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4 novembre 2026

C'è la “guerra ibrida” dietro l’hackeraggio ai frigoriferi e le proteste in Europa? Parla l'esperto Pietrobon: “Lettura pretestuosa per trovare un capro espiatorio”. Ecco tutto quello che dovete sapere per non dire boiate

  • di Michele Larosa Michele Larosa

4 novembre 2026

Se ne parla ovunque, ma capirla è un’altra cosa. L’attacco informatico ai sistemi di refrigerazione dei supermercati europei, gli scontri di piazza di Milano, le proteste in Albania: è tutto guerra ibrida? Emanuel Pietrobon, analista geopolitico e autore de “L’arte della guerra ibrida”, ci spiega davvero cos'è la guerra ibrida e di cosa dobbiamo preoccuparci

Foto: Ansa

C'è la “guerra ibrida” dietro l’hackeraggio ai frigoriferi e le proteste in Europa? Parla l'esperto Pietrobon: “Lettura pretestuosa per trovare un capro espiatorio”. Ecco tutto quello che dovete sapere per non dire boiate

Se ne parla ovunque, prezzemolo di ogni minestra, dietro proteste, elezioni, attacchi informatici, e più in generale quando succede qualcosa, in Italia e nel mondo, che non ci piace o ci suona strano: la guerra ibrida. Solo nelle ultime settimane l’ha tirata in ballo il ministro Crosetto, parlando degli scontri in piazza a Milano del 17 e 18 ottobre, ed è tornata in auge due giorni fa, quando una serie di attacchi informatici ha colpito i sistemi di refrigerazione dei supermercati di mezza Europa, Italia compresa. Sullo sfondo le elezioni americane, quelle israeliane, e quelle italiane sempre più vicine. È tutto guerra ibrida. Insomma, tutti ne parlano, ma nessuno ne sa un cazzo, noi compresi, allora l’abbiamo chiesto a Emanuel Pietrobon, analista geopolitico e autore dei saggi “L’arte della guerra ibrida” e “Guerra ibrida. Manuale di sopravvivenza al XXI secolo”: che cos’è davvero?

hackeraggio
Il disastro dell'attacco hacker ai frigoriferi Ansa

Partiamo da una definizione: che cos’è la guerra ibrida?

Una definizione universalmente accettata di guerra ibrida non esiste, così come non esiste un utilizzo ampiamente diffuso di questo termine specifico a livello internazionale. Se in Occidente la chiamiamo “guerra ibrida”, in Russia è nota come “guerra di nuova generazione”, mentre in Cina è conosciuta come “guerra senza confini”. Modi diversi di descrivere lo stesso fenomeno bellico: una guerra non guerreggiata, asimmetrica, senza contatto, combattuta con armi non convenzionali da eserciti senza divisa. All’interno di questa categoria rientrano le guerre economiche, energetiche, cibernetiche, mente-centriche, spirituali, tecnologiche; in generale, vi rientrano tutte quelle guerre che fanno leva sull’utilizzo di carri armati di creatività. Necessario è sottolineare che una guerra ibrida può essere condotta sotto forma di operazione coperta per destabilizzare un paese avversario o che può essere il complemento di una guerra convenzionale in corso. Per esempio: la guerra in Ucraina è una guerra convenzionale che vede entrambi gli schieramenti fare ricorso ad operazioni ibride di accompagnamento, dagli attacchi hacker russi alle sanzioni occidentali.

È un termine è un po’ abusato o, al contrario, ci manca la percezione reale del fenomeno?

È uno dei termini più abusati del nostro tempo, in seconda posizione dopo “geopolitica”. Da questo abuso è derivata una paranoia che ricorda molto il maccartismo della Guerra fredda, spingendo le nostre classi dirigenti a interpretare ogni forma di dissenso o evento imprevisto come un segnale o un’evidenza di guerra ibrida. L’assenza di specialisti di questo campo in ruoli di consiglierato, poi, ha fatto il resto.

Oggi, su questo fronte, come si muovono le grandi potenze?

Tutte le grandi potenze conoscono e praticano l’arte della guerra ibrida. Tutte, nessuna esclusa. Del resto, parliamo di un modo di fare la guerra che può garantire il massimo risultato politico col minimo sforzo economico e umano. La guerra convenzionale è ritenuta erroneamente la via più facile per rovesciare il governo di un paese avversario, ma non sempre mantiene ciò che promette. La storia recente offre molti esempi a questo proposito: Vietnam, Iraq, Afghanistan, Ucraina, Iran. La guerra ibrida, oltre alla riduzione del prezzo economico ed umano da pagare (che ad una presidenza può costare la rielezione, perché l’opinione pubblica odia le sfilate delle proprie bare), può consentire una destabilizzazione senza responsabilità. Infatti, non è detto che il paese-obiettivo dei miei piani sovversivi scopra la regia di un’interferenza elettorale, di un omicidio politico, di un atto terroristico, di un attacco cibernetico, eccetera. Stati Uniti, Russia e Cina hanno costruito i loro attuali spazi egemonici in primis grazie alle guerre ibride, soprattutto economiche, politiche e mente-centriche.

