Il "rispetto per le istituzioni" è quella cosa che oggi, tra bastonate e sputi in piazza alle forze dell’ordine, sembra diventata roba antica. Ma se ritenevate scontata l’esistenza di una delimitazione che non c’entra con la piazza e che passa direttamente dai salotti buoni della TV di Stato, sappiate che adesso c’è chi quella delimitazione l’ha spostata: Luciano Garofano. Ex colonnello, ex generale, ex tutto ciò che conta tra i RIS, l’ha portata più in là con la spocchia di chi si sente ormai al di sopra della mischia. Davanti alle telecamere de Lo Stato delle Cose, per giustificare il disastro di Garlasco, ha tirato fuori il jolly del classismo più becero: gli errori? “Normali”. Perché a farli, poverini, erano “Carabinieri con la terza media”. Sì, è una frase uscita dalla bocca di un uomo che dell’Arma ha fatto parte, fino a diventarne generale, che ha guidato i RIS di Parma, salvo poi lasciarli quando stava per essere trasferito a Roma, nel bel mezzo di un’indagine sul suo conto (di cui è stato più vittima che indagato) e all’indomani di una candidatura andata male alle elezioni europee con l’allora alleanza “Lista Mpa-La Destra-Pensionati-Alleanza di Centro”.
Quella frase sparata nello studio di Lo Stato delle Cose, su RaiTre, è pura spocchia intellettuale. E, soprattutto, finge di dimenticare come funzioni davvero una caserma, una procura o la gestione concreta di una scena del crimine. Siamo alla barzelletta che non fa ridere, al fango gettato su chi la divisa la porta per millequattrocento euro al mese da chi quella stessa divisa l’ha sì onorata, ma pure usata come trampolino di lancio. Dire che un brigadiere ha sbagliato per deficit d’istruzione significa spostare il problema su chi esegue, ignorando che le decisioni, le direttive e i controlli appartengono ad altri livelli di comando. Ai laureati, ai generali, ai vertici. In un’organizzazione strutturata le responsabilità non si fermano mai al gradino più basso e liquidare tutto con volgari “cappellate” o con lo slogan “carabinieri con la terza media” è qualcosa che l’Arma oggi non dovrebbe accettare. Non si può rispondere sempre e solo con il silenzio. Altrimenti si finisce per far passare l’idea che un titolo accademico, o una certa collocazione sociale, possano trasformarsi in uno scudo automatico. Compresi i veri colpevoli. Compreso il fallimento di un intero sistema che a Garlasco s’è superato per difetto.
A Garlasco quello che è mancato è stato il metodo. L’indirizzo chiaro. Il rigore che è finito fagocitato, semmai, dal provincialismo e dall’amichettismo, non certo dall’assenza di pergamene appese al muro di qualche carabiniere che eseguiva ordini. Garlasco — a prescindere da colpevoli, condannati, innocenti e indagati — è stato anche una scena inquinata, reperti scomparsi, sequestri tardivi, memorie cancellate dai PC, sangue che sangue non era, fotografie svanite, capelli ignorati. Davvero Garofano vuole convincerci che per non girare un cadavere nel suo stesso sangue, cancellando tracce e impronte, servisse un master alla Sorbona? È vero che i RIS, i suoi RIS, sono intervenuti molto dopo, quando molti errori erano ormai irrecuperabili, ma che c’entra la terza media? Non sono state sviste da “terza media”: sono state carenze di coordinamento e di direzione, di chi avrebbe dovuto assumersi la guida e non l’ha fatto. E se coprire le responsabilità apicali del passato significa gettare un’ombra sulla Fiamma, allora l’Arma non può più evitare di intervenire ufficialmente.
Com’è possibile che il Comando Generale non prenda una posizione ufficiale davanti a chi usa la storia dell’Istituzione come un brand da talk show per giustificare fallimenti? È accettabile che si permetta a figure che non appartengono più ai ranghi attivi (e il riferimento non è solo al gen. Garofano) di additare pubblicamente chi operava sul campo come se fosse l’unico responsabile, per salvare la faccia di una gestione che ha fatto acqua? Un tempo c’erano le barzellette sui Carabinieri. Adesso, intorno a tutto il parlare che si fa sull’omicidio di Chiara Poggi, siamo alla caricatura dell’Arma, che non appartiene più ai suoi uomini, ma rischia di diventare la copertura mediatica di chi tenta una riabilitazione personale spostando altrove il peso delle responsabilità.