Se volete capire perché l’Italia sia un esperimento fallito di democrazia giudiziaria a precindere da come andrà il Referendum sulla Giustizia, guardate quello che è successo ieri a Bari e Torino. È lì che si è consumato, nel giro di ventiquattro ore, il paradosso definitivo: lo Stato che resuscita i fantasmi per sentirsi forte e lo Stato che balbetta davanti al potere vero perché non sa (o non vuole) tradurre un faldone. Parliamo di Referendum, ci dividiamo tra “brave persone” che voterebbero in un modo e “mascalzoni patentati” che, invece, voterebbero in un altro, riduciamo tutto al miserabile partitismo e, nel frattempo, succede l’assurdo esattamente lì dove campeggia la scritta “la legge è uguale per tutti”. Ma andiamo per ordine. A Bari è andata in scena l'esibizione muscolare della democrazia che colpisce il folklore (sicuramente deprecabile, ma folklore): dodici condanne (max 2 anni e 6 mesi) per la violazione della Legge Scelba, con l'accusa pesantissima di "riorganizzazione del disciolto partito fascista".
I fatti ci portano al 21 settembre 2018: una rissa di piazza nel quartiere Libertà, scoppiata durante una manifestazione contro l'allora Ministro dell'Interno (che da qualche mese era, tra l’altro, Matteo Salvini). Dopo otto anni di indagini estenuanti, analisi fotogramma per fotogramma dei video di sorveglianza e ricostruzioni millimetriche dei tafferugli, lo Stato ha stabilito che quei colpi di cinghia e quegli slogan fossero il segnale di un pericolo imminente per la tenuta della Repubblica. Dodici persone, una sede di provincia e un armamentario ideologico fatto di cameratismo e croci celtiche sono stati elevati a minaccia per il Paese. Sì, dodici semidisagiati fuori dal tempo. Lo Stato ha investito risorse, tempo e carriere per dimostrare che è capace di riconoscere il "male" quando ha la faccia di un manipolo di nostalgici. Una vittoria facile, morale, ideologica, che non disturba nessuno. Ma che garantisce il plauso del salotto buono della politica.
Solo che, mentre a Bari si processava l'ombra (cortissima e ormai anacronistica oltre che pittoresca) del Ventennio, a Torino lo Stato s’è fatto sprovveduto, balbettante e sibillinamente distratto dimenticando di tradurre un faldone per un condannato troppo grande. Ma grande veramente. La Corte di Cassazione, infatti, ha annullato con rinvio la condanna nel processo "Eternit Bis" a carico dell'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny. Qui non si parla di cinghie e braccia tese, ma di mesotelioma pleurico. Non si parla di risse, ma di 392 morti accertati solo a Casale Monferrato. Schmidheiny, condannato in appello a 12 anni per omicidio colposo plurimo, ha visto la sua sentenza ridotta in coriandoli di carnevale per un vizio da cartoni animati: la mancata traduzione della sentenza nella sua lingua madre, il tedesco.
"Errore del cancelliere", direbbero i faciloni. Per capire perché la macchina della Giustizia si sia inceppata su una notifica, però, bisogna guardare chi è Stephan Schmidheiny. Un industriale qualunque? No, uno di quelli che tiene insieme la finanza globale e i servizi segreti. Il suo nome non compare solo nei registri della Camera di Commercio svizzera, ma è finito collegato per via di un socio d'affari e strettissimo collaboratore nei tristemente noti flight logs di Jeffrey Epstein, l'uomo che gestiva i segreti della "Lolita Express". Schmidheiny abita quei salotti dove si decidono le sorti del mondo e dove le protezioni non scadono mai. L’Italiano lo sa benissimo, ma gli è convenuto fare finta di no. Ancora più inquietante è il legame, documentato anche da Report come racconta LaStampa, tra gli interessi del magnate dell'amianto e il Mossad. In diverse occasioni, le reti d’intelligence israeliane sono state sospettate di aver garantito coperture e "sicurezza" operativa alle attività del magnate, fungendo da scudo contro le pretese risarcitorie internazionali.
Insomma, non dodici fascistelli con cui fare i paladini dell’ontologia e del rigore leguleio. Ecco perché si fa fatica – ma davvero tanta fatica –a ritenere la mancata traduzione a Torino una svista: signori, è il comodo errore del debole. È il tappeto rosso steso davanti a un uomo che non può essere condannato, perché condannare lui significherebbe scoperchiare il sistema di vasi comunicanti tra profitto, spionaggio e zone d'ombra globali. Quindi sì, mentre stiamo come i capponi di Renzo a scannarci su un “sì” o un “no” ugualmente inutili rispetto a una Giustizia che giusta non potrà comunque essere, c’è da accettare un dato di fatto: siamo un Paese che fa il bullo con i poveracci (di pensiero) e il maggiordomo con i giganti. A Bari abbiamo celebrato il funerale di dodici tizi che giocano a fare i fascisti per non ammettere che la sovranità nazionale è un ricordo sbiadito. A Torino abbiamo officiato la messa di requiem per la dignità dello Stato, permettendo a un uomo chiacchierato di Mossad e liste Epstein di farsi beffe delle famiglie di Casale Monferrato perché non avevamo un interprete a portata di mano. A Bari si è riprocessato il passato (dandogli coì anche importanza) per non guardare in faccia il presente e a Torino si è tradito un presente di giustizia vera per paura del futuro che un potente può condizionare. Risultato: dodici fascistelli piangono (ammesso che se ne rendano conto) sentendosi perseguitati, Stephan Schmidheiny ride sapendosi impunito e le famiglie di quasi quattrocento morti s’attaccano al ca*zo.