Se leggete l'ultimo libro di Fabio Parenti, “La Cina non si Usa” (Edizioni Dedalo), scoprirete che gran parte di quello che vi hanno sempre raccontato sul Dragone è molto spesso frutto di una esagerazione. Nella migliore delle ipotesi si tratta di un'esagerazione involontaria derivante da scarsa conoscenza di un Paese tanto diverso da noi quanto geograficamente lontano. Nella peggiore di una narrazione che si inserisce nella cosiddetta Seconda Guerra Fredda, con Washington e Pechino a spartirsi il pianeta mentre tutti gli altri restano a guardare. Ma è davvero così? Sul tema ci sono mille versioni e altrettanti punti di vista. Parenti, uno che la Cina l'ha studiata e vissuta da dentro, invita i lettori a ignorare gli schemi abituali con cui l'Occidente ha interpretato l'ascesa cinese, ricordando che non possiamo più continuare a giudicare Pechino come se dovesse necessariamente diventare una copia di Washington. Inizia così la nostra intervista con l'autore del volume, geografo economico-politico e docente di Global Studies.
Professor Parenti, partiamo dal titolo: perché “La Cina non si Usa”?
“La Cina non si Usa è un gioco di parole che riflette una realtà chiara. La Cina ha detto (e può dire) basta all’umiliazione e al bullismo subito da gran parte del cosiddetto Occidente. La Cina non vuole diventare come gli Usa e non ha alcuna propensione e interesse al dominio. In questo volume ho provato a spiegarlo in termini storici e non ideologici. Attraverso un confronto che attraversa storia, filosofia, economia e relazioni internazionali, ho messo a confronto due diverse visioni dell'uomo, della società e del potere”.
Quali sono queste due diverse visioni, una incarnata dall'Occidente, in maniera specifica dagli Stati Uniti, e una dalla Cina?
“Da una parte troviamo l'idea occidentale fondata sulla competizione e sulla ricerca del dominio; dall'altra una tradizione politica che pone al centro armonia, stabilità e continuità. Il paradigma del dominio statunitense è figlio del famigerato homo homini lupus e del si vis pacem, para abellum. Quello dell’armonia cinese si rifà ad altri concetti: alla benevolenza umana (rén), alla forza che risiede nell’equilibrio (dào), al rispetto reciproco. Non è soltanto una differenza di sistemi politici o modelli economici, quanto piuttosto una diversa idea di essere umano”.
In molti potrebbero pensare che lei ha già deciso di inserire la Cina tra i buoni e gli Usa tra i cattivi.
“Non si tratta di idealizzare la Cina né di demonizzare l'Occidente, e nel libro non c'è niente di simile. Al contrario ho rifiutato la logica delle tifoserie per mettere sul tavolo strumenti che i lettori possono usare per comprendere una realtà, quella cinese, troppo spesso raccontata attraverso pregiudizi, slogan e categorie inadeguate. Troppo schiacciata sul presente e poco storicizzata. Ci sono delle diversità abissali tra Cina e Occidente, a partire da una evidente divergenza storico-culturale, fino ad arrivare a differenti concezioni dell’ordine politico, della libertà e del rapporto tra individuo e comunità. Ci troviamo di fronte a due grandi traiettorie storiche che rispondono a logiche opposte”.
Quali sono i veri obiettivi di Pechino? A cosa punta?
I veri obiettivi di Pechino sono conclamati nei piani quinquennali stilati dalle autorità cinesi e nelle dichiarazioni del governo: consolidare ulteriormente la propria indipendenza tecnologica e strategica, non farsi più mettere i piedi in testa da nessuno, sviluppare e migliorare le condizioni di vita del popolo cinese.
La Cina vuole sfidare l'Occidente?
No. Vuole semmai emanciparsi dall'Occidente, pur continuando a intrattenerci buoni rapporti. Vuole riformare un sistema che non funziona più in un mondo cambiato. Vuole continuare a lavorare con le Nazioni Unite.
Diversi analisti continuano a mettere in dubbio il “modello cinese”. Cosa ne pensa?
Il “modello cinese” ha un senso, e lo si vede dai risultati storici, di crescita e di consolidamento raggiunti. Incarna una sorta di efficientismo sovranista e non è affatto un alter ego del modello statunitense.
C'è chi parla del “miracolo cinese” riferendosi all'ascesa (o meglio: il ritorno) del Paese sulla scacchiera internazionale.
“Non è mai esistito il miracolo cinese. Volontà, lavoro, sacrifici di un popolo intero hanno consentito alla Cina di tornare al centro del mondo, conquistare indipendenza materiale e richiedere coesistenza tra pari e non più catene e subordinazione”.
Qual è lo scopo di questo volume?
Prima di tutto, come detto, spiegare ai lettori le diversità che contraddistinguono Cina e Occidente. Dopo di che, in un'epoca segnata dalla fine dell'ordine internazionale nato dopo la Guerra Fredda, dall'emergere di nuovi poli di potere e dalla crescente difficoltà dell'Europa nel trovare una propria collocazione strategica, “La Cina non si Usa” propone una riflessione originale e, mi permetto di dire, anche controcorrente: il futuro come risultato dell'incontro, della competizione e della possibile convivenza tra civiltà differenti, e non più come la semplice estensione del modello occidentale”.