A Wimbledon il bianco è la regola, anzi, è l'imperativo. Una tradizione che risale alle prime sfide del 1877, a una Londra e soprattutto un tennis, molto diversi da oggi. Una città sporca nei bassifondi e aristocratica nei palazzi, classi sociali ben distinte, e la racchetta riservata a quella più nobile. Conti, baroni, studenti di Oxford e Cambridge, gente che mal si sposava con le volgari macchie di sudore sulla maglia. Per questo, per nascondere meglio le macchie di sudore, venne imposto l'obbligo di vestire interamente di bianco. Un obbligo diventato simbolo di eleganza, oltre che consuetudine per il tennis di inizio '900, non solo all'All England Lawn Tennis and Croquet Club. Un vezzo aristocratico, gradualmente abbandonato negli alti angoli del mondo ma che a Wimbledon è rimasto, anzi è diventato ancora più rigido. Regole codificate su inserti, scarpe e accessori, perfino medici. Dovute perlopiù agli strappi dei ribelli che negli anni hanno tentato di sovvertirle, dalla fascia rossa di McEnroe alle suole arancioni di Federer. Ieri il bianco di Wimbledon si è sporcato ancora, questa volta non per volontà sovversiva ma per esigenza fisica. Simbolo estremo di sofferenza. Le scarpe di Jannik Sinner, il numero 1 al mondo, si sono tinte di rosso. Una macchie di sangue partita dal mignolo del piede destro e poi espansa su tutto il lato superiore della scarpa dopo una caduta nel terzo set. Nulla di preoccupante: ”Sto bene. Sembra molto peggio di quello che è in realtà” ha dichiarato il campione in carica. “Anzi, sono rimasto molto sorpreso che mi abbiano lasciato continuare a giocare perché… era tutto bianco, poi è diventato un po' rosso. È solo un'unghia. Non volevo interrompere Miomir. Penso che entrambi avessimo trovato un buon ritmo. È stata una grande partita da parte di tutti e due. Non volevo perdere tempo. Va tutto bene”.
Tutto è bene quel che finisce bene, la caduta è stata spaventosa, una torsione che ha messo a dura prova anca e ginocchio del tennista altoatesino, che se l'è cavata con un'unghia rotta. Ma la spia rossa sulla scarpa, come un segnale di pericolo, è stata il simbolo di un inizio sofferto sull'erba per Jannik. La partita contro Kecmanovic, all'apparenza una formalità, si è trasformata presto in una battaglia. Cinque set, al primo turno di uno Slam, con in testa le paurose immagini di Parigi, il terzo Slam perso di fila così, inaspettatamente. Ma la testa, si sa, per il campione italiano è un'arma ancora più forte del braccio. E seppure per un attimo i fantasmi avranno fatto capolino fra i capelli rossi ha fatto presto a ricacciarli via, come ha fatto con il combattivo Kecmanovic, a cui va senza dubbio l'onore delle armi. Lo abbiamo già detto più volte, il fenomeno non è chi vince quando è in giornata di grazia, è colui che lo fa anche quando la palla non ne vuole sapere di andare di là. Ancora una volta Jannik lo ha fatto. Il campione è ferito, ma non è morto. Wimbledon continua.