Una standing ovation per Ali G che, con una clamorosa e spassosa azione di guerriglia culturale, ha preso a spallate il bigottismo di facciata dell’establishment globale, nel nome di chiunque ami la libertà individuale.
Fate largo al Messia, apparso al gotha più imbalsamato del jet-set, in devoto silenzio al cospetto del prato più sacro e snob del pianeta. Lui, in una clamorosa giacca bianca da pusher-tennista-dj, e una scritta gridata al mondo: “Official Wimbledon Ganja Dealer”, con tanto di catena d’oro e i classici occhialoni dalle lenti gialle e il copricapo in rete, da trafficante leader indiscusso del West Staines Massiv, temibile e fittizia gang di strada di Staines-upon-Thames, che lui spaccia per ghetto spietato, mentre invece si tratta di una tranquillissima e ultra-borghese cittadina di pendolari inglesi. Ali G si è messo a spacciare erba, a inscenare la vendita al dettaglio di Madre Natura, a offrire bustine di felicità ai Lord e alle Lady, direttamente sulle tribune del Centre Court. Con un colpo di genio che trascende l’intenzione di una semplice gag virale. Ha inscenato l’attività di spacciatore ufficiale e alla luce del sole, con tanto di trovata marketing: visto che il tennis si gioca meglio sull’erba, la sua missione era quella di venderne il più possibile proprio lì, sul posto. Un sillogismo perfetto da inserire nelle casistiche della geopolitica antiproibizionista. Non solo l’incursione comica del momento, ma una lezione di disobbedienza civile e di estetica libertaria: una provocazione visiva fragorosa per sconquassare le fondamenta del club più conservatore del mondo. E, con la sfrontatezza che lo contraddistingue, Ali G si è rivolto ai social per decretare che quel torneo inamidato non è altro che “un mondiale di una versione di merda del ping-pong”.
Sacha Baron Cohen ha preso di mira l’ipocrisia di un intero sistema, in cui lobby di politici e legislatori, inalano ogni mese almeno l’intero PIl annuale della Bolivia, proveniente chissà da quali sfinteri sfiniti nelle classi economiche dei voli Bogotà-Londra. Così si consumano le doppie vite dei rappresentanti dello Stato in feluca o alla Camera dei Lord, mentre arrancano per tenere in vita leggi polverose e dibattiti moralizzatori sul consumo delle sostanze. Ci voleva lui, il trasformismo spiazzante del Fregoli di Staines, in tuta bianca nel tempio della nobiltà inglese. Poco importa se qualche anima candida si è scandalizzata al punto da chiamare la polizia per denunciare che il comico stava offrendo droga ai presenti, facendo scattare un surreale controllo degli agenti sul posto. È proprio in quel momento che la satira si è trasformata in pura arte situazionista: con i poliziotti nell’imbarazzo di dover identificare Ali G, mentre lui cercava di spiegare le regole del mercato della durissima periferia di Staines. Nessuna delle celebrità presenti, per quanto ne sappiamo, ha accettato la sua generosa offerta botanica, ma la verità è che Ali G ha regalato a loro e a tutti noi qualcosa di molto più prezioso. Portare la cultura della cannabis a Wimbledon è un atto di coraggio intellettuale. Significa sfidare l’estetica del privilegio, l’istituzione che vieta persino di indossare indumenti non perfettamente bianchi sul campo da gioco, apponendo sulla sua tuta intonsa l’insegna verde della foglia più amata della terra.
Sacha Baron Cohen ha usato il ritorno del suo personaggio storico - non solo per annunciare in segreto un nuovo film di cui nessuno conosceva l’esistenza - ma per far esplodere una bomba di gioioso caos in un ambiente che si prende decisamente troppo sul serio. Ha sdoganato la figura dello spacciatore trasformandola in una maschera carnevalesca, un Robin Hood moderno che non ruba ai ricchi per dare ai poveri, ma offre ai ricchi annoiati l’unica cosa che potrebbe davvero salvarli dalla loro stessa pomposità. Dobbiamo ringraziare questo eterno provocatore per averci ricordato che la battaglia per la legalizzazione si vince anche così: smitizzando il proibizionismo, rendendolo ridicolo di fronte all’opinione pubblica globale, costringendo i poliziotti a dover ottemperare a ruoli grotteschi, davanti alle telecamere per una manciata di foglioline sul prato inglese d’élite. Ali G ha conquistato il Centre Court senza bisogno di una racchetta: col peso delle sue verità e la lucentezza delle sue visioni. Un encomio ad Ali G, alla sua opera, per la libertà di espressione, per la risata oltre le catene del perbenismo: poter ridere di sé e delle stupide norme che l’uomo si impone, solo perché tramandate, e rendere questo pianeta un posto infinitamente meno grigio, frustrante e rabbioso. Booyakasha, Ali: il mondo libero è con te, e che tutta la migliore erba possa finalmente essere condivisa e non solo calpestata a Wimbledon.