La vittoria del “No” sulla riforma della Giustizia è, forse prima di tutto, la vittoria di un protagonista a sorpresa: Maurizio Landini. Più di Elly Schlein, più di Giuseppe Conte, più dei vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati e più di Nicola Frattoianni e Angelo Bonelli è al segretario della Cgil che si deve il consolidamento di una coalizione capace di vincere la partita referendaria. E questa crea un’asimmetria politica tutt’altro che secondaria. Chi ferma la riforma costituzionale è una sommatoria non omogenea, un campo largo e disomogeneo che ha avuto però un terreno di coltura tutt’altro che secondario meno di un anno fa. Dove è maturata la vittoria del “No” al referendum costituzionale del 22-23 marzo? Essenzialmente nella convergenza di tre fattori: la tenuta maggiore del campo del centrosinistra (sono più i frondisti di destra passati al “No” che gli scissionisti riformisti del campo progressista passati al “Si); la mobilitazione dell’elettorato giovanile, che nella fascia 18-34 oltre il 60% dei suffragi ha premiato l’opposizione alla riforma Nordio; la chiamata alle urne dei votanti a lungo rifugiatisi nell’astensione e però scesi in campo in questa contesa referendaria. Una convergenza che ha portato oltre 14,5 milioni di voti in dote agli oppositori della riforma e che ha avuto il suo terreno di coltura nel voto di giugno 2025 sui cinque quesiti su lavoro e cittadinanza. Referendum cercati e promossi dalla Cgil di Landini, che il centrodestra invitò a boicottare con gli appelli ad andare al mare e non partecipare.
L’affluenza sotto il 30% fu usata come occasione di critica contro il segretario ma allora si perse il punto forse decisivo: i circa 13 milioni di “Sì” ai quesiti sul lavoro lasciavano emergere l’esistenza di un corpo elettorale tutt’altro che omogeneo nelle coalizioni di favorevoli. Alle Europee 2024 Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra avevano raccolto 9,5 milioni di voti complessivi. L’aumento di circa un terzo dei suffragi fu un risultato principalmente dello stesso Landini. Simbolo, in questo caso, dell’ambiguità profonda della sinistra italiana: forte quando divisa, debole quando unita; chiamata a muoversi su terreni ideologici frastagliati e spesso amalgamata dal potere oppositivo più che da quello costruttivo. Landini, sindacalista che in questi mesi ha compiuto diverse traversate improvvisandosi leader referendario, promotore degli scioperi per Gaza e figura tribunizia di spicco per la campagna spinta dall’Associazione Nazionale Magistrati, è stato l’autore del progetto maieutico che ha plasmato il popolo anti-Meloni. Non un risultato da poco: non ci sarebbero riusciti Elly Schlein e Giuseppe Conte da soli, non avrebbero potuto farlo coloro che, almeno per ora, hanno ambizioni di leadership di coalizione. Ci è riuscito un sindacalista che ha creato un network con il centrosinistra fondato sulla leadership ideologica e narrativa. Su lavoro, cittadinanza, migranti, giustizia, Gaza Landini offre quella spinta politica esterna alla sinistra per abbracciare posizioni più radicali su determinati dossier e tenere unito il gruppo in occasione della volata finale. Tanto da essere il più convinto alfiere della retorica sulla “Costituzione antifascista” che oggi è più popolare nella società civile progressista che nella politica eletta di centro-sinistra.
Così è stato anche in questa campagna referendaria. Chi lo ha notato è stato il sempre attento Francesco Damato sul “Dubbio”, alla vigilia del voto, che ha scritto con sagacia: “tutto mi sarei aspettato, francamente, dallo spettacolo della politica al quale sono abituato da una vita, diciamo così, fuorché una toga pur metaforicamente indossata, diciamo onoraria, dal segretario generale di una Cgil non accodatasi ma sovrappostasi all’associazione nazionale dei magistrati e alle loro correnti, o partiti”. Il concetto della sovrapposizione è chiaro: Landini utilizza la Cgil non come camera d’eco ma come moltiplicatore di potenza per rivendicare l’interdipendenza delle battaglie e creare una vera egemonia a sinistra. Spesa la credibilità per il voto di giugno, approvato, a febbraio, il rinnovo del CCNL Metalmeccanico firmato a novembre assieme da Cgil, Cisl e Uil e vinta la campagna referendaria di marzo Landini può rivendicare un pesante credito da Schlein, Conte, Bonelli e Frattoianni. Ma guai a pensare che possa essere un federatore. Il centrosinistra attuale è un mosaico che ha una sola, vera leader capace di unificarlo: Giorgia Meloni. In tal senso Landini ha valore d’uso come federatore ottimale ritenuto super partes di un campo anti-Meloni capace di trasformare i 13 milioni di voti di giugno nella base per i 14,5 del referendum di oggi. In quei voti, con ogni probabilità, c’è la manifestazione di una rivolta elettorale contro un sistema ritenuto ora incarnato dalla destra e che però non è tanto la base di un campo largo per le prossime elezioni quanto la riedizione di quell’eruzione di malcontento palesata nel 2013, 2016 e 2018 dal decollo del Movimento Cinque Stelle e dall’affossamento della riforma costituzionale di Matteo Renzi. L’effetto Landini può accelerare la forza di questa coalizione nella democrazia diretta ma non è detto che possa risultare favorevole nel contesto della democrazia diretta dove più che la critica ai rivali comuni occorre costruire un progetto comune. E questa sinistra, spesso chiamata a rincorrere stimoli esterni (Landini, l’ANM, le piazze per Gaza e via dicendo) per mostrare di avere una battaglia da combattere, in larga parte a questo progetto comune non pensa ancora.