Se c’è una cosa che in questo paese funziona molto bene quella è trasformare i dilemmi etici in materiale per le procure. L’ultimo capitolo della saga - che profuma di ideologia, corsie d’ospedale e sveglie all’alba della Polizia di Stato - è ambientata in diverse città italiane, da nord a sud: Ravenna, Bologna, Milano, Roma e Bari. E, come sempre, si guarda il dito e non la luna. Un copione da instant movie che vede oltre venti medici perquisiti dalle squadre mobili, Smartphone sequestrati, chat passate al setaccio e un’accusa pesante come un macigno lanciata dalla Procura di Ravenna: associazione a delinquere finalizzata al rilascio di falsi certificati medici. Associazione a delinquere. Per quale reato? Aver creato una rete scientifica di falsi certificati medici per dichiarare i migranti irregolari “inidonei” al trattamento dei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio).
Per la destra è il solito “sistema” della sinistra immigrazionista che sabota i rimpatri dello Stato; per la sinistra e i movimenti civici, si tratta di una “caccia alle streghe” contro professionisti che hanno agito secondo coscienza e codice deontologico. Al centro, ci sono i medici, che si trovano nel vicolo cieco del cosiddetto “reato di solidarietà”, cioè quella colpa che va punita penalmente o con norme amministrative solo per aver offerto aiuto, soccorso o assistenza a persone in difficoltà, in particolare ai migranti irregolari o ai richiedenti asilo.
Tutto nasce dall’inchiesta dello scorso febbraio che aveva travolto otto infettivologi dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna. Lì erano scattate sospensioni e interdizioni. Ma l’onda lunga dell’inchiesta della PM Angela Scorza si è allargata a macchia d’olio in tutta Italia. L’unico vero nuovo indagato è Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), considerato dai magistrati il fulcro della rete. Per gli altri ventidue colleghi, la perquisizione è scattata senza iscrizione nel registro degli indagati, ma con modalità che l’avvocato Fabio Anselmo ha definito, senza troppi giri di parole, “da criminali mafiosi”.
Ciò che la Procura contesta non è l’opinione politica (il sacrosanto diritto di dire che i CPR sono “luoghi patogeni”), ma l’aver fatto rete in modo scientifico. Secondo gli inquirenti, i medici usavano lo stesso schema precompilato, una specie di format condiviso su WhatsApp e via mail per dichiarare i migranti “non idonei” al trattenimento, sfruttando patologie infettive o psichiche per far saltare i trasferimenti. Nelle chat finite agli atti si legge: «Dobbiamo opporci tutti» o «È bello sapere che siamo in più zone diverse e in connessione».
Cooperazione umanitaria o cortocircuito normativo? Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ci è andato come sempre per niente cauto. Per lui, i medici coinvolti vanno radiati dall’albo. E per l’intera maggioranza è l’ennesimo tentativo di attivismo pro-migranti.
L’infettivologo Nicola Cocco si difende dalle accuse dicendo senza troppi fronzoli: «Nessun illecito, quei luoghi fanno ammalare».
Quindi, il medico deve essere un funzionario di Polizia o una persona specializzata per curari gli altri chiunque essi siano e qualunque reato abbiano commesso? Il vero nodo della vicenda sta nell’identità stessa della professione medica in Italia. Come ricorda Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri (FNOMCeO): «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura. Se ho davanti un criminale il mio dovere è curarlo come sancisce l’articolo 32 della nostra Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale - e tengo a sottolineare l’aggettivo fondamentale - dell’individuo e interesse della collettività». E poi continua: «Il nostro codice deontologico, le sentenze della Cassazione, la Corte costituzionale richiamano il dovere del medico a non sottostare a nessun’altra condizione se non quella della salute dell’individuo. Vale per i ricchi e per i poveri, per i neri e per i bianchi, per gli ebrei e per i palestinesi, e vale anche per i migranti. Se l’entrata nel CPR non garantisce la salute di un individuo, il medico deve rispondere alla scienza e alla sua coscienza, non deve autorizzarne l’entrata».
Il decreto Lamorgese impone che un medico certifichi che il migrante stia bene prima di entrare in un CPR. Ma se il medico si trova davanti a strutture che la stessa letteratura scientifica definisce devastanti per la salute mentale e fisica, cosa deve fare? Rispondere allo Stato o a Ippocrate?
Ma, alla luce di tutto, il vero punto cruciale di questa vicenda è: i CPR sono “luoghi patogeni”? Al di là dei tecnicismi giuridici sui file condivisi nelle chat WhatsApp dei medici, l’inchiesta solleva il tappeto rosso su un segreto di Pulcinella: le condizioni sanitarie all’interno dei CPR. I collettivi medici e le ONG da tempo definiscono queste strutture come veri e propri lager dove in diritti umani, e quindi della salute, vengono calpestati sotto le più terribili dinamiche geopolitiche.
Non si parla solo di scarsa igiene o cibo scadente. Il focus degli specialisti perquisiti (quasi tutti infettivologi e psichiatri) punta il dito sulla salute mentale: l’uso massiccio di psicofarmaci per calmare i trattenuti, l’assenza di percorsi terapeutici per soggetti vulnerabili e la totale incompatibilità della detenzione amministrativa con patologie pregresse. Secondo la difesa, i medici non stavano truffando lo Stato, stavano semplicemente certificando l’ovvio, e cioè: rinchiudere una persona fragile in quelle gabbie significa distruggerla fisicamente e psicologicamente. Vuol dire annientarla, vuol dire condannarla a morte.
Se la magistratura accerterà che le diagnosi erano inventate di sana pianta per scopi politici, il reato di falso ideologico rimarrà tale. Ma se la colpa di questi medici è stata solo quella di applicare un principio di estrema precauzione sanitaria di fronte a un sistema detentivo fragile, allora la faccenda cambia. Il rischio concreto è che questa inchiesta generi una medicina difensiva al contrario: medici terrorizzati dal firmare qualunque inidoneità per non finire nel mirino della Procura, lasciando che il giudizio clinico venga piegato alle esigenze di ordine pubblico. La solidarietà non è scritta nel codice penale, ma il reato d’opinione travestito da associazione a delinquere rischia di fare molte più vittime dei CPR stessi.