Il New York Times ha provato fino all'ultimo a salvare la posizione di Vivian Wang. La corrispondente del quotidiano statunitense dalla Cina era stata espulsa a febbraio: una decisione secca, dura e, come sarebbe presto diventato evidente, irrevocabile. Il Nyt, facendo leva sul suo prestigio, ha cercato di far tornare Wang a Pechino in occasione dell'incontro tra Donald Trump e Xi Jinping andato in scena lo scorso maggio. Ogni tentativo è stato vano. La cacciata della reporter è stata resa nota quando il giornale ha capito che non c'era più niente da fare. E che la sua dipendente non avrebbe più potuto scrivere di Cina da dentro la Cina. Chi pensa che si tratti di un caso isolato è completamente fuori strada. Il cartellino rosso mostrato in faccia a Wang è soltanto la punta di un iceberg molto più grande e preoccupante. Già, perché tra le due super potenze globali è in corso – anzi: peggiora di mese in mese - una guerra invisibile che coinvolge le intellighenzie delle rispettive società. Nessuno è al sicuro: giornalisti, scienziati, economisti, ricercatori, professori. Né a Washington, né a Pechino. Qualcuno è stato allontanato da centri studi e università. Altri sono scomparsi nel nulla, spariti dalla luce dei riflettori. Altri ancora sono finiti in prigione con accuse di spionaggio o addirittura morti in circostanze misteriose.
Colpire questi particolari anelli della catena di potere di un Paese è una mossa rischiosa (soprattutto agli occhi dell'opinione pubblica) ma efficace. Se infatti i giornalisti sono coloro che raccontano storie talvolta sensibili, e che nell'era della Seconda Guerra Fredda possono danneggiare governi, leader e interi Paesi rivali, gli scienziati (e affini) hanno il compito di portare avanti la ricerca in settori altamente strategici propedeutici al rafforzamento militare di una nazione. Gli studiosi, infine, possono essere fastidiosi perché in grado di realizzare report non graditi. Wang rientra nella categoria dei cronisti arruolati da media statunitensi: categoria molto precaria in Cina, considerando che la narrazione statunitense non è affatto benevola con Xi e compagni. Insomma, è successo che la signorina stava per lasciare Pechino per raggiungere Seoul, ma che in aeroporto ha scoperto che non sarebbe più potuta rientrare oltre la Muraglia. Colpa - si fa per dire - di un evento organizzato dal suo giornale a New York con la partecipazione virtuale del presidente di Taiwan. Evento al quale lei non aveva partecipato. Pare inoltre che alcuni articoli sulla quotidianità cinese scritti da Wang abbiano infastidito il governo cinese. Morale della favola: espulsione. La stessa ricevuta da un reporter dell'agenzia statale cinese Xinhua negli Usa per conto dell'amministrazione Trump.
“Non sappiamo esattamente perché (il ministero degli Esteri cinese) abbia deciso di revocarmi il visto. Ma ciò che mi è diventato chiaro durante il mio soggiorno in Cina è che i vecchi presupposti su ciò che è "sensibile" non sono più validi”, ha affermato Wang. Possiamo invece soltanto interrogarci su ciò che è accaduto a numerosi scienziati cinesi impegnati nei programmi più delicati di Pechino. Il caso più emblematico è quello di Feng Yanghe, esperto di intelligenza artificiale militare e delle simulazioni per un'eventuale invasione di Taiwan, morto nel 2023 a soli 38 anni in un incidente stradale mai del tutto chiarito. Il suo necrologio parlò di “sacrificio” durante il servizio e venne sepolto nel cimitero monumentale di Babaoshan, riservato agli eroi dello Stato. A lui si aggiungono altri nomi sconosciuti ma rilevanti: Chen Shuming, specialista in microelettronica per armamenti, Zhang Xiaoxin, esperto di satelliti meteorologici strategici, Zhou Guangyuan, chimico di punta, Fang Daining e Yan Hong, entrambi impegnati nella ricerca sui sistemi ipersonici, oltre all'esperto di droni Zhang Daibing e al pioniere della sicurezza dei dati Liu Donghao. In diversi casi le autorità hanno parlato di incidenti, malattie improvvise o non hanno fornito alcuna spiegazione. Sia chiaro: non esistono prove che colleghino queste morti a una campagna di eliminazione mirata. Ma la concentrazione di decessi in settori chiave della difesa e della tecnologia ha alimentato interrogativi anche tra analisti occidentali, mentre negli Stati Uniti una serie di scomparse e morti di ricercatori è finita all'attenzione dell'Fbi. Le menti migliori sono insomma diventate un obiettivo esplicito della nuova competizione tra Usa e Cina.