Dopo la pubblicazione del nostro video-reportage sulla Valsesia, destinazione di molti cittadini israeliani in fuga dallo scoppio della guerra in Palestina, abbiamo contattato Ugo Luzzati, il fondatore del Progetto Baita, l’associazione che per prima si è mossa per accogliere in Valsesia chi fuggiva dalla guerra e che, in quanto associazione, si è costituita solo dopo il 7 ottobre, contrariamente a quanto ci è stato riferito. Tutti piccoli dettagli che si sono perduti in “telefono senza fili”. Pur essendo già presente il progetto dal novembre 2022 come iniziativa culturale costituita insieme ad alcuni insegnanti di italiano. Inoltre, Luzzati ci ha tenuto a precisare che il Progetto Baita non ha connotazione religiosa e infatti, ci ha redarguito, giustamente, sull’utilizzo del termine “Terra Promessa”, il cui significato biblico e nazionalista è molto preciso e purtroppo, ci ha spiegato al telefono, si sarebbe imposto nella narrazione italiana, paradossalmente, a partire dal giornale più filo-israeliano, ovvero il Foglio. “Il Foglio è il giornale che ci ha fatto più danno in assoluto. È quello che ha fatto nascere questa idea delle colonie per conseguenza dell’utilizzo del termine Terra Promessa. Mi sono molto arrabbiato con la loro giornalista che non è stata seria, né onesta. Mi sono proprio pentito di averle parlato. Per quanto riguarda il gruppo Facebook del Progetto Baita gli iscritti sono 11mila, ma questo non vuol dire che vi siano 11mila famiglie pronte a muoversi in Valsesia. Ci sono anche molti curiosi e molti italiani. L’attuale presidentessa Olga Dolburt, tra l’altro, nel vostro reportage, ha riportato grandi inesattezze per quanto riguarda lo scopo dell’associazione, che è italiana e si occupa di migrazione. Tra gli israeliani in valle, poi, ci sono anche arabi e non ci sono ebrei religiosi. La terminologia Terra Promessa è totalmente sbagliato e ci danneggia ancora di più, facendo passare l’idea che esista qualcosa di religioso e nazionalistico”.
L’apprensione di Luzzati è dovuta principalmente alle minacce spedite al sindaco di Varallo – che a proposito abbiamo intervistato nel nostro reportage – da parte del “Movimento Antisionista”. Ma ecco, Luzzati ci ha tenuto a specificare che nel Progetto Baita non c’è nulla di sionista e che, anzi, chi fugge dall’Israele di Benjamin Netanyahu è contro il massacro di palestinesi perpetrato dall’attuale governo israeliano. Addirittura Luzzati ci ha spiegato di essere in teoria un “pro-pal, nonostante certe critiche che arrivano da quella parte politica siano irricevibili” e di essere per il dialogo arabo-israeliano. È suo, infatti, il tentativo di accogliere in Valsesia la famiglia palestinese, di cui si è molto parlato in questi giorni, che però non è riuscita a lasciare la Palestina. Con questa famiglia Luzzati è tutt’ora in contatto.
L’impossibilità di accoglierla non dipende né da lui, né da chi si è mosso per aiutarla. Il diniego proviene dal ministero degli Esteri italiano che avrebbe negato la concessione del visto a questa famiglia, forse “per ragioni politiche. L’avanzata delle destre e delle loro pressioni politiche ai governi contro l’immigrazione in Europa potrebbe aver giocato la sua parte in questa storia”. Dunque, come accennavamo nel video-reportage, la colpa per l’impossibilità di accogliere la famiglia palestinese in questione non sarebbe né del Progetto Baita, né tantomeno di Ugo Luzzati, ma delle norme italiane e di diritto internazionale applicate dalla Farnesina. La narrazione di “colonia israeliana in Italia”, rimarca Luzzati, è nata dall’aver cavalcato l’iniziativa del Progetto Baita con il termine “Terra Promessa”, utilizzato dal Foglio e non solo, ma pure dal magazine online della Comunità Ebraica di Milano.