Russia, Cina, Iran, ma anche Stati Uniti e Occidente. Che differenze di metodo e di obiettivo ci sono?

Paese che vai, guerra ibrida che trovi. La Russia ha storicamente prediletto le strategie di guerra ibrida basate sull’entrismo, ovvero l’infiltrazione di movimenti oltreconfine simpatetici (un tempo quelli comunisti, oggi quelli antisistema e antioccidentali), e sulla disinformazione ad alto impatto, ossia quel tipo di informazione manipolata che polarizza, radicalizza e spacca una società in frammenti reciprocamente conflittuali. Gli Stati Uniti sono i maestri delle guerre ibride di ogni tipo, da quelle commerciali a quelle mente-centriche, ed è attraverso esse che hanno rafforzato le fondamenta di quel Secolo americano costruito sulle due guerre mondiali. Sia sufficiente pensare che le prime due guerre ibride dell’età contemporanea - Ajax in Iran, PBSUCCESS in Guatemala - furono condotte proprio dagli Stati Uniti, che nel secondo dopoguerra volevano testare la possibilità della guerra a distanza. La Cina è arrivata dopo, perché durante la Guerra fredda aveva altro a cui pensare: svilupparsi. Ha preso appunti dai modi operandi di Unione Sovietica e Stati Uniti, che poi ha usato per aggiornare il proprio antico legato di strategia militare, risalente all’epoca degli Stati Combattenti. Nel complesso, sia Russia sia Stati Uniti hanno condotto e conducono guerre ibride per i motivi più differenti: indebolimento economico (tramite sanzioni et similia), cambio violento di regime (rivoluzione o golpe), cambio democratico di regime (via interferenze elettorali e manipolazione delle masse). La Cina non ha ancora portato avanti guerre ibride di sovversione politica, ma è artefice dell’operazione TikTok, la più grande opera di ingegneria sociale del nostro tempo, ed è dietro l’epidemia di overdosi da droghe letali e farmaci contraffatti che negli ultimi sei anni ha ucciso più di mezzo milione di statunitensi. Non male per chi è stato l’ultimo a sedersi a tavola.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un ritorno delle guerre, almeno nella nostra percezione. C’è il rischio di un’escalation?

Non è una mera percezione. Il mondo è, effettivamente, molto più conflittuale rispetto a dieci o vent’anni fa. Stiamo tornando velocemente ai livelli di conflittualità intrastatale e interstatale degli anni Quaranta del secolo scorso. L’estinzione dei diplomatici e dei negoziatori non contribuisce alla causa della pace. Tuttavia, non va dimenticato che gli stati sono composti da attori razionali che conoscono quali sono i limiti oltre i quali una guerra per procura o un’invasione possono degenerare in una guerra regionale o mondiale. Trattasi degli stessi simili che ieri in Vietnam e oggi in Ucraina hanno imprigionato delle guerre per procura di potenze nucleari dentro la gabbia della conflittualità gestita. Chiaramente, il rischio calcolato resta pur sempre un rischio e se la volpe scappa di mano, è strage di galline. Confido, più che nella preparazione della nostra classe dirigente, nell’effetto deterrente generato dalla paura condivisa, da blocco a blocco, di una guerra mondiale.

La dimensione ibrida abbassa o alza il rischio di uno scontro diretto?

Dipende dagli obiettivi perseguiti e dal successo ottenuto. Se una guerra ibrida basata sulla sovversione sociale, sull’entrismo politico e sulla destabilizzazione economica riesce a far capitolare un governo nemico, la minaccia di un confronto diretto viene neutralizzata. Se la stessa di cui sopra incontra delle difficoltà e la matrice di chi la dirige viene scoperta, il paese-obiettivo reagirà all’interno con una stretta alla società e all’esterno adottando una postura più muscolare. La guerra Russia-Ucraina è un ottimo caso di studio di competizione (russo-americana) per l’egemonia su un teatro (Ucraina) involuta da guerra ibrida (rivoluzione arancione, Euromaidan) a guerra aperta.

Parliamo di casi concreti, Israele ha perso, come dicono in molti, la guerra narrativa?

