Jeans, giacca blu, denti nuovi di zecca appena rifatti in Albania e improponibile chioma ribelle bianca. Oltre a quello sguardo lì che hanno quelli che –mentre lasciano credere al mondo quando è facile farsi prendere per il cu*o – prendono per il cu*o chiunque. Massimo Lovati a Lo Stato delle Cose, ieri sera, s’è presentato coì, con quell’aria tipica di uno che ormai ha niente da perdere e sceglie di prestarsi a un gioco mediatico. Occhio, però, perché nel Medioevo c’erano i menestrelli e erano gli unici che potevano permettersi di dire la verità ogni volta. Ecco, dopo la puntata di ieri sera viene da dire che sì, Massimo Lovati s’è messo i panni del menestrello per dire quello che nessuno ha il coraggio di dire: per capire chi ha ucciso Chiara Poggi bisogna prima togliere ogni velo dal contesto in cui Chiara Poggi è stata uccisa. Su MOW l’abbiamo scritto ormai tanto tempo fa, la verità non si saprà mai, ma è di Alberto Stasi e Andrea Sempio e basta che si continua a voler parlare. Perché? Perché fa comodo a tutti.
Non significa, sia inteso, che a uccidere Chiara non siano stati o l'uno o l'altro. Ma che se ancora stiamo a chiedercelo è perchè nel 2007 a Garlasco e intorno a Garlasco succedeva di tutto e, quindi, quell’omicidio ha rischiato di far venire alla luce un sistema che doveva restare assolutamente nascosto. Per questo s’è indagato male. E probabilmente anche in malafede. Con l’unico obiettivo di chiuderlo velocemente e far spegnere i riflettori. Sì, ok, Lovati parla di un sicario e forse s’è spinto un po’ oltre con la fantasia, ma a nessuno è venuto in mente che un vecchio avvocato che ha vissuto quel territorio e che da sempre è stato dentro o vicino a determinate dinamiche, voglia solo indicare una strada senza poterlo fare in maniera troppo esplicita? Ecco perché parlare di istrione avvinazzato, di soggetto da prendere con le pinze, oggi conviene a tutti. Senza accorgersi che sì, sarà pure un istrione avvinazzato come losi vuolefar passare, ma probabilmente è più sobrio e lucido di tutti noi quando parla dell’omicidio di Chiara Poggi. Non per l’omicidio, ma per il contesto di quell’omicidio. Solo ch c’è un errore che l’opinione pubblica italiana fa ciclicamente ogni volta che un processo diventa racconto televisivo: confondere l’eccesso con l’inconsistenza.
Lovati è uno che esagera. Che eccede. Ma è quanto di più lontano dall’inconsistenza possa esistere in tutto il circo che c’è intorno alle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Ieri sera, da Giletti, ha pronunciato parole che molti hanno liquidato come provocazioni, se non come delirio. Inascoltabile. Ma è un errore. Uno perchè Lovati non parla più da difensore e due perchè non parla per strategia processuale. Parla, anzi insiste, da uomo che ritiene l’indagine – anche quella attuale - profondamente viziata nell’impianto. “Questa è un’inchiesta finta - ha detto - Il concorso non esiste, è stata una persona sola, un sicario. Chiara stava scoprendo l’arcano”. La ricostruzione sarà pure di assoluta fantasia, una mezza suggestione, ma è sulla parola “arcano” che bisognerebbe concentrarsi. E’ quella la parola che dovrebbe obbligare a fermarsi, perché indica una direzione che nessuno, finora, ha davvero avuto il coraggio di esplorare fino in fondo. Perché portano in quella piazza nascosta in cui di solito si incontrano Chiesa, potere e interesii economici?
Secondo Lovati, l’omicidio di Chiara Poggi non è un delitto domestico, non è un raptus, non è il prodotto di una dinamica relazionale degenerata. È, piuttosto, “un omicidio dentro una rete di mutuo soccorso capace di proteggere i propri membri quando uno di essi rischia di essere smascherato. Cardinali, politici”. E’ una delle sue frasi. Esattamente quella che ha gelato lo studio e che molti hanno archiviato come eccesso retorico. Ma il punto non è la suggestione, bensì il metodo: Lovati chiede di guardare altrove, di spostare il fuoco dall’ossessione per il concorso e per la revisione del processo Stasi. E, in qualche modo, anche da Chiara Poggi, per e interrogarsi seriamente su ciò che intorno a Chiara c’era in quel periodo. Al limite su ciò che Chiara stava facendo, cercando, raccogliendo. E che poteva aver scoperto “Chi ha queste ricerche nel computer? – chiede Lovati - Nessuno. Ma lei sì”. Ha insistito coì, riferendosi ai temi di pedofilia, pornografia, anoressia, traffici illeciti. Per poi ribadire e scandire ancora “anoressia”. E oggi il rischio più grande è confondere la prudenza con la sordità. Non provare a “interpretare Lovati” non significa essere razionali. Significa scegliere la via più comoda: quella che riduce tutto a errori investigativi, a concorsi mai dimostrati, a revisioni attese e indagini funzionali a qualcosa altro. Dimenticando che la giustizia può essere veramente tale solo quando accetta di guardare anche ciò che disturba, ciò che espone, ciò che mette in crisi l’ordine delle cose. “Vedrete – ha concluso Lovati - che tra sei mesi o un anno io avrò avuto ragione”. Che significa? Non certo che Chiara è stata davvero uccisa da un sicario, ma che andrà a finire in un modo che per Lovati è già scritto: revisione e fine dell’incubo per Alberto Stasi, proscioglimento per Andrea Sempio e silenzio che calerà definitivamente.