Per semplificare l'hanno soprannominata “Legge sull'unità etnica”. In realtà, volessimo usare il burocratese cinese, si chiama “Legge sulla promozione dell'unità e del progresso etnico”. Siamo in Cina e oggi, primo luglio 2026, è entrata in vigore questa legge molto controversa. Controversa perché, a dare un'occhiata ai media internazionali, si tratterebbe di un bel fucile a canne mozze che Pechino potrebbe usare a suo piacimento per colpire chiunque, in qualsiasi parte del pianeta e indipendentemente dalla sua nazionalità, si azzardasse mai a parlare male della Cina. C'è, infatti, chi ha già acceso i riflettori su una clausola della suddetta legge secondo la quale persone, gruppi e organizzazioni al di fuori dei confini della Repubblica Popolare Cinese possono essere ritenuti legalmente responsabili per aver minato “l'unità e il progresso etnico o per aver incitato al separatismo etnico”. La parafrasi? Quella ufficiosa, e cioè offerta dalle fonti occidentali è più o meno la seguente: se d'ora in avanti dite qualcosa che a Xi Jinping non piace, tipo che il Tibet non è cinese, o se iniziate a inneggiare al separatisti uiguro o taiwanese, sottintendento che la provincia dello Xinjinag e Taiwan non abbiano nulla che fare con la Cina, allora il Dragone vi metterà nel mirino e, prima o poi, chiederà la vostra estradizione per farvi passare un po' di tempo nelle carceri d'oltre Muraglia. La parafrasi ufficiale, quindi quella filtrata dal governo cinese, spiega che la legge serve a “creare una coscienza comunitaria comune per la nazione cinese” e che le persecuzioni legali scatteranno all'indirizzo di chi “compromette l'unità etnica” della Cina o crei “divisioni etniche”.
Le due parti più critiche della legge sono queste. L'articolo 63 stabilisce che qualsiasi “organizzazione esterna e individuo” siano soggetti a responsabilità legale per azioni “volte a minare l'unità e il progresso etnico o a creare divisioni etniche” in Cina. Un altro articolo afferma che tutti i cittadini cinesi hanno “l'obbligo di preservare l'unificazione nazionale e l'unità tra tutte le minoranze etniche”, respingendo qualsiasi forma di “interferenza da parte di forze esterne” in questioni etniche con il “pretesto dell'etnia, della religione e dei diritti umani”. Partiamo da due punti inequivocabili, ossia dal fatto che la suddetta legge contiene un forte elemento di extraterritorialità e che non distingue tra cittadini cinesi e stranieri. Attenzione però, perché pensare che basti “parlare male della Cina” per finire nel mirino del Dragone è una semplificazione. Certo, la legge è molto ambigua, ma forse è proprio questa sua ambiguità di fondo l'elemento pensato per incutere timore alla platea globale. Se Pechino ritenesse che un americano o un europeo abbia sostenuto posizioni considerate separatiste su Tibet, Hong Kong o Taiwan, potrebbe teoricamente (si badi bene: teoricamente) aprire un procedimento nei suoi confronti. L'eventuale rischio concreto si presenterebbe a maggior ragione in caso di viaggio in uno Stato disposto a collaborare con la Cina e a dare esecuzione ai mandati d'arresto emessi da Pechino. Come detto, il contenuto della legge è però vaghissimo e può essere interpretato in modo estensivo. È proprio questo passaggio ipotetico che spaventa i critici e che potrebbe istigare all'autocensura su determinati dossier.
Come ha spiegato Reuters, le organizzazioni per i diritti umani temono anche che la Cina possa cercare di utilizzare le “Red Notice” dell'Interpol per indurre i governi stranieri a prelevare all'estero persone ritenute colpevoli di reati politici commessi in patria. Con un preambolo e 65 articoli, l'obiettivo della legge è “creare una coscienza comunitaria comune per la nazione cinese”, ha fatto sapere Chen Ruifeng, viceministro del Dipartimento del Fronte Unito del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. La Cina, che nega sistematicamente ogni accusa di violazione dei diritti umani, continua a respingere le critiche alla legge. Hu Weilie, viceministro della Giustizia, ha definito le preoccupazioni relative alla clausola sull'esecuzione all'estero una “lettura distorta” e una “campagna diffamatoria”. Alcuni membri del Parlamento europeo hanno intanto avvertito gli Stati membri di valutare la possibilità di sospendere i trattati di estradizione con la Cina, sottolineando che se questa legge dovesse colpire i cittadini europei, potrebbe “avere gravi conseguenze per le relazioni tra Ue e Cina”. Scoraggiare il dibattuto in merito a dossier sensibili sarebbe già una grande vittoria per il Dragone.