Voi che amate blaterare di destra, tradizioni e bei tempi andati, offuscati dall’idea di un grande passato da restaurare: ecco i vostri nuovi idoli, i lefebvriani del seminario di Écône che hanno consacrato quattro nuovi vescovi, senza il mandato di Papa Leone XIV, facendo scattare la scomunica e formalizzando di fatto un nuovo clamoroso scisma. La narrazione che aleggia su questi nuovi scismatici, appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, solletica lo stomaco dei nostalgici: nel nome del marketing identitario e contro ogni forma di dialogo interreligioso, tolleranza e inclusione, marchiati come debolezze progressiste. Ma per fortuna la Chiesa ufficiale, quella vera, e questo Papa non si piegano a tutto ciò: non si abbassano a inseguire il vento del consenso e della rabbia popolare, né cedono a quelle retoriche becere, sobillate dai saltimbanchi dell’odierna politica. Il clamoroso strappo si è consumato il 1° luglio nel cuore dell’imperscrutabile Svizzera. Proprio lì dove nel 1988 monsignor Lefebvre compì il medesimo strappo, subendo la condanna di Giovanni Paolo II. Ogni organizzazione politica o religiosa che vuole emergere cerca consenso con atti clamorosi e notiziabili: dedicati a quella larghissima fetta di pubblico, e cosiddetti credenti, che oggi mastica pane e sovranismo e che in queste ore prova sempre più empatia per questi nuovi ribelli, dipinti come gli ultimi guerrieri della messa in latino, i duri e puri che non si inchinano alle derive decadenti della modernità. È una lettura superficiale che si scontra con una contraddizione dottrinale insanabile. Chiunque creda davvero nel valore dell’istituzione ecclesiastica non può non vedere che l’integralismo di Écône non sta affatto proteggendo le radici dell'Occidente cristiano, ma le sta prendendo a picconate. Per comprendere l'enormità di questa rottura, occorre guardare a cosa sia storicamente uno scisma. Nei duemila anni di storia cristiana, la separazione da Roma ha sempre seguito lo stesso identico copione egocentrico, mascherato da nobili intenti.
Nel 1054, il Grande Scisma d'Oriente nacque da dispute dottrinali e sulle prerogative di potere del Patriarca di Costantinopoli rispetto al Papa; il risultato non fu una fede più pura, ma la spaccatura geopolitica e spirituale del continente. Nel 1517, Martin Lutero partì da una critica radicale contro la corruzione morale dei costumi romani e la vendita delle indulgenze, ma finì per consegnare l'Europa a decenni di guerre civili e alla frammentazione teologica in migliaia di sette basate sul libero esame. Ogni volta che qualcuno si è proclamato più puro delle istituzioni, ha prodotto solo caos, anarchia e divisione.La Fraternità Lefebvriana sta replicando questa precisa dinamica distruttiva. La loro battaglia originaria non è una semplice e legittima preferenza per la solennità dei paramenti o per l’uso dell’antica lingua nelle liturgie, ma il loro rifiuto investe in modo sistematico i decreti del Concilio Vaticano II. Loro rigettano con forza i pilastri della dottrina contemporanea: la libertà religiosa dei popoli, il dialogo e l'evoluzione ecclesiale. Sostengono che l'apertura della Chiesa moderna sia un tradimento. È, quindi, l’ammissione di una paura profonda del confronto. Significa ridurre il cattolicesimo - che per etimologia greca significa proprio universale - a un club privato e ristretto di eletti barricati in un castello alpino, incapaci di misurarsi con la complessità del presente.
Questo non è conservatorismo, è un anacronismo refrattario agli sviluppi della storia del mondo. La contraddizione più profonda risiede nel ribaltamento del principio cardine di qualsiasi cultura che si dica d'ordine: l’obbedienza all'autorità legittima. La Tradizione cattolica non è un museo di reperti archeologici, ma è un corpo vivo che si tramanda attraverso la successione apostolica e il magistero del Romano Pontefice. Come ricordavano autorevoli studiosi del pensiero filosofico novecentesco, quando si afferma di voler ubbidire all'autorità solo alle proprie condizioni personali, si sta di fatto distruggendo il concetto stesso di autorità. È il vicolo cieco del soggettivismo moderno, camuffato da antico fervore: una fede à la carte dove ognuno si sceglie il dogma che preferisce, il Papa che gli piace e le leggi da rispettare. Chi si muove in questo perimetro individualista è strutturalmente incapace di accogliere un compromesso, persino quando giunge direttamente dal vertice della Chiesa. Infatti nel 2009, Benedetto XVI - il Papa teutonico - revocò le scomuniche ai lefebvriani, nel tentativo di facilitare una ricomposizione e avviare un dialogo fruttuoso: clemenza apostolica, evidentemente scambiata per debolezza. Di fronte al consolidarsi del magistero ordinario, la Fraternità ha scelto nuovamente la via della frattura e dell’insubordinazione. Papa Leone XIV ha teso la mano fino all'ultimo istante, scrivendo nella sua lettera al superiore che "lacerare la tunica di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori”. È tempo dunque che i nostalgici scelgano da che parte stare: con la Chiesa viva e universale, o con il proprio sogno congelato di un passato che non tornerà. La storia, ancora una volta, ha già dato il suo verdetto.