Il secondo set della semifinale degli Internazionali d'Italia tra Jannik Sinner e Daniil Medvedev ha lasciato tutti con il fiato sospeso. Il numero 1 al mondo è apparso in evidente difficoltà respiratoria, si è piegato in campo per un conato di vomito e ha mostrato una fatica enorme quasi nel riuscire a stare in piedi. A dare un nome a quelle immagini è stata Flavia Pennetta: "Mi è sembrato quasi un attacco di ansia o di panico perché a un tratto non riusciva più a respirare bene."
Non è la prima volta che il tema della salute mentale irrompe nel mondo del tennis d'elite. Naomi Osaka, nel 2021, sorprese tutti annunciando il ritiro dal Roland Garros, spiegando di lottare da anni con episodi di ansia e depressione, schiacciata dal peso delle aspettative e dei media. Alexander Zverev, a Wimbledon 2025, ammise pubblicamente di non provare più gioia in nulla di ciò che faceva, dentro e fuori dal campo, e disse per la prima volta di pensare di affidarsi a uno specialista. Andrey Rublev, che non ha nascosto un lungo periodo di depressione, gli andò pubblicamente in soccorso sottolineando come l'amore per questo sport possa diventare un'arma a doppio taglio. Segnali diversi, storie diverse, ma con un filo comune: la solitudine di uno sport che, nei momenti bui, ti abbandona dall'altra parte della rete.
Cosa succede davvero nella testa — e nel corpo — dei campioni quando la pressione diventa insostenibile? Lo abbiamo chiesto a Michele Liguori, ex atleta oggi mental coach per sportivi agonisti.
Durante il match contro Medvedev Jannik Sinner ha accusato vomito, affanno e forti difficoltà respiratorie. Alcuni hanno parlato di semplice stanchezza fisica, altri hanno ipotizzato segnali compatibili con un attacco d’ansia. È un’ipotesi plausibile?
Premetto che non essendo psicologo non posso fare diagnosi, soprattutto guardando un atleta da fuori. Però da mental coach che lavora ogni giorno con sportivi, posso dire che in situazioni di pressione molto alta il corpo può reagire in maniera forte: nausea, affanno, difficoltà respiratoria, gambe vuote o perdita di lucidità.
Il problema è che questi sintomi possono essere sia fisici che legati allo stress agonistico, e spesso le due cose si intrecciano.
Per questo eviterei etichette o diagnosi. Però sicuramente il livello di pressione mentale che vive un numero uno al mondo è enorme, e il corpo a volte può manifestarlo anche così.
Nel tennis, dove si è completamente soli in campo, la pressione mentale pesa più rispetto ad altri sport? E come si gestisce nei momenti di maggiore difficoltà?
Nel tennis la pressione mentale è molto alta. Non hai compagni di squadra che possono toglierti pressione , non hai cambi, non puoi "nasconderti " dietro la squadra.
Nei momenti difficili la gestione passa da tre cose: respirazione, routine e attenzione al punto successivo. L’atleta deve riportarsi su ciò che controlla: il respiro, il tempo tra un punto e l’altro, la scelta tattica, come parli a te stesso. Il rischio opposto è andare nel futuro: "E se perdo?", "E se crollo?", "Cosa penseranno?". Lì la mente comincia a consumare energia.
Per un atleta di questo livello può diventare plausibile una sorta di “fobia della sconfitta” o comunque una pressione costante legata al dover sempre vincere?
Più che “fobia”, parlerei di pressione legata all’identità dell'atleta, soprattutto se è vincente ( come Sinner). Quando sei numero uno, non giochi solo per vincere: giochi anche per confermare di essere quello che tutti si aspettano.
A quei livelli la sconfitta può diventare qualcosa che pesa più del normale, perché non viene vissuta solo come un risultato negativo, ma quasi come una minaccia all’immagine, alla reputazione, alla continuità. E questo può creare un carico mentale enorme.
Quanto incidono aspettative, pubblico e continuità di risultati sul carico psicologico di un numero uno al mondo? E quanto può aver pesato, nel caso di Sinner, giocare a Roma davanti al pubblico italiano?
Le aspettative incidono tantissimo. Un numero uno al mondo vive una pressione continua: deve vincere, deve confermarsi, e in piu c'è il pubblico, i giornalisti , gli avversari che contro di lui giocano spesso più liberi.
Nel caso di Sinner, giocare a Roma davanti al pubblico italiano può aver aggiunto un peso emotivo importante. Non perché il pubblico sia negativo, anzi: il sostegno può dare energia. Però quando tutti vogliono vederti vincere, l'energia può trasformarsi anche in responsabilità o un peso enorme. È come se l’atleta non giocasse solo per sé, ma anche per gli altri.
Esiste un confine netto tra crisi fisica e crisi emotiva oppure, nello sport ad altissimo livello, le due dimensioni tendono spesso ad alimentarsi a vicenda?
La cosa importante è non è ridurre solo a: è fisico o mentale. A questi livelli mente e corpo viaggiano insieme, non separati. Una pressione mentale può trasformarsi in sintomo fisico e viceversa un problema fisico può generare ansia.
E infine aggiungo, Sinner è un campione, ma prima di tutto una persona, essere sempre al top sia mentalmente che fisicamente è difficile, anche lui ha bisogno di caricare le batterie, lui sicuramente rispetto agli altri sa mantenere meglio questo livello di forma, ma ripeto, tutti hanno bisogno di ricaricarsi.
Sinner è noto per una gestione emotiva quasi fredda, distaccata. Eppure ogni tanto, come a Roma, vediamo un lato più vulnerabile. Come legge questa apparente contraddizione? E cosa ci dice la sua capacità di reagire e vincere comunque il match?
Più che una contraddizione, io la leggerei come la conferma che anche gli atleti più forti come lui restano esseri umani come dicevo prima. Quando tutti si aspettano tanto da te, è normale vivere momenti di maggiore tensione.
Però la differenza dei grandi campioni spesso sta proprio lì: magari all’inizio sentono la pressione, fanno fatica, si innervosiscono, ma poi durante il match riescono a rientrare nella loro “bolla” mentale. Ritrovano concentrazione, presenza e attenzione sul punto successivo.
Ed è probabilmente anche questo che permette a Sinner di recuperare tante partite o di restare competitivo anche nei momenti complicati. Non perché non sente pressione, ma perché riesce a gestirla meglio degli altri. Non a caso è il numero uno nel suo sport.