Non c'è proprio verso di smarcarsi dalla Cina. Finisce che stracci un accordo con Pechino per ragioni geopolitiche e, senza neanche farci caso, dopo un po' di tempo ti ritrovi a firmarne un altro con un nome diverso. Oppure che i tuoi ministri, sottosegretari e deputati attacchino il “modello cinese” definendolo anti democratico e illiberale, e poi inizi a copiare proprio quel sistema tanto criticato. I più colti la chiamerebbero realpolitik. I più semplici parlerebbero di questioni di necessità. Il risultato in ogni caso non cambia: volenti o nolenti ci innamoriamo sempre di qualcuno (o qualcosa) che si odia- Il governo Meloni, certo, non ama la Cina nel senso di provare un profondo affetto, un forte attaccamento o un desiderio sincero verso il Dragone. Però ha capito che non può proprio fare a meno del Dragone. Non solo in termini commerciali, visto che l'export italiano oltre Muraglia vale circa 16-17 miliardi di euro, che l'import si attesti a 58-59 miliardi e che l'interscambio complessivo arrivi a pesare 74,9 miliardi, ma anche, a quanto pare, sul fronte della gestione della sicurezza interna. Il riferimento è ovviamente al freschissimo via libera dell'esecutivo meloniano al decreto legislativo sul riconoscimento facciale.
Di cosa parliamo? Ne abbiamo parlato qui. In sostanza, si tratta di un provvedimento normativo che recepisce il regolamento europeo Ai Act, ampliando e disciplinando l'uso di sistemi di identificazione biometrica remota e videosorveglianza intelligente da parte delle forze di polizia. L'obiettivo è quello di consentire loro di attingere all'integrazione fra intelligenza artificiale e telecamere di videosorveglianza per identificare determinate persone (ricercate, sospettate o coinvolte in attività oggetto di indagine) attraverso immagini già registrate e, in casi particolari, mediante controlli in tempo reale. Che c'entra la Cina? C'entra perché a Pechino e dintorni i sistemi di riconoscimento facciale sono molto rodati, invasivi e avanzati. Anzi: laggiù si parla già di come utilizzare al meglio i big data per aiutare la polizia a comprendere le abitudini e persino lo stato d'animo di una persona basandosi sulla sua storia clinica, sulle abitudini di acquisto online, sulle interazioni con i vicini e sull'utilizzo di elettrodomestici intelligenti. Il sunto è che il governo meloniano, lo stesso che tanto ha preso le distanze dal Dragone, che ha stracciato il deal relativo alla Nuova Via della Seta per evitare guai serissimi con l'Unione europea e con gli Stati Uniti - nonché per riorientarsi stabilmente nell'Alleanza Atlantica - ha implicitamente lasciato intendere che la Cina non faceva poi così tanto male a mettere telecamere ovunque e a usarle per garantire l'ordine pubblico. Sia chiaro: l'Italia è una democrazia liberale, i cittadini godono di solide garanzie e il decreto appena sbandierato non è minimamente paragonabile a quanto accade nel Paese di Xi. Però c'è chi parla già di “deriva pericolosa”...
Il Movimento 5 Stelle è in prima linea a criticare la mossa del governo Meloni. Tra le varie dichiarazioni e comunicati di sdegno dei grillini eccone uno molto curioso. “Sul riconoscimento facciale negli spazi pubblici il decreto legislativo del governo apre la strada a una deriva pericolosa che può assestare un colpo mortale ai diritti e alle libertà dei cittadini, in totale spregio della Costituzione”, hanno scritto gli esponenti del M5S nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera Stefania Ascari, Carmela Auriemma, Vittoria Baldino, Federico Cafiero De Raho, Alfonso Colucci, Valentina D’Orso, Carla Giuliano e Pasqualino Penza. Non ci sarebbe niente di strano se lo stesso M5S non fosse il partito che, quando era al governo, fece entrare l'Italia nella Nuova Via della Seta firmando il memorandum d'intesa con la Cina nel 2019: una scelta compiuta nei confronti di un Paese che già all'epoca utilizzava ampiamente l’intelligenza artificiale e i sistemi di riconoscimento facciale per finalità di sorveglianza pubblica. È il mondo alla rovescia, direbbe il Generale Vannacci: la destra che scimmiotta timidamente il modello cinese, i grillini grandi apripista della stagione pechinese che ne prendono le distanze.