero essere interessati ad attaccare la magistratura italiana? E perché avrebbero dovuto farlo colpendo lui? Dovremmo metterci d’accordo: o l’Italia è provincia dell’Impero, e allora il più tosto dei giornalisti nostrani è il più tosto dei giornalisti di provincia, dunque conta zero, o l’Italia è al centro di un complotto globale e non lo sa nessuno. Nessuno tranne Ranucci, va da sé. Avete presente l’io so, ma non ho le prove di Pasolini? Oggi non è più quell’originario grido disperato, un annuncio di tragedia (come l’uomo con la lanterna accesa in pieno giorno nel mercato de La Gaia Scienza, che grida “Cerco Dio!”),ma una forma di pigrizia giornalistica che presta il fianco all’intimidazione. Io so, forse ho pure le prove nel mio cellulare, io conosco le amicizie degli altri in Rai, ma non le dico. L’insinuazione come deterrente.
Il complotto mondiale Ranucci se l’è fatto da solo nel momento in cui ha trasformato una fonte pregiudicata in un amico a cui presentare l’amante; un uomo che ha affari in Africa nel settore del carbon credit, argomento di due servizi di Report, uno ai tempi della Gabanelli e uno ai suoi tempi; un uomo che ha ricattato Berlusconi, ha patteggiato il carcere per truffa ai danni dello Stato ai tempi dell’Avanti! (fondi pubblici per l’editoria…), e coinvolto, non pago, nella compravendita dei senatori che portò alla caduta del governo Prodi nel 2006. Tutto mentre andava a letto con stagiste e fonti (“Karoline” e “Emilia”) e faceva avance a una giornalista che voleva lavorare in Rai. Senza scomodare terzi livelli e cospirazioni globali.