Odio i lunedì. Vasco Rossi lo canta da un pezzo, ma adesso a fargli il coro ci sarà inevitabilmente anche Giorgia Meloni. Che ieri, come una Chiara Ferragni qualsiasi, ha scelto un maglioncino “grigio sofferenza” per il video/spiega con cui provare a buttare là un “voltiamo pagina e andiamo avanti”. Quel 53,25% di NO alla riforma della giustizia, maturato sotto il peso di un’affluenza che ha sfiorato il 60%, però, è un dato statistico da consegnare sì alle noiose analisi dei flussi, ma pure è segnale sulla tenuta del potere. È, inutile negarlo, il corpo elettorale che rivendica la propria sovranità contro l’illusione del comando. Cara Giorgia, la strategia del basso profilo, quel tentativo quasi monacale di evitare la "personalizzazione renziana", è naufragata contro l’evidenza: per un terzo degli italiani, quel voto è stato un proiettile politico puntato dritto alla tempia (o alla schiena?) del Governo.
La retorica del "boia chi molla", anche se in felpa grigia, da un lato può essere un richiamo identitario, ma dall’altro una tremenda trappola. Un arroccamento muscolare che puzza di logoramento precoce. E pure l’unica cosa veramente fascista mai fatta da un Governo che realmente di destra non lo è mai stato (e anche per questo è stato punito). La scienza politica, quella che si faceva nelle scuole di partito tra le pieghe della storia e non nei talk show tra social e futuro che non arriverà, suggerisce che la leadership carismatica sopravvive alle "coalizioni forzate" solo se possiede il cinismo della ritirata. Soprattutto quando è strategica. Cara Giorgia, guarda la mappa del voto e prova a non sentire il brivido del tradimento: mentre Fratelli d’Italia ha garantito una compattezza quasi granitica, il Nord — il motore del Paese — si è sbriciolato. Lega e Forza Italia non controllano più nemmeno i propri condomini: i loro elettori hanno votato contro di te, mentre i loro leader sorridevano davanti alle telecamere. Se guardiamo i flussi per fasce d’età ha vinto il SÌ in quella fetta di popolazione (gli over 55) che manda avanti il Paese? Vero, ma due domande bisogna farsele comunque.
Siamo davanti al paradosso del partner junior in decomposizione: soggetti politici che, per evitare l'estinzione biologica, esercitano un potere di veto paralizzante, sabotando le riforme per ritagliarsi un atomo di identità. È qui che devi avere il fegato di ascoltare il fantasma di Matteo Renzi, sfrondandolo dai suoi errori narcisistici.Ok, avrà pure usato i suoi soliti, antipaticissimi, modi da bulletto di Rignano, ma ha capito già a suo tempo che la disintermediazione è una necessità vitale quando gli alleati si trasformano in zavorre impresentabili. Solo che lui, a suo tempo, non ha poi avuto il coraggio di andare fino in fondo (proprio perché è un bulletto). Dimettersi oggi sarebbe l'attivazione del famoso Majority Run: un tentativo (l’unico possibile) di purificare il consenso, drenando il sangue elettorale di chi ti rema contro per puntare a una maggioranza autosufficiente che metta fine ai ricatti da sottosegretariato e ai sabotaggi parlamentari. Certamente, il rischio costituzionale è un abisso e l’idea di un Mattarella che ne approfitterebbe per accroccare su un governo brancaleone scongiurando le elezioni c’è. È vero che la storia repubblicana è un cimitero di leader caduti nel tentativo di forzare la mano al sistema e l’ombra del Quirinale resta la variabile incognita capace di partorire l’ennesimo governo "di salute pubblica", consegnando il Paese a quel campo largo che oggi brinda sulle macerie del SI, ma sicura, cara Giorgia, che non ne guadagneresti comunque? In un contesto internazionale saturo di tensioni geopolitiche e crisi energetiche, restare ostaggio di alleati inaffidabili condanna a un’agonia politica che distruggerà irrimediabilmente il capitale simbolico costruito dal centrodestra.
La scelta da fare, sicuramente, è brutale. Quasi tragica. Ma è tra il persistere in un logoramento controllato che spegne lentamente l’entusiasmo o il rompere gli indugi e sfidare il sistema per riprendersi l'Italia senza il fardello di chi, pur sedendo in Consiglio dei Ministri, lavora sottotraccia per il fallimento necessario e funzionale a far restare a galla se stesso. La vera statura di un leader, cara Giorgia, si misura nella capacità di riconoscere quando la coalizione è una prigione, insieme all’appiattimento su Trump. Talvolta, per governare davvero, bisogna avere il coraggio di restare soli, prima che sia il Paese a lasciarti sola. Cara Giorgia, taglia la corda prima che le zavorre ti trascinino sul fondo. E ricomincia senza imbarazzanti compagni di viaggio.