Zoe Trinchero non è inciampata. Lo dice il buon senso, ma adesso lo dice pure la dinamica dei corpi: un volo di tre metri cominciato con una spinta violenta. La traiettoria descritta dall’autopsia parla di una forza assolutamente incompatibile con la possibilità di una fatalità. Lo dice la scienza. La solita, preziosissima e pericolosissima, scienza. Eppure, mentre il faldone della Procura si riempie di rilievi tecnici, il Paese si concentra sul sonno di Alex Manna che, dopo la confessione, s’è messo a dormire davanti ai carabinieri. Quel riposo profondo in caserma, che per molti è il marchio del mostro, per chi si occupa diritto e psichiatria è solo un dato neutro: può essere il vuoto dell'empatia o il blackout di un cervello che si spegne per non implodere. Il resto è rumore per media. E il punto, oggi, è un altro: non ci siamo mai più distaccati dal metodo (fallimentare) di Garlasco. E’ da lì che s’è cominciato volgarmente a pretendere che la giustizia che si giocasse nei millimetri di una traccia o nell’assenza di un riflesso.
Siamo fermi e il rischio, oggi, è lo stesso di vent’anni fa: perdersi nel tecnicismo per non guardare in faccia l’orrore o, come nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi, tutto lo schifo che c’era (e che c’è) intorno. Se a Garlasco il dubbio è rimasto incastrato tra i pedali di una bicicletta e una scena del crimine stuprata, a Nizza Monferrato, dove la diciassettenne Zoe Trinchero è stata uccisa dal quasi coetaneo Alex Manna, la partita si sposta sulla proiezione del corpo nello spazio. Come se cambiasse qualcosa. Come se studiare il volo di Zoe mutuasse in numeri e dati un’emotività che è sì stimolata, ma pure incapace di reagire. Tra l’altro nel giorno stesso in cui s’è risvegliato pure il fantasma Rigopiano-bis. La sentenza di ieri, con quella sfilza di assoluzioni che ha polverizzato le responsabilità in un rimpallo di competenze, ha definitivamente rotto il patto tra cittadini e Stato.
La gente oggi non aspetta il processo a Manna con fiducia, lo aspetta con il fucile puntato, convinta che il cavillo burocratico o la perizia compiacente possano trasformare una spinta omicida in una tragica coincidenza. Signori, siamo alla primitiva giustizia sommaria, solo che col cavalletto della scienza. Non commentiamo i processi, li facciamo. Ma senza averne titolo. Non guardiamo quello che c’è intorno, anche sul piano umano e con il filtro dell’umanità, ma andiamo alla ricerca di puntelli per condannare o assolvere come tossicodipendenti in astinenza.
Lo dice un altro agghiacciante fatto che è tato riportato dalle cronache locali e che, però, i grandi giornali hanno ignorato: a Nizza Monferrato, la famiglia di Alex Manna è dovuta letteralmente scappare per il pericolo oggettivo di linciaggi. Ce lo ricordiamo o no cosa è successo a Anguillara Sabazia ai genitori di Claudio Carlomagno? Sono reazioni tribali, incivili, che nascono proprio dalla percezione di un sistema giudiziario che non sa più essere né rapido né leggibile. E meno che mai umano. Che non significa assolvente, sia inteso, ma rigorosamente capace di riconoscere ciò che la scienza non saprà mai spiegare da sola.