Il tempo a Wimbledon sembra non passare mai, se non fosse per quella piccola area centrale a fondo campo, zona di transito obbligatoria per qualsiasi tennista concentrato a coprire l'intero campo. L'erba, ora terra e polvere, suggerisce chiaramente il trascorrere dei giorni, due settimane di spettacolo nel segno di quel bianco che è diktat. Il fatto è che Wimbledon è una dimensione a sé stante, il tennis diventa un mero messaggero, Ermes di classe e tradizione in una cornice unica al mondo e che nel Pimm's e le fragole con panna ritrova forse un briciolo di quotidiano in un mare di regalità. Le generazioni cambiano, gli stili di gioco sfilano di pari passo. L'etichetta rimane. È questo che fa dello Slam londinese l'unico e inimitabile.
Quest'anno il sogno britannico si è infranto in semifinale: dopo l'ascesa da brivido, Arthur Fery ha salutato il suo pubblico dopo la sconfitta contro Alexander Zverev. L'ultimo Wimbledon targato Union Jack è di Andy Murray, che nel 2016 mise il sigillo sulla seconda coppa. Quest'anno, i fortunati presenti ritrovano Jannik Sinner, in difesa del titolo. L'alternativa è il più recente vincitore Slam, il Roland Garros della liberazione dal flagello Major: Alexander Zverev. Il numero uno al mondo non perde contro il tedesco da tre anni, tutto all'All England Club sembra quindi far presagire un incontro a senso unico. Non solo la statistica appena menzionata, ma anche il livello dirompente dimostrato da Jannik contro l'eterno Novak Djokovic in semifinale. Eppure la sorpresa non tarda ad arrivare.
La sfida è immediatamente scandita dai turni di servizio, mantenuti da entrambi i protagonisti senza nemmeno troppo sforzo. Un unico break point a favore dell'italiano, all'ottavo gioco sul 4-3, sembra voler spezzare l'incantesimo, ma è un nulla di fatto. Il finale è uno soltanto e risponde al nome di tie-break. Il neo numero due al mondo si aggiudica il set con un 9-7 che lascia a Sinner il compito di inseguire. Forse a questo punto si può parlare di leggera tensione.
Il secondo set è terreno di caccia per il dritto del tedesco, che si abbandona a pochi errori. La coltre di ghiaccio dell'altoatesino sembra sciogliersi, subendo anche e soprattutto un servizio per cui non trova la lettura corretta. Un gesto di rassegnazione dopo un rapido confronto con il box e l'ennesima risposta fuori campo, Alexander Zverev ha scoperto l'arma del delitto, peccato che non sia per sempre. Al meno male di Paolo Bertolucci in cabina di commento, dopo un colpo di Sasha finito di un soffio fuori, non si può che sorridere. E fa quasi effetto, perché Jannik Sinner ci ha abituati talmente bene che vederlo in difficoltà è qualcosa che non rientra nel manuale dell'appassionato. Appellarsi all'errore dell'altro, non è una consuetudine. Il campione, però, è campione per un motivo e si fa vedere nei momenti del bisogno. L'inevitabile tie-break del secondo set termina 7-2 senza se e senza ma, con Sinner che si impone tra vincenti calcolati e una fiducia ritrovata.
Oltre all'equilibrio che segna irrevocabilmente una finale (forse) altrimenti tutta tricolore, non scompare mai quella sensazione di rigorosa reverenza nei confronti dell'evento che si sta svolgendo sotto lo sguardo di tutti. Perché giocare la finale di Wimbledon non è mai banale, che duri poco o sfidi l'orologio in una maratona senza eguali: qualcosa di grande sta prendendo forma. La storia del tennis si svolge silenziosa, accompagnata soltanto dal rumore della pallina sul piatto corde o sull'erba ormai consumata. La consapevolezza del mito pesa sul Centrale e si insinua nella mente dei giocatori. Ma la porta è chiusa: troppo distaccati dal macigno dei libri di storia, troppo concentrati sul gioco per pensare all'entità del tutto.
Il terzo set spezza l'incantesimo della simmetria e viene siglato da Jannik Sinner con un netto 6-3. Ed è subito respiro di sollievo. Alexander Zverev cerca di diventare il secondo tedesco in era Open a vincere almeno due Slam dopo Boris Becker, certo è che sul quarto set pesano tutte le ansie di un finale da riscrivere e poi, solo dopo, il cavillo dei record. Quelli che interessano così poco all'italiano, che torna - così come l'avversario all'opposto della rete - a stringersi al turno di battuta. Ed è equilibrio, ancora una volta, fino al 4 pari del non ritorno. Con un 6-4 finale, Jannik Sinner torna a vincere Wimbledon nello stesso modo in cui ha vinto il precedente: da fuoriclasse. Con un'abilità per pochi, quella di non farsi sopraffare dallo stato di forma dell'avversario, un avversario che - forte del successo sul Philippe Chatrier - era pronto come mai prima d'ora a darsi una reale occasione.
La lode va innanzitutto a Sasha, per il livello dimostrato. L'applauso va poi a Jannik Sinner, a una mente esemplare che, unita a un braccio d'oro, anche questa volta ha fatto la differenza. Mentre la stagione guarda al cemento del Vecchio Continente, e i due finalisti si concedono del meritato (seppur fugace) riposo, viene spontaneo soffermarsi sulla rinascita costruita, odiata e infine amata di Sasha Zverev e sulla qualità ormai disarmante di Jannik Sinner. Avanti 11 a 4 negli scontri diretti, il bilancio è crudele ma lascia spazio alla crescita. In attesa del ritorno di Carlos Alcaraz, la domanda quindi è una soltanto: saranno loro i protagonisti dell'epilogo estivo e dell'autunno prossimo?