Quello che è successo davvero s’è capito tardi, dopo essere andati dritti nella direzione della tragica fatalità e aver supposto, al limite, la responsabilità di cinque medici per la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Mamma e figlia avvelenate a Natale. Il paese, Pietracatella, non aiuta, perché la comunità non ha voglia di esporsi fino a risultare quasi reticente. I protagonisti pure, a dirla tutta, hanno atteggiamenti che non si spiegano, come se ciò da cui difendersi non fosse la possibilità di un assassino in giro, ma la certezza che in giro, invece, ci sono un sacco di giornalisti. E una Procura – è il segreto di Pulcinella ormai – che ascolta tutti, sia convocando persone che potrebbero essere informate sui fatti, sia intercettando. Questo è lo scenario e, ci dispiace dirlo, l’odore che si sente è un po’ lo stesso che s’è sentito per anni anche a Garlasco. Gli errori nelle primissime ore non sono mancati, non per malafede o chissà che cosa, ma semplicemente perché s’è data per scontata l’ipotesi dell’incidente, della fatalità. Con i risultati che tutti conosciamo. Tanto che adesso il dubbio si fa sempre più forte: si troverà mai chi ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di vita? E, soprattutto, ci sono più i presupposti per capirlo?
Gli inquirenti sono convinti di sì, sia sul fronte dei magistrati che si stanno occupando del caso, sia su quello della polizia giudiziaria, ma è di queste ore la notizia di quella che può essere definita una prima sconfitta della scienza. Se è vero, infatti, che le operazioni peritali svolte fin qui hanno accertato che le due donne sono morte per un avvelenamento da ricina, è altrettanto vero (anche se è una indiscrezione che nessuno ha voluto confermare ufficialmente) che le conclusioni sono pronte. Manca solo la firma di tutte le parti. Ma c’è niente di nuovo: non si è riusciti a capire se Antonella e Sara hanno ingerito ricina o se ci sono semplicemente entrate a contatto. Quindi la prima grande domanda è già senza risposte. Proprio per questo, la Procura di Larino ha formalizzato il conferimento degli incarichi ai consulenti del Robert Koch Institut di Berlino, gli specialisti Christian Herzog e Sylvia Worbs, affiancati dal tossicologo forense Luca Morini. I prelievi ematici eseguiti sui due unici familiari superstiti, Gianni e Alice Di Vita, sono stati inviati in Germania per accertare un'eventuale assunzione pregressa della sostanza tossica.
L'attività peritale si concentra ora su circa settanta campioni di alimenti sequestrati nell'abitazione della famiglia, proprietaria di un mulino locale. Gli esperti tedeschi esamineranno inoltre indumenti, arredi e suppellettili prelevati nell'immobile, per il quale è già stato pianificato un nuovo, approfondito sopralluogo tecnico. L'obiettivo è individuare tracce biologiche del composto proteico letale, la cui presenza nel sangue delle vittime è stata definita dal Centro Antiveleni di Pavia come il primo caso documentato al mondo con tale livello di certezza scientifica. Il problema, anche se nessuno lo dice, è che rischia d’essere troppo tardi. Perché la ricina fa perdere le sue tracce e perché il tempo passato comincia a essere veramente troppo. Ok la scienza, ma quello che serve, purtroppo, è l’indagine tradizionale, che però non potrà prescindere dalla collaborazione di una comunità che, invece, proprio non vuole saperne di dare una mano. E che resta chiusa a riccio, tanto che la stessa Procura – anche per dare un segnale – ha già aperto un fascicolo su una delle persone (una amica di Antonella) che aveva omesso di riferire particolari rilevanti.
Sul fronte territoriale, sempre relativamente alle indagini tradizionali, l'individuazione di piante di ricino nelle campagne adiacenti alla proprietà ha modificato la prima ipotesi investigativa, legata a un approvvigionamento tramite canali illeciti telematici. Sebbene sia al vaglio la pista di una contaminazione accidentale durante i processi di stoccaggio o macinazione dei cereali nel mulino di famiglia, gli inquirenti mantengono l'indagine nell'alveo del duplice omicidio premeditato. L'ipotesi dell'accidentalità presenta infatti forti criticità epidemiologiche, non essendosi registrati altri casi di intossicazione nel circuito di distribuzione dei prodotti della ditta.