Israele ha perso la guerra delle narrazioni perché le grandi potenze, ed Israele lo è, non si curano dei pensieri delle opinioni pubbliche proprie o altrui. Il governo Netanyahu ha deliberatamente ignorato la campagna efficace e travolgente di gestione della narrazione e della percezione messa in moto dall’impero Al Jazeera a favore della causa palestinese. In parte perché, come detto, le grandi potenze non si curano della propria immagine, convinte, a ragione, che la forza dei muscoli possa incutere maggiori timore e rispetto. In parte perché, fattore minoritario ma comunque importante, Israele non ha mai brillato per doti di PR.

Negli ultimi giorni c’è stato l’attacco hacker ai frigoriferi dei supermercati, per il commissario Ue all’Agricoltura Christophe Hansen, si tratta di un tentativo deliberato di interrompere la catena di approvvigionamento alimentare e di minare la fiducia dei consumatori. Siamo alla mano invisibile di uno Stato nemico?

Troppo presto per muovere i passi verso un’attribuzione della responsabilità, sebbene l’attuale momento di tensione interblocco induca a pensare che la Russia possa essere dietro tale sciame di attacchi. Concordo con la lettura di Hansen.

Guido Crosetto
Il ministro della difesa Guido Crosetto Ansa

Crosetto ha parlato deliberatamente di guerra ibrida per quanto riguarda gli scontri e le proteste delle ultime settimane, e lo ha fatto anche il premier albanese parlando di ingerenze straniere, che ne pensi? La “guerra ibrida” in questo caso è più una scusa dei potenti di turno?

Ricordo di aver commentato le dichiarazioni di Crosetto, giudicandole prive di fondamento e riconducendole a quella paranoia da guerra ibrida di cui ho parlato all’inizio di questa intervista, prima ancora che la nostra intelligence le smentisse. Era ovvio, a mio avviso, che si trattasse di una lettura pretestuosa, da capire quanto consapevolmente, utile a trovare un facile capro espiatorio e ad evitare di affrontare il problema del malcontento genuino e diffuso presente in Italia per via di una concatenazione di cancrene quali carovita, corruzione, precariato, smantellamento dello stato sociale (e non solo). Edi Rama ha accusato Russia e Iran di essere dietro le rivolte anticorruzione che stanno attraversando l’Albania dalla scorsa estate. Non ha portato nessuna prova a favore di queste affermazioni e non può farlo, perché non ce ne sono. Anche in questo caso, si tratta di accuse volte a screditare un intero movimento di protesta, in parte scaturenti da un problema comune a tutte le gerontocrazie: non riescono a capire la gioventù. Tuttavia, esiste un rischio di strumentalizzazione di questo malessere diffuso da parte di forze esterne. Del resto, le guerre ibride basate su entrismo e sovversione attecchiscono proprio laddove esistano dei sentimenti negativi da levigare e lavorare. Ragion per cui la nostra classe dirigente dovrebbe dimostrare maturità, riconoscere la propria quota di responsabilità nella creazione o comunque nell’espansione di questo disagio, e cominciare a ridurre il conflitto sociale. Prima che attori ostili intervengano per esacerbarlo.

L’Italia e l’Europa sono adeguatamente preparate a questi scenari? Bastano gli attuali strumenti?

Ogni paese europeo è preparato alle guerre non convenzionali in modo differente, a seconda di sensibilità geopolitiche, bagaglio storico e interessi contingenti. L’Italia è in ultima fila sulle guerre cibernetiche, però ha delle buone capacità di combattimento sottomarino. La Francia è la potenza-guida indiscussa della guerra economica in Europa. La Germania ha falle un po’ ovunque, dalle difese cibernetiche all’entrismo in politica, e ciò si deve al suo assetto securitario post-seconda guerra mondiale volutamente non offensivo. I paesi postcomunisti hanno ereditato e non dimenticano il prezioso know-how sovietico di controspionaggio, entrismo, sorveglianza e disinformazione, per cui sono meno vulnerabili alle operazioni ibride russe. Senza dimenticare che puoi avere le migliori competenze tech del pianeta, ma se la geografia ti è nemica, la vulnerabilità è perenne: pensiamo alla Spagna costantemente esposta alle migrazioni pilotate del Marocco. Insomma, una risposta univoca non c’è. In materia di guerra ibrida, l’Europa va a più velocità: ogni paese ha un proprio armamentario, a volte ricco e altre volte molto povero, e possiede delle capacità difensive molto variabili, sebbene tendenzialmente medio-basse. I paesi ad avere capacità offensive sono pochi: Francia, Inghilterra, Ucraina.